Periferie: la grande esclusione sociale – Gabriele Gandelli

PERIFERIE ROMANE

LA GRANDE ESCLUSIONE SOCIALE

Questo intervento ha il solo scopo di sollevare la tematica delle periferie e avviare sull’argomento una riflessione tra tutti noi che ci possa portare ad individuare una visione complessiva del problemi e le varie soluzioni con tempi e modi diversi da mettere in atto.

Per capire le difficoltà della periferia romana è necessario ripercorrere brevemente un po’ di storia dello sviluppo della Capitale d’Italia.

Fino all’avvento del fascismo Roma ha avuto uno sviluppo pianificato con piani regolatori ben fatti e ben eseguiti, con la giusta dimen- sione e su vari quadranti della città.

Nel ventennio fascista il centro della città fu interessato da lavori, con la volontà di dare rilievo ai monumenti dell’antica Roma (via dell’Impero e Piazza Augusto Imperatore, oppure eliminare la spina di Borgo con il compito di valorizzare San Pietro, togliendo però gli effetti prospettici voluti da Gian Lorenzo Bernini, tutto ciò determinò il trasferimento di popolazione e di attività artigiane, collocandoli in decine di Borgate (ormai quasi tutte inglobate nella città) espandendo moltissimo il tessuto cittadino. Ma è la fase del dopoguerra che incide in maniera negativa e catastrofica sullo sviluppo di Roma; la grande immigrazione, l’incremento demografico non sono stati adeguatamente gestiti e il fallimento del piano regolatore del 1965 (SDO) – un modello chimerico di sviluppo urbano che non trova il sostegno delle forze economiche della società e si impantana sugli espropri, tra l’altro non prevedendo linee di trasporto pubblico di massa-, ha completato il disastro dello sviluppo della Capitale.

Lo sviluppo disordinato dagli anni 50 agli anni 70, in cui sono stati costruiti decine di migliaia di alloggi, consumando migliaia di ettari dell’Agro Romano in maniera abusiva senza un controllo pubblico, sotto la spinta dell’imponente immigrazione proveniente dal centro e sud Italia, ha fatto sì che più di 750.000 abi- tanti vivevano in una città costruita senza alcun piano e criterio.

Di fatto in quegli anni l’edilizia aveva tre interpreti, lo stato con l’edilizia pubblica (che ha creato per la maggior parte ghetti residenziali), i privati con il loro patrimonio di aree edificabili e l’abusivismo; tutto veniva edificato senza servizi e infrastrutture, il bisogno primario da soddisfare era la casa. Certo col tempo, lentamente, si sono realizzate le opere pubbliche essenziali ed oggi la dotazione dei servizi primari è completata al 99%.

Negli anni successivi le giunte di sinistra hanno dato casa a tanti lavoratori ed abitanti bisognosi, con il lancio delle cooperative edilizie e la costruzione di enormi complessi residenziali come Corviale e Laurentino 38. Nel decennio successivo alle giunte di sinistra si sono alternati sindaci di pentapartito e commissari straordinari, che non hanno messo in atto soluzioni efficaci per alleviare il disagio degli abitanti delle periferie.

Nel frattempo in conseguenza degli scandali di mani pulite, i partiti politici furono messi a soqquadro, e a seguito della crisi della pubblica amministrazione e della privatizzazione delle aziende pubbliche, vi fu una contrazione della spesa pubblica, uno dei motori principali dello sviluppo della città.

Per contrastare questa evoluzione negativa e cercare di rammendare il tessuto tra il centro e la periferia, il sindaco Francesco Rutelli aveva lanciato il “Modello Roma” un grande programma di rilancio della città intraprendendo una serie di azioni per trasformare la città, cercando di renderla attrattiva per il turismo di massa, per la finanza, per la cultura, per la ricerca e per i nuovi servizi informatica in testa, e dotandola di nuove tecnologie.

Un importante freno al dilagare della formazione incontrollata di insediamenti urbani fu la destinazione di più del 50% del territorio comunale ad aree verdi e agricole, cancellando previsioni edificatorie per quasi 60 milioni di metri cubi.

Opere innumerevoli e sotto gli occhi di tutti, hanno toccato sia le zone centrali della città sia quelle periferiche e rimangono ad oggi gli ultimi grandi interventi effettuati a Roma.

Questi interventi hanno compensato il decrescente ruolo pubblico, tanto che abbiamo assistito ad una rapida crescita del PIL e del reddito pro capite, addirittura alla fine del secolo la Confindustria dipingeva Roma come la terza città industriale d’Italia, per via della forte realtà industriale costituita da aziende medie e medio-piccole, che si era sviluppata intorno ad alcuni poli di sviluppo, come la cosiddetta Tiburtina Valley, e di aziende del settore ali- mentare, e di altri importanti poli industriali presso il Parco dei Medici, Santa Palomba e altre zone sparse intorno al GRA e lungo la Roma Fiumicino.

Questa presenza industriale affiancava di diritto il trinomio costruzioni-commercio-turismo. La città viveva una rinascita sorprendente con una diffusa crescita economica che non ha però attenuato le disuguaglianze tra centro e periferia, perché propagata in maniera difforme tra i diversi municipi e tra i vari ceti.

Nel contempo alla grande espansione della periferia romana, non ha fatto seguito una disponibilità di servizi, di beni comuni, di infrastrutture portando ulteriori squilibri in termini economici, di sviluppo umano e tra quartieri. L’emergenza abitativa, nonostante i notevoli impegni degli assessori che si sono succeduti, si è attenuata ma non risolta, anche per le difficoltà connesse alla gestione dell’ATER, azienda che andrebbe ripensata integralmente, il mancato completamento dei servizi, mobilità in testa ma anche di assistenza a i più deboli non ha risolto l’emarginazione della popolazione. Poi la profonda crisi ha ridimensionato pesantemente tutte le attività economiche della capitale.

Molte imprese se ne sono andate altre hanno ridotto la loro attività, il settore del commercio è entrato in enorme difficoltà, mentre il settore delle costruzioni è caduto in una crisi profonda, nel frattempo si è ancora di più ridotta la spesa pubblica.

La crisi economica con le conseguenti politiche di austerità ha aumentato a dismisura povertà e disuguaglianze sociali degenerando il tessuto sociale delle periferie con la esclusione parziale o totale alla partecipazione della vita della città. Attualmente ne risente in particolare l’istruzione dei giovani, con una elevata dispersione scolastica non mettendoli in condizione di cogliere le opportunità, mentre il lavoro precario e la disoccupazione hanno picchi elevati rispetto al resto della città.

Questi aspetti si trovano anche in zone degradate del centro di Roma, ma non hanno la stessa ampiezza; i problemi di ordine sociale ed economico sono concentrate nelle periferie che sorgono intorno o fuori il GRA e in tutto il quadrante in particolare i Municipi IV, V e VI, oltre ad alcuni quartieri più centrali con caratteristiche peculiari come l’Esquilino, che di conseguenza hanno indici di disagio sociale superiori alla media romana. Tale contrasto non è peculiare di Roma ma è proprio di tutte le grandi città italiane, però nella capitale è più considerevole per via della vastità del territorio comunale, 1287 Km e per il numero di abitanti oltre 2.870.000. A tutto ciò si è aggiunta la presenza dei centri di accoglienza in alcune zone di periferia.
La giunta Raggi ha perso un occasione con la legge di stabilità 2016 che ha istituito il “Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie”, in cui era previsto anche il coinvolgimento dei cittadini, del Terzo Settore, le comunità ed associazioni presenti nel territorio. Roma Capitale ha affrontato e aderito al bando mediante la gestione dei soli Dipartimenti interessati (Urbanistica e Periferie), quasi nulle le richieste dei Municipi. Gli Uffici Amministrativi hanno valutato i progetti disponibili e fatta una scelta senza una visione strategica complessiva e senza il coinvolgimento dei cittadini associazioni ne tantomeno del Terzo il settore.
La Giunta ha messo in atto una serie di interventi diffusi nelle varie zone periferiche, invece di elaborare un progetto teso a sviluppare una politica strutturata per la complessiva riqualifica delle stesse. Ma la mancanza di visione strategica dei 5Stelle si riscontra anche nella mancata utilizzazione della quota del 5% delle risorse dell’investimento per la predisposizione di piani urbanistici, piani della mobilità e studi di fattibilità, ed ha portato a minimi interventi settoriali di riqualificazione, privilegiando la manutenzione e il recupero di situazione di piccolo e medio degrado. Interventi positivi e finanche necessari, ed anche ben strutturati ed esteticamente validi, ma che dimostrano i limiti di questa amministrazione, che non è stata in grado, anche per i continui cambi di assessori di creare un modello di politica complessiva, che disegnasse un progetto sulla città e in particolare sulle periferie.

Le periferie sono rimaste periferie.
Un altro problema irrisolto, in particolare nei quartieri in cui è presente massicciamente l’edilizia residenziale pubblica (Corviale,Tor Bella Monica, Laurentino, Vigne Nuove), non essere stati in grado di assicurare adeguati standard di sicurezza e di manutenzione generando il naturale degrado degli stabili che aumenta inevitabilmente il disagio sociale ; ed è in quelle zone in particolare che sono nate le rete di associazioni attive sul territorio che hanno reso vitali le periferie; tanto da sopperire, in taluni casi all’assenza delle Istituzioni. Alla luce di quanto detto tutti noi abbiamo la certezza che il problema deve assolutamente essere affrontato e radicalmente risolto, perché questi territori sono diventati delle vere polveriere, e i giovani spesso cadono nelle mani della criminalità. Basta farsi un giro per Tor Sapienza, Corcolle, Tor Bella Monica, Tor Cervara, Settecamini, Torre Angela, Ponte di Nona ma anche per Esquilino, per vedere abitanti sfiniti di muoversi in terre di nessuno, che reclamano servizi, che si rintanano nella notte nelle case per sfuggire alla delinquenza, l’insofferenza e la rabbia è diffusa e se ai tessuti sociali esausti si somma la difficile gestione dei centri di accoglienza, la corda prima o poi si spezza e la rivolta come il solito sarà cavalcata dalla destra come già è avvenuto a Tor Sapienza nel 2014.

Quali interventi effettuare per il risanamento del tessuto sociale attraverso opere ed interventi risolutivi che rendano vivibili ed attraenti la periferie in cui gli abitanti si identifichino nel luogo in cui vivono? Bisogna creare un modello multipolare policentrico, con efficienti sistemi di trasporti., servizi adeguati per rendere vivibile il territorio in tutte le ore del giorno. Nell’opera di rigenerazione delle periferie va coinvolta la classe imprenditoriale, e con essa anche capitali privati, in quanto le risorse economiche saranno rilevanti soprattutto in progetti di medio e lungo periodo. Impensabile farlo solo con i soldi pubblici. Coinvolgere anche le persone che vivono nelle periferie, capaci di iniziative artistiche e culturali, di progettazione partecipata, di recupero degli spazi abbandonati, perché dimostrano che sono momenti di creazione di politica e di cultura politica; vanno ascoltate proposte che vengono dai cittadini e dalle associazioni di categoria, che danno la misura delle necessità e delle difficoltà e talvolta anche delle soluzioni (sono già previsti Contratti di quartiere e Labo- ratori territoriali). Bisogna avere il coraggio di riqualificare il tessuto abitativo con manutenzioni risolutive e costanti e soprattutto nelle zone di proprietà pubblica, prevedere ove il caso la sostituzione edilizia, ridisegnando l’assetto urbano dell’intero ambito per creare servizi, luoghi di aggregazione e verde, ed armonizzando ed inserendo in questo disegno anche le aree archeologiche presenti, cercando di creare una possibile offerta culturale.

Demolendo edifici pubblici e non di ridotto o nullo utilizzo, creando spazi verdi e di servizi, ricostruendo con la stessa volumetria i necessari nuovi edifici pubblici ma soprattutto edifici residenziali, per far fronte all’esigenza abitativa. Da fonte Confedilizia sono 57.000 le famiglie in emergenza abitativa, sono necessari circa 1500 unità all’anno per far fronte alle richieste, è necessario, pertanto, riprendere a costruire abitazioni popolari, magari recuperando e ristrutturando manufatti abbandonati, e prevedendo nuovi insediamenti residenziali. Fino agli ’80 i comuni italiani Roma in particolare facevano affidamento sui patrimoni delle Banche e sopratutto delle Assicurazioni (asset una volta obbligatori a copertura delle riserve matematiche), decine di migliaia di appartamenti erano presenti nei portafogli, oggi tutti o quasi venduti e il ricavato non è stato reinvestito in immobili e poi con fine del mercato cooperativo, sommerso da truffe e raggiri sono spariti validi supporti al settore abitativo. Necessita quindi una politica organica dell’edilizia pubblica e privata che dovrà coprire le richieste abitative, anche per fronteggiare ed eliminare le occupazioni abusive. Infine non creare più quartieri dormitorio e vitalizzare quelli presenti.
Tutti gli interventi urbanistici, come già indicato, devono essere affiancati da un paesaggio che valorizzi le aree archeologiche, le aree verdi e operare, dove serve, una riqualificazione ambientale; il paesaggio deve essere ben armonizzato anche per renderlo gradevole ed accogliente. Gli interventi che devono essere intrapresi sono ben presenti da parte dell’Amministrazione Comunale, da Architetti, Urbanisti ed Associazioni Imprenditoriali, perfino con proposte operative.

Si conoscono le opere da intraprendere e le criticità da affrontare municipio per municipio, c’è una ampia letteratura sulla riqualificazione delle periferie, si tratta di trovare una sintesi ed operare. Il tentativo inoltre è cercare di invertire la tendenza di costruire orizzontalmente, metodo che ha consumato grande quantità di territorio. Quando si parla di servizi un aspetto importante riveste la mobilità. Si è sempre ragionato , e non solo a Roma, in termini settoriali, l’urbanistica non è mai andata di pari passo con la mobilità e i traporti, i secondi hanno sempre rincorso la prima, in presenza poi di un abusivismo diffuso arrivavano in grave ritardo. D’altronde l’espansione non coordinata delle periferie ha prodotto che la mobilità e il trasporto inseguivano e tutt’ora inseguono gli insediamenti urbani. Tale mancanza di visione di programmazione tra uso del suolo e trasporti ed infrastrutture ha compromesso le scelte di assetto urbano e territoriale. Un inciso a proposito di programmazione, la nuova centralità della Bufalotta, uffici, centri commerciali, case, piccolo commercio e strutture alberghiere è in corso di attuazione, può essere un causa di pericolo o di nuova opportunità di sviluppo secondo come si raccordi con la città. Il problema della mobilità e trasporti è complesso, va non solo inserito nel tessuto cittadino ma deve inserirsi in quello ben più vasto dell’Area Metropolitana, integrarsi con gli Aeroporti di Fiumicino e Ciampino e il Porto di Civitavecchia, oltre che con il sistema ferroviario e con tutte le realtà comunali presenti nell’Area.

Tutti gli insediamenti periferici abusivi si sono addossati alle reti stradali esistenti e non hanno generato reti di mobilità. Anche il sistema delle metropolitane è in grave ritardo le linee A e sopratutto la B non sono state adeguate, e nemmeno prolungate come si doveva; la linea C non è ancora terminata con il rischio che si fermi ai Fori. Della linea D si sono perse le tracce e non esistono nemmeno altri progetti se non sulla carta. Indispensabile uno ancor più stretto collegamento con le Ferrovie dello Stato per sfruttare la considerevole rete ferroviaria che passa nella città. La linea ferroviaria Termini-Olgiata (sulla linea Roma-Viterbo) è un esempio di come Trenitalia può integrare il servizio mobile urbano, e sopratutto è necessario completare l’anello ferroviario, su cui si potranno inserire altre linee urbane.
Va pertanto ripensato il sistema dei trasporti guardando anche al futuro e all’ecologia , con un occhio alle nuove tecnologie applicate alla mobilità. Cina, Stati Uniti e Germania hanno studi avanzati (direi futuristici) di servizio pubblico ed individuale.
La situazione attuale della mobilità romana penalizza fortemente le zone periferiche quindi è essenziale che ci sia una completa interconnessione, non solo con il centro della città, ma con tutto il tessuto cittadino, in particolare proprio tra periferie. Il mancato diretto collegamento tra le stesse porta ad andare prima verso il centro della città e poi prendere un altro mezzo che va verso il luogo periferico da raggiungere. Tempi biblici, magari per arrivare in un luogo non distante più di 6/7 km si impiega 1 ora e mezza o 2. I collegamenti dovranno sopratutto essere su rotaia, metropolitane di superficie o ipogee, sull’esempio di Berlino.

Ma come si vive nelle periferie romane? I cittadini non si sentono sicuri, nonostante i reati in calo. Gli abitanti hanno il timore dei furti nelle abitazioni, degli scippi, delle intimidazioni e degli atti vandalici; non si sentono protetti. La dislocazione dei commissariati sul territorio di Roma dimostra lo squilibrio tra centro e periferia: quasi tutti concentrati nel centro e quasi assenti nelle aree periferiche. L’insicurezza percepita aumenta man man che ci si allontana dal centro. L’insicurezza ha anche un’altra accezione di natura economico-sociale, ovvero disponibilità di sufficienti risorse economiche per potersi garantire i bisogni essenziali. Pertanto c’è l’immediata esigenza di lavorare su percorsi di integrazione, sul rafforzamento dei servizi sociali e di polizia con lo scopo di livellare le differenze tra zone centrali e periferiche, e diminuire il senso di abbandono istituzionale. Secondo il Capo della Polizia Gabrielli le quattro periferie più a rischio per il loro elevato tasso di criminalità sono San Basilio, Tor Sapienza, Ponte di Nona, Tor Bella Monaca; zone in cui si trovano le piazze dello spaccio, ma anche centrali da cui la droga viene smistata verso le zone della movida, alta presenza di pregiudicati e di piccola delinquenza, oltre ad una forte presenza di extracomunitari, quasi tutti senza lavoro o con lavori precari. Quindi il Capo della Polizia conosce bene la situazione dovrebbe intervenire per rafforzare la presenza della forza pubblica in queste zone con dirigenti e personale di qualità (nelle aziende private il disagio viene pagato), con l’indispensabile raccordo con le autorità comunali e con i fondi necessari.

Tutti questi problemi non sono risolvibili nell’immediato ma necessitano di una presa di coscienza da parte di tutte le Istituzioni. Istituzioni che ben conoscono la situazione in tutti i loro aspetti. Va tutto armonizzato in un disegno strategico, messi da parte i principi ideologici coinvolgendo gli architetti, gli urbanisti, i sociologi ma in primis gli abitanti, le associazioni, le comunità, ovvero coloro che ci vivono o meglio sopravvivono, che meglio di tanti altri conoscono, esigenze e problemi, che spesso li risolvono e che vogliono partecipare e far sentire la propria voce.
Le forze progressiste dovrebbero collaborare con questi cittadini, sopratutto se vogliono di nuovo affrontare e risolvere i bisogni richiesti, abbandonando le sezioni ma vivendo con gli stessi abitanti le problematiche e trovando insieme a loro le soluzioni, da portare poi alle Istituzioni. Anche l’Istituto Nazionale di Urbanistica ha riconosciuto che “va attivato un protagonismo sociale e la costruzione di nuove forme di gestione. Gli attuali processi di trasformazione urbana investono sempre più sul capitale umano puntando all’acquisizione di competenze, di capacità e di saperi che rendono i cittadini e le comunità protagonisti e parte attiva e collaborativa, non solo in fase di proposta progettuale ma anche in quella di gestione e attivazione di energie imprenditoriali in settori innovativi” Se a questo protagonismo sociale non partecipano le forze progressiste sarà la destra, che parla alla pancia della gente ed è la sola presente, a governare in futuro Roma, con gli esiti che immaginiamo.
Al termine di questo scritto vanno poste delle domande che sono rivolte a tutti voi.
• La legge su Roma Capitale così come promulgata dà i necessari poteri, la necessaria autonomia e le sufficienti risorse alla città capitale d’Italia. Una legge che va ripensata?
• L’Area Metropolitana così definita va rimodellata sia nella composizione del territorio che nelle regole? E’ una struttura che va rivista e riempita di contenuti?
• Il decentramento amministrativo va attuato con quali poteri, con quali modalità, con quali risorse? E sopratutto con quale classe politica?
• Nella Visione Strategica del progetto di sviluppo di Roma Capitale, in cui va inserita la problematica delle periferie, andranno coinvolti i centri di eccellenza, di ricerca e di elaborazione. Si pone inoltre come elemento essenziale una classe politica di livello, preparata, con una competenza manageriale, che non risponda a gruppi di pressione. Esiste questa classe oppure bisogna formarla e come? Esiste una via intermedia, ovvero trovato un primo contesto politico di eccellenza, può lo stesso essere il formatore della futura classe politica e dirigente?
• E’ utile e possibile istituire nella città di Roma (scuole superiori od Università) dei corsi o dei piani di studio o addirittura delle scuole specifiche che formino i futuri amministratori della città?

Gabriele Gandelli

 

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