LE LETTURE DI UGO A CURA DI ANTONIO BOTTONI


“UGO” OGNI SETTIMANA CONSIGLIA UN LIBRO E UNA FOTO

a cura di

Antonio Bottoni

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“Opere da ritrovare” pubblicata dal Ministero della cultura

 


«Roma è una città costruita da giganti, ma abitata da nani» diceva Leopardi. Tutto sembra fuori scala: la Grande Bellezza del suo centro e la bruttezza della sua periferia. Eppure si tratta di due lati di una stessa medaglia. L’intera città è dominata da una grande alienazione, dallo smarrimento dei suoi abitanti che chiedono inutilmente di porre rimedio ai suoi mali, anch’essi eterni. Scritto da autorevoli rappresentanti di diverse discipline, “Roma: un progetto per la capitale” vuole fornire tracce di un progetto unitario che sappia adeguare la città al ruolo che ricopre e all’altezza della sua storia. Visioni, o utopie concrete, dei molti e diversi aspetti critici che non trovano spazio nelle stanche discussioni politiche e nei media. È il contributo di un gruppo di intellettuali critici, fuori dalla mischia quotidiana che imbruttisce Roma e ne svaluta le grandi potenzialità, per immaginare una città che guardi alle altre capitali non con invidia, ma con la presunzione legittima di non temere concorrenza alcuna

 

 


 

 

Foto di Lorenzo Logato

 


Una Roma mista e metafisica, contemporanea ma eternamente sospesa fra passato e futuro, è la vera protagonista, non l’ambientazione, di questa raccolta. Nove racconti, alcuni di respiro romanzesco, in cui riconosciamo una città contraddittoria che ridefinisce sempre se stessa, trasformandosi di generazione in generazione in un amalgama, in un viavai ibrido di stranieri e romani che si sentono comunque sempre tutti fuori posto. Segnati da un ambiente al contempo ospitale e ostile, i personaggi che abitano questi racconti vivono momenti di epifania ma anche violente battute di arresto. Così “Il confine” descrive le vacanze di una famiglia in una casa della bella campagna romana, ma la voce narrante è quella della figlia del custode che un tempo faceva il venditore di fiori in città e nasconde una ferita. Ne Le feste di P. un uomo rievoca le animate serate nell’accogliente casa di un’amica che non c’è più. La scalinata, una storia corale di quartiere, raduna sei personaggi, diversissimi per origine e appartenenza, attorno a un ritrovo comune, un saliscendi continuo di vita nel centro di Roma. Nella “Processione” una coppia cerca invano in città consolazione e sollievo per un episodio del passato che ha segnato tragicamente le loro vite. In “Dante Alighieri” il poeta affiora rigoroso e a suo modo inedito nella vita di una donna americana trasferitasi in Italia, tra memorie del passato e inadeguatezze del presente, finché incipit vita nova. L’andamento della scrittura è riconducibile agli autori italiani del Novecento che Jhumpa Lahiri conosce e profondamente ama, a partire da Moravia che riecheggia nel titolo. Ma i temi di questo libro, il quinto che l’autrice scrive direttamente in italiano, sono tutti suoi: lo sradicamento, lo spaesamento, la ricerca di un’identità e di una casa, il sentimento di essere stranieri e soli ma, proprio per questo, in lotta e vitali.

 

 


foto: da Avvenire

 

 


 

 

Non passa giorno senza che si parli di Cina, tuttavia l’argomento viene spesso affrontato, in pubblico e in privato, attraverso una narrazione semplicistica in cui tutto è bianco o nero e il Celeste Impero è il male assoluto o il posto più efficiente del mondo. È «superfluo» commenta Giada Messetti «sottolineare quanto entrambe le versioni ci portino fuori strada». In questo libro, l’autrice traccia una mappa essenziale di una cultura ricca di fascino e, al contempo, profondamente diversa dalla nostra. Una bussola che, bypassando i tanti luoghi comuni, ci aiuta a orientarci nel labirinto di una civiltà millenaria, un mondo per antonomasia «altro», decifrando le differenze che ci separano. Un avvincente viaggio di scoperta che prende in esame alcuni dei tratti più connotanti del gigante asiatico: dal fascino della scrittura alla concezione della società e del tempo, dal potere «con caratteristiche cinesi» ai meccanismi che guidano e determinano la politica estera; e ancora l’influenza pervasiva del confucianesimo e quella del daoismo, l’aspirazione all’«armonia collettiva» e la consuetudine di «cinesizzare» tutto ciò che il Dragone incontra sulla sua strada. “La Cina è già qui” è un libro-ponte che vorrebbe scongiurare lo scontro di civiltà per molti ormai alle porte. È tempo di riconoscere che «l’Occidente ha bisogno della Cina tanto quanto la Cina ha bisogno dell’Occidente». All’orizzonte, «c’è un lavoro molto faticoso da svolgere, un’opera di connessione e tessitura non più rimandabile, perché senza conoscere e capire il proprio interlocutore è impossibile interagire».

 

 

 


 

 

Foto gentilmente inviateci dall’autore: Rino Barillari

 

 

“Il paparazzo, è un’invenzione, anzi, una constatazione felliniana, che è diventata una ricchezza nazionale, una risorsa esportata da tutti i media in tutto il mondo della comunicazione moderna. Barillari, fra passato e futuro, è quindi una risorsa mondiale: da anni documenta gli avvenimenti, gli eventi, le storie e le situazioni di vip e semi-vip che animano la città eterna, e che saranno eternamente gossip. La sua instancabile dedizione, testardaggine, insistenza e velocità di esecuzione gli hanno permesso, attraverso oltre 500.000 immagini prodotte in sessanta anni di carriera, di svelare la memoria storica di una certa umanità – e disumanità – che la interpreta e la vive”. Così Oliviero Toscani descrive nella prefazione Barillari: “i suoi scatti sul mondo raccontano con evidenza e sintesi una società che cambia e che non vuole prendersi sul serio, anche quando diventa tragica”.

 


Orologio di Alessandro Chiacchiararelli

Questo libro illustra una predilezione, quella per le linee e le superfici curve, che nasce dall’amore per le forme della creazione e in modo particolare per quelle degli esseri viventi. Il libro vuol essere il racconto di una ricerca durata più di sessanta anni che ha avuto come obiettivo, di rendere, ancora una volta, l’architettura un linguaggio capace di esprimere emozioni, speranze, scelte e rifiuti. Vuole essere anche, attraverso la sua accurata realizzazione l’omaggio a una tradizione, quella del libro, oggetto che ha un valore tattile di oggetto reale che nessun altro mezzo di comunicazione può sostituire.


Foto pubblicata da Andrea Masullo, non dimentichiamole

«Il paradosso del Tevere è che lo abbiamo continuamente sotto gli occhi ma non lo conosciamo affatto». Così l’autore spiega nell’introduzione l’idea di partenza di questo libro. Il risultato è un viaggio sorprendente lungo la storia del fiume e di tutto ciò che lo riguarda. Si va dagli albori di Roma antica, quando le sue acque portavano le merci più diverse dal resto del mondo, ai tentativi dei nostri giorni di salvarlo dall’intreccio di competenze burocratiche che ne soffoca le potenzialità di rinascita. In mezzo, l’evento cruciale della costruzione degli argini che ha determinato, dopo l’ultima rovinosa alluvione, un mutamento profondo del suo rapporto con la città. Il testo è arricchito da numerose immagini che documentano visivamente la storia del fiume.


Foto pubblicata da Gianni Dinoi, scultura di Vladimir Kush

Non passa giorno senza che si parli di Cina, tuttavia l’argomento viene spesso affrontato, in pubblico e in privato, attraverso una narrazione semplicistica in cui tutto è bianco o nero e il Celeste Impero è il male assoluto o il posto più efficiente del mondo. È «superfluo» commenta Giada Messetti «sottolineare quanto entrambe le versioni ci portino fuori strada». In questo libro, l’autrice traccia una mappa essenziale di una cultura ricca di fascino e, al contempo, profondamente diversa dalla nostra. Una bussola che, bypassando i tanti luoghi comuni, ci aiuta a orientarci nel labirinto di una civiltà millenaria, un mondo per antonomasia «altro», decifrando le differenze che ci separano. Un avvincente viaggio di scoperta che prende in esame alcuni dei tratti più connotanti del gigante asiatico: dal fascino della scrittura alla concezione della società e del tempo, dal potere «con caratteristiche cinesi» ai meccanismi che guidano e determinano la politica estera; e ancora l’influenza pervasiva del confucianesimo e quella del daoismo, l’aspirazione all’«armonia collettiva» e la consuetudine di «cinesizzare» tutto ciò che il Dragoneio incontra sulla sua strada. “La Cina è già qui” è un libro-ponte che vorrebbe scongiurare lo scontro di civiltà per molti ormai alle porte. È tempo di riconoscere che «l’Occidente ha bisogno della Cina tanto quanto la Cina ha bisogno dell’Occidente». All’orizzonte, «c’è un lavoro molto faticoso da svolgere, un’opera di connessione e tessitura non più rimandabile, perché senza conoscere e capire il proprio interlocutore è impossibile interagire».

Gianni Borgna ed il suo gatto Birillo Foto di Michele Ricci, La Presse

 

Quindici anni di grandi trasformazioni culturali avvenute a Roma sotto la direzione di Gianni Borgna, assessore alla Cultura durante le giunte di Rutelli e Veltroni. Cos’era Roma prima del 1993, anno in cui si insediò la giunta Rutelli? Dopo le iniziative genialmente “effimere” di Renato Nicolini l’inventore dell’Estate romana, imitata da tutte le città italiane , Roma, tornata alle giunte centriste e sprofondata nel commissariamento, era diventata una città amorfa incapace di promuovere cultura. La nuova giunta di centro-sinistra dà vita a strutture culturali necessarie e soprattutto permanenti.

Dal progetto dell’Auditorium di Renzo Piano al sistema bibliotecario e museale alla creazione di spazi espositivi come le Scuderie del Quirinale, il MACRO, il nuovo Palazzo delle Esposizioni, il MAXXI. E poi i teatri di cintura nelle periferie, la Notte bianca, la Festa della Musica e quella del Cinema: Roma tornò a essere una città aperta al resto d’Europa e al mondo. Si parlò di “modello Roma” e di “new roman renaissance”. Il racconto appassionato di questa lunga esperienza di governo dimostra come è possibile fare politica culturale in una grande città coinvolgendo tutti i cittadini e facendo del lavoro culturale un potente motore di sviluppo economico. Borgna nelle sue conclusioni prova poi a indicare dieci nuovi obiettivi da perseguire, per riprendere il cammino interrotto dopo la pausa della giunta di centro-destra di questi anni. Prefazione di Bertrand Delanoë.

 


“Perchè vivere con un bravo nonno può decidere di una vita” dalla pagina di Avvenire

Oggi nel mondo a ogni secondo che passa si bruciano 250 tonnellate di carbone, 180.000 litri di petrolio e 125.000 metri cubi di gas, che in atmosfera si trasformano in 1.100 tonnellate di CO2. In giro ci sono troppe molecole di CO2, soprattutto. Un atomo di carbonio e due atomi di ossigeno formano una molecola di diossido di carbonio, comunemente detta anidride carbonica, chimicamente CO2. Il carbonio, la base della vita sulla terra. L’ossigeno, che ci fa respirare, che rende possibile la nostra vita basata sul carbonio. L’eccesso di CO2, di questa molecola accumulata nell’atmosfera e prodotta soprattutto dalla combustione di carbone, petrolio e gas, rende più difficile, irrequieta, a volte incandescente, la vita sul pianeta. Abbiamo oggi una mole di dati impressionante e inequivocabile, lo conferma ora anche il Rapporto 2021 dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), il principale organismo internazionale di studio dei mutamenti climatici, sulla responsabilità della specie umana sul cambiamento climatico. Con un agile e necessario pamphlet ambientalista, Gianfranco Bettin ha scritto il più aggiornato “stato dell’arte” sulle cause, le prospettive e le soluzioni circa la fine della nostra era dell’antropocene.


Pubblicata dalla Bancarella del professore

“la cultura non è una cosa ma un modo di fare le cose”
foto tratta dal profilo di Lorenzo Tosa

“Questo è un libro che ci mette in guardia. Ci ricorda che ciò che abbiamo è prezioso, e che a volte diamo per scontato proprio quello a cui teniamo. Quando l’ho riletto da adolescente, ‘Fahrenheit 451’ era diventato un testo sulla libertà, sulla capacità di pensare con la propria testa. Parlava di fare tesoro dei libri e delle voci di dissenso che si esprimevano al loro interno. Di come noi esseri umani cominciamo col mettere al rogo i libri e finiamo col mettere al rogo le persone.” (dalla prefazione di Neil Gaiman)


Genzano di Lucania da ” Paesaggi mozzafiato”

 


 

Della chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza si è detto molto: si è sottolineata soprattutto la sua bizzarria, che i critici hanno ricondotto all’essenza del Barocco, a volte trascurando eventuali nessi che legano tra loro gli elementi caratteristici di questo edificio.  Proprio questa è l’ambizione del lavoro di Ribichini: non accettare la bizzarra ineffabilità di Sant’Ivo, ma indagarne le forme fino a identificarne le ispirazioni primigenie e i legami reciproci.

Così, procedendo per abduzione, Ribichini è arrivato a formulare una tesi: Sant’Ivo rappresenta un poema in pietra dedicato alla Sapienza, dove Borromini avrebbe creato una forma nel binomio fede/ragione, rappresentando architettonicamente l’ascesa per conoscere Dio, all’interno dello spazio sacro di Sant’Ivo (fede), e lasciare all’esterno (gradini) invece il percorso della ascesa filosofica (ragione).

L’indagine analizza i rimandi poetici e letterari di corrispondenze con i testi dell’Aeropagita, di Boezio e principalmente di Dante nella terza cantica.

Una tesi profondamente innovativa rispetto alla critica preesistente, che apre nuovi scenari di ricerca e una nuova visione unitaria e coerente di questo “bizzarro” edificio, a 350 anni dalla morte di Borromini.


 

Dalla pagina di Artdigiland

 

Il sorpasso è un film che ha saputo raccontare, meglio di qualsiasi trattato sociologico o testo storiografico, un momento epocale del nostro paese, quello del boom economico. A sessant’anni di distanza dalla sua prima uscita pubblica e in occasione del centenario della nascita del suo attore protagonista, Vittorio Gassman, questo volume torna a percorrere le strade del film mettendo in evidenza i motivi per i quali è diventato un autentico cult-movie, un caposaldo della cosiddetta Commedia all’italiana, scandagliando ogni aspetto della realizzazione e illustrandone il dietro le quinte attraverso testimonianze inedite di attori e tecnici. I vari saggi collocano il film non solo nell’ambito della grande tradizione del cinema italiano, ma anche nel contesto culturale e sociale che lo ha espresso. Il sorpasso viene interpretato anche come prototipo del road-movie, modello per una lunga filmografia successiva, aperta da Easy Rider, che a tutti gli effetti può essere considerato un suo libero remake. Particolare attenzione viene riservata alla componente musicale, affidata come noto a canzoni di grande successo popolare, canzoni che ancora oggi vengono associate alle immagini del film.  Il sorpasso ha fissato in eterni istanti in bianco e nero una delle estati più promettenti della nostra storia, estate sulla quale, però, già si addensavano le nubi di una stagione diversa, quella che avrebbe portato al lungo autunno degli anni ’70.

 


Foto di Sabrina Rinaldi

Roma. Non solo una città, ma nucleo generatore di miti, luogo che fin dall’antichità ha offerto metafore e modelli alle lotte politiche, ai conflitti religiosi, alle scelte culturali. Dal Medioevo a oggi, Andrea Giardina e André Vauchez raccontano la presenza del mito di Roma all’origine delle idee politiche che ancora animano l’attualità. La concezione universalistica dell’impero medievale e del papato, la difesa delle libertà cittadine e dei valori dell’autogoverno, l’immagine trionfante della Rivoluzione francese e la vocazione scenografica del fascismo sono le principali tributarie del mito di Roma, così come lo sono stati tutti quei movimenti che, dalla Riforma protestante ai nazionalismi ottocenteschi e al nazismo, si sono riconosciuti in un’identità ‘antiromana’. Fra riabilitazioni e cadute, fra entusiastiche adesioni e drastici rifiuti, il mito di Roma continua a vivere un destino alterno, nelle cui pieghe corre la strada maestra della nostra storia.

 


Foto di Giulio D’Ercole

 


 

Secondo Plinio il Vecchio, se la vitalitas dell’uomo risiede nelle ginocchia, la memoria risiede «nell’orecchio». Relegare questa affermazione nello sgabuzzino delle curiosità sarebbe un errore. «La memoria dell’orecchio» infatti ha l’immediato potere di svelarci uno dei fattori determinanti nella formazione della cultura romana, la parola parlata. I Romani cioè, e molte altre testimonianze ce lo confermano, sono ancora consapevoli del fatto che i costumi, le norme, i rituali, il ricordo del passato si tramandano (e si ricostruiscono) per via aurale. Come recita un proverbio ghanese «le cose antiche stanno nell’orecchio». A Roma non solo la produzione letteraria, ma anche il diritto, la pratica dello ius, viveva di «parola parlata», tanto che ai caratteri dell’alfabeto essa oppose spesso un’abile resistenza. E che dire del destino, concepito non come una «porzione» di vita (móira), alla maniera dei Greci, ma come una «parola», fatum, pronunziata dall’una o l’altra divinità? Perfino la norma indiscutibile e suprema che regolava il giusto e l’ingiusto, il lecito e l’illecito, ossia il fas, traeva origine da questa sfera: fas est, celebre e solenne locuzione romana, altro non significava se non «è parola che», proprio come molti secoli dopo si dirà «sta scritto che». Anche a Roma, però, la parola è soprattutto un evento sonoro. Come rivela la meravigliosa tessitura di «armonie foniche» che avvolgeva gli enunciati della produzione poetica, religiosa e giuridica di Roma arcaica: «armonie foniche», cosí le definí il grande Ferdinand de Saussure, che fu tra i primi ad appassionarsene.

«Tirando le orecchie a qualcuno si può dunque rammentargli di comportarsi da filosofo, ovvero, forse ancora piú saggiamente, di godersi la vita: come nel caso della Morte che viene a “tirarci le orecchie” dicendo “vivete, sto per arrivare!”. Toccare le orecchie, tirarle, costituiva insomma la traduzione gestuale dell’admonere, del “far ricordare”. Di questo gesto rammemorativo possediamo anche rappresentazioni visive, come il grazioso cammeo che reca incisi un orecchio e una mano che con due dita ne stringe il lobo: la scritta che accompagna l’immagine recita in greco mnemóneue, “ricordati”».


Avvenire.it

 

“Immaginate di tornare un giorno a casa vostra e di trovare un costruttore legato alla mafia lì davanti. Immaginate che vi dica che quella non è casa vostra, ma sua. E che, qualche anno dopo, ve la danneggi gravemente per costruirci accanto un palazzo più grande. E immaginate di dover aspettare trent’anni prima che un tribunale italiano vi dia ragione. Immaginate che, dopo tutto questo tempo, vi riconoscano un compenso per i danni, che però nessuno vi pagherà mai dato che il costruttore nel frattempo è stato condannato perché legato alla mafia e lo Stato gli ha sequestrato tutto. E ancora, immaginate che di quella somma, che non riceverete mai, l’Agenzia delle entrate vi chieda il 3 per cento. Questo è quello che, più o meno, è successo a Maria Rosa e Savina Pilliu. E diciamo ‘più o meno’, perché in trent’anni, in realtà, è successo questo e molto altro. Intorno al palazzo abusivo si aggireranno vari personaggi: mafiosi eccellenti, assessori corrotti, killer latitanti, avvocati illustri, istituzioni pavide, vittime di lupare bianche, anonimi intimidatori e banchieri generosi. E poi ci mettiamo anche noi due che, venuti a conoscenza della vicenda, abbiamo deciso di scrivere questo libro. La nostra intenzione è cambiare il finale di questa storia, con l’aiuto di tutti. Raggiungendo tre obiettivi. Il primo: attraverso la vendita di questo libro raccogliere la cifra necessaria per pagare quel famoso 3 per cento dell’Agenzia delle entrate. Il secondo: far avere lo status di ‘vittime di mafia’ alle sorelle Pilliu. Il terzo: ristrutturare le palazzine semidistrutte e concederne l’uso a un’associazione antimafia. ‘Io posso’ è una sorta di mantra a Palermo. Non importa cosa dice la regola, perché tanto ‘Io posso’. Le regole valgono solo per gli stupidi. ‘Io posso’ sottintende sempre: ‘E tu no’. Ecco, a noi piace molto questa frase. La gridiamo a gran voce ma con un senso opposto. Io posso e tu no perché io sono lo Stato e tu no.”


 

 

 

 

 

 

 

Shira Barzilay

 

 

Perché dopo tanti anni si parla ancora di Anna Magnani? Perché è stata l’attrice simbolo del cinema italiano del dopoguerra, il cinema della ricostruzione e del riscatto, e una delle più grandi attrici di tutti i tempi, capace di comicità sfrenata e di profonda drammaticità. Di lei gli italiani, da più di cinquant’anni, hanno nella mente, negli occhi e nel cuore quella corsa disperata dietro il camion tedesco che metteva la parola fine al suo più grande personaggio, ma anche la sua risata ora irridente, ora canzonatoria, ora gioiosa: la risata di Nannarella. Questa biografia – già uscita nel 1981, ora riveduta e integrata da nuovi documenti e testimonianze – narra i suoi amori drammatici, esclusivi, travolgenti; i suoi dolori laceranti, le sue gioie sfrenate, le sue improvvise voglie di giocare e il suo drammatico disincanto.


Foto di Livia Cannella

Allora partiamo da dove tutto è cominciato. Dal Tevere. E iniziamo a camminare. Ecco che quegli stessi luoghi che percorriamo distrattamente ci mostreranno un volto diverso e nuovo. Ci accorgeremo delle infinite stratificazioni di questa città; dei millenni di cultura, potere e bellezza che si sono succeduti sovrapponendosi e mai elidendosi. Per non perderci, la nostra guida ha organizzato 18 itinerari a tema che ci permetteranno ogni volta di scoprire un aspetto diverso magari proprio là dove non saremmo mai andati. Così percorreremo la via Tuscolana per conoscere gli acquedotti che la attraversano e le scenografie romane negli Studi di Cinecittà, oppure risaliremo gli ultimi chilometri della via Francigena per ritrovare i panorami che per secoli i pellegrini ammiravano al termine del loro viaggio o, ancora, visiteremo i Fori per scoprire i luoghi della politica della Roma antica. Riusciremo perfino ad arrivare al mare sulle nostre gambe! Attraversare Roma sarà una magnifica esperienza, perché nessuna come lei accoglie chi vuole conoscerla davvero.


 


La “Storia di Primavalle” inizia milioni di anni fa quando il territorio è ancora sommerso dalle acque del mare Tirreno e il Soratte emerge quale isola all’orizzonte. L’innalzarsi delle prime alture, da Monte  Mario ai monti vaticani, e la formazione di numerosi corsi d’acqua che scorrono da est verso il mare cominciano a formare piccole valli e altipiani modellando in modo caratteristico questa parte della città. In età storica è la magnifica città etrusca di Veio a dominare incontrastata la zona grazie alla costruzione di una serie di antiche vie difese da centri fortificati e punteggiate di villaggi, come i celebri Septem Pagi. Veio, che vuole arrivare al mare per impadronirsi delle Saline di Fiumicino, entra ben presto in conflitto con una potenza nascente: Roma. Sarà Romolo, il primo re, a iniziare una guerra contro gli Etruschi che si prolungherà per secoli sino alla definitiva vittoria romana del 396 a.C. a opera di Furio Camillo.


Parco della Musica Foto di Alessandro Chiacchiararelli

 

A ventinove anni Antonio Megalizzi, «il Mega» per gli amici, si batteva per unire le due grandi passioni della sua vita, l’Europa e il giornalismo, mettendo nel lavoro tutto il suo contagioso entusiasmo. Quel sogno si è spento il 14 dicembre 2018, pochi giorni dopo la strage di Strasburgo in cui Antonio era stato colpito dai proiettili di un estremista. Non si è spenta però la sua memoria di ragazzo vitale, un «trentino di sangue calabrese», dolce e ironico con passioni intense: la famiglia, l’amore per la «sua» Luana, ma anche la radio, i tanti progetti, la passione per la conoscenza e la scrittura. La sua era una forma sempre vivace di partecipazione: i suoi scritti erano pungenti e precisi e non si è mai tirato indietro quando si trattava di criticare i comportamenti scomposti dei nostri rappresentanti politici. A raccontarci la sua storia, a un anno dalla scomparsa, è Paolo Borrometi, come lui giovane giornalista animato da forte spirito civile, che raccoglie in questo libro gli scritti di Antonio e le testimonianze dei genitori, della sorella, della fidanzata e degli amici, per continuare a far vivere le sue passioni e l’esempio ideale di un giovane europeo. Una storia inedita che è anche un manifesto dell’impegno sociale e democratico al di là di ogni muro.


Capitello sulla via Appia a Capua, foto di Giulio Ielardi

 


 

Le fotografie di Giulio Ielardi, in cammino sulla via Appia da Roma a Brindisi, documentano e interpretano con lo sguardo della fotografia autoriale i paesaggi attraversati. La sua ricerca del rapporto tra le tracce del passato e le forme del presente, è un invito a percorrere quei luoghi autentici e carichi di suggestioni. Il percorso artistico è preceduto da una ricca sezione di contributi multidisciplinari che sintetizza l’analisi del paesaggio della Regina Viarum e delinea le prospettive di sviluppo che il Parco Archeologico dell’Appia Antica intende perseguire nel suo ruolo istituzionale di coordinamento della valorizzazione della consolare da Roma a Brindisi. A supporto di queste linee di indirizzo, sono presentate alcune significative esperienze locali in corso. Completa il volume il diario di viaggio “social” del fotografo, introdotto da un saggio sul valore e sulle tendenze delle strategie di comunicazione per la promozione dei paesaggi e dei cammini.

 


Sant’Ivo alla Sapienza, foto di Aldo Fabri

 


 

 

Tre sono le strade che più delle altre hanno scandito la conquista e il controllo della penisola da parte di Roma: l’Appia, la Flaminia e l’Emilia, vie consolari sorte nell’arco di 125 densissimi anni. Inizialmente, progettando l’Appia, Roma si propose di difendere la «prima Italia», il versante tirrenico raccolto intorno all’Urbe. La Flaminia, via militaris per eccellenza, permise poi di tener separati i principali nemici, i Galli e i Sanniti, consentendo di disporre da mare a mare una fascia di territorio fedele alla res publica. L’Emilia (187 a.C.), infine rappresentò per molto tempo la chiusura a settentrione dell’Italia politica legata a Roma, prefigurando il modello di limes destinato a divenire canonico lungo le frontiere presidiate del suo futuro impero mondiale, dalla Britannia all’Eufrate. Un itinerario da percorrere cercandone per ognuna anima e vocazione.

 


Palazzo delle Poste di Libera e De Renzi, foto di Marco Gentili

Quella del fabbro ferraio è una grande tradizione artigianale. Il volume illustra il tema delle cancellate romane setteottocentesche, fra le quali emergono i monumentali sistemi di chiusura e protezione dei portici delle basiliche urbane (Santa Maria Maggiore, San Giovanni in Laterano o Santa Croce in Gerusalemme) nel XVIII secolo, e quelli collocati a ridosso delle facciate delle chiese o nei grandi parchi cittadini, nel XIX secolo. La parte grafica del volume è molto consistente e raccoglie i disegni, d’insieme e di dettaglio, di cancelli e cancellate romane relativi al periodo in esame, esteso fino alla prima metà del Novecento. Disegni di progetto e, in molti casi, di rilievo appositamente eseguiti. Non si tratta di un repertorio esaustivo delle cancellate romane (se ne prendono in esame 150), ma il tema viene inquadrato con una selezione di casi rilevanti. Vengono messi in evidenza le origini, gli sviluppi, i rapporti con altri Paesi (Francia e Inghilterra in primo luogo) le novità tecniche e produttive, fino a quelle legate alla nascente industria del ferro, dell’acciaio e della ghisa (tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, quando la produzione dei ‘ferrari’ romani si modifica radicalmente).

 


 

Spiragli di luce di Fausto Corini

 

 

Sono molteplici e in apparenza contraddittorie le immagini in bianco e nero di Roma che Ludovico Quaroni ha raccolto in giro per la città eterna. Il barocco convive con le baracche, l’esplosione della civiltà dei consumi – l’Italia del boom economico – non cancella le tracce di una città che sembra uscita da un film di Vittorio De Sica o Roberto Rossellini. E poi le fontane di Roma e le sponde del Tevere, la Rinascente di Franco Albini e Castel Sant’Angelo, l’EUR e il Vaticano, fino al mercato di piazza Vittorio e all’Appia Antica. Stratificazioni di civiltà che si intrecciano, e in mezzo il popolo di Roma in apparenza indifferente allo scorrere dei secoli. L’occhio dell’architetto dà vita a un libro inedito e sorprendente che può essere anche considerato – questo il filo rosso – un atto di amore nei confronti della città che gli ha dato i natali. Un testo dello scrittore Francesco Pecoraro, allievo di Quaroni, rende omaggio alla Roma del grande architetto

 


Foto del 1949 di Herbert List, pubblicata da Fausto Corini

Il GRAB è l’anello ciclabile urbano più lungo al mondo e al contempo un viaggio di scoperta, un’avvincente lezione itinerante di storia. Da una strada di 2300 anni fa – l’Appia Antica – attraverso un anello ciclopedonale di 44,2 km, il GRAB arriva alle architetture contemporanee del MAXXI di Zaha Hadid e alla Street art del Quadraro e di Torpignattara. Unisce tra loro Colosseo, Circo Massimo, Caracalla, San Pietro e Vaticano, GNAM, parchi e paesaggi agrari eccezionali e inaspettati (Caffarella e Acquedotti), ville storiche (Villa Ada, Villa Borghese, Villa Gordiani), percorsi fluviali di Tevere, Aniene e Aimone. L’itinerario si sviluppa completamente all’interno della città di Roma. Il percorso qui proposto comincia con l’anello del GRAB suddiviso in quattro tratti e poi offre altri undici itinerari che partono dalla ciclovia per un totale di 177 km lungo vie pedonali e ciclabili, parchi, aree verdi e argini fluviali.

 


Foto di Waldemar Walczar

A quarant’anni dalla morte di Pasolini, questo libro ripercorre le tappe più significative del suo percorso artistico e professionale. Attraverso il rapporto con la città di Roma e soprattutto con il quartiere di Monteverde, a contatto con personalità come Attilio Bertolucci e suo figlio Bernardo, Gadda e Caproni, il poeta indagò il dramma delle mutazioni antropologiche e culturali che stavano attraversando la società italiana. Eppure anche attraverso il linguaggio poetico di un solo verso, “un giorno nei secoli tornerà aprile”, Pasolini evoca la sua disperata speranza, il desiderio struggente del ritorno di una luce.

 


foto di Michael Schild del gruppo FB del Bauhaus

 

Pur se interrotto dalla vittoria del centro-destra alle elezioni comunali dello scorso aprile, il ciclo riformatore delle giunte Rutelli e Veltroni ha saputo restituire a Roma, negli ultimi quindici anni, un prestigio da vera capitale e ha lasciato in alcuni campi, come quello della cultura, un bilancio largamente positivo, un «capitale» da difendere e sviluppare. Questo perché, senza più cadere nella trappola della contrapposizione tra «effimero» e «permanente», le giunte di centro-sinistra sono riuscite a promuovere una grande stagione culturale, ma soprattutto a realizzare quegli spazi e quelle strutture di cui la città aveva bisogno. Il volume analizza a fondo per la prima volta il segreto di questo successo, le strategie che lo hanno ispirato, le scelte che lo hanno orientato, descrivendo punto per punto le novità che l’hanno reso possibile: l’Auditorium di Renzo Piano, la rivoluzione nella gestione dei musei, la creazione di un nuovo sistema espositivo, la rinascita delle biblioteche, il sistema delle «case» (delle letterature, del cinema, del jazz, dei teatri, della memoria ecc.). E ancora: la film commission, la riapertura delle sale cinematografiche, i teatri di cintura. Tutto questo grazie anche a un diverso rapporto tra pubblico e privato, che è andato ben oltre le norme pur innovative introdotte in precedenza dalla legge Ronchey. Queste iniziative hanno suscitato il consenso dei romani e dei turisti, dimostrando, se ce ne fosse ancora bisogno, che la cultura, oltre a essere un grande valore in sé, può anche rivelarsi un formidabile volano di crescita economica.


Foto di Laura Ricci

 

A differenza di tanta letteratura esistente sul teatro, questo volume tratta l’argomento nel senso architettonico del termine: partendo dal Cinquecento fino al presente, analizza la spazialità delle sale romane e ne ricostruisce alcuni esempi con modelli tridimensionali ottenuti con l’ausilio scientifico dei tanti documenti inediti consultati negli archivi romani. Nell’evidenziare la distribuzione delle sale teatrali nel tessuto urbano, il libro ci accompagna in un viaggio temporale lungo le vie e nelle piazze di Roma alla ricerca delle tracce delle feste popolari che animavano la città già nel XVI secolo, attraverso le stanze dei palazzi nobiliari in cui avevano luogo gli spettacoli e i concerti dedicati esclusivamente ai nobili, fino alle cantine e ai teatri off degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso dove si sperimentavano nuovi linguaggi. Il volume si conclude con l’analisi della contemporaneità caratterizzata dal fenomeno del riuso di spazi abbandonati e dalla creazione di teatri tecnologici.

 


L’aggettivo smart è la quintessenza dell’era digitale in cui viviamo, che ha promesso così tanto ma mantenuto così poco. Tutto sembra essere “intelligente”, dagli spazzolini da denti fino alle città, quelle smart city che nell’ultimo decennio hanno conquistato l’immaginario collettivo e plasmato il lavoro di urbanisti, funzionari, politici e intere industrie. Sono però molte anche le critiche: lo scollegamento con i problemi reali della gente, la ricerca tecnocratica del dominio sulla nostra vita urbana, l’ossessione per la sorveglianza e il controllo, l’incapacità di pensare in modi che mettano i cittadini (invece che le aziende o gli urbanisti) al centro del processo di sviluppo. Questo saggio analizza alcune delle critiche alle smart city, studiando le connessioni tra le infrastrutture digitali che hanno riplasmato il paesaggio tecnologico delle città e i programmi politici ed economici che queste hanno intrapreso o potrebbero intraprendere a breve.


Trastevere (Aldo Balducci)

 

 

Mescolando storia delle sottoculture, psicogeografia e romanzo di formazione, e annaffiando il tutto di scienza alchemica e fantahorror lovecraftiano, Remoria è una lunga lettera d’amore che dalla Centocelle del coatto sintetico Ranxerox viene indirizzata a tutte le periferie del pianeta, nel tentativo di far riemergere la città che potrebbe essere e che (ancora) non è.

Remoria è la città nata dal rovesciamento del mito fondativo di Roma, una città ombra, fantasma, decentrata, in cui si rovesciano i rapporti di forza della città ufficiale. L’autore la definisce «una sorta di antitopia, di città che nega se stessa e così facendo inverte non solo il corso della storia, ma i significati che a quella storia hanno dato forma». Remoria è una città irreale eppure concreta, si manifesta nelle distese di case condonate, nei quartieri funestati dal dubbio gusto dell’edilizia popolare, nel groviglio di strade e sopraelevate, nei cumuli di monnezza venerati come idoli della periferia, fra i campi rom e le baracche di lamiera. Mattioli chiama questo sistema complesso «borgatasfera», l’intersezione fra le borgate romane e le diverse zone grigie nell’urbanistica della città, crasi di inorganico – cemento, amianto, legno – e organico – la variegata umanità che abita la borgatasfera.

 


Roma agosto 1944 foto pubblicata da Fausto Corini


Questo libro scopre che mondi apparentemente lontani come quello dell’arte e quello delle assicurazioni sono invece sorprendentemente vicini. Un collezionista, un professionista dell’arte, un assicuratore, troverà un percorso che permetterà di scoprire come le buone pratiche assicurative possano coincidere con le buone pratiche per la prevenzione dei rischi cui sono sottoposte le opere d’arte. Perché gli interessi economici ed estetici possono trovare un fertile terreno comune quando si comprende come ognuno di noi può contribuire, con gesti semplici ma ragionati, alla protezione della nostra inestimabile eredità culturale.

 

 


 

 

Binari al Pantheon di Claudio Granato in Foto Romane e Laziali

 

Pur trascorsi centocinquant’anni dalla “breccia di Porta Pia”, la questione di Roma, quale Capitale dell’Italia unita, rimane attualissima. Una città che vive una pluralità di identità, essendo sede del Vaticano, dei massimi organi costituzionali italiani, di importanti organismi internazionali; una città che vive tutte le contraddizioni dei moderni agglomerati metropolitani, altamente popolati, connessi strettamente con ampie aree periferiche, con servizi pubblici (dalla sanità ai trasporti) tarati per il fabbisogno di una popolazione ben più ampia di quella residente. È chiaro come il governo di questo complesso sistema debba essere dotato di strumenti ordinamentali, amministrativi e giuridici, ma anche finanziari e urbanistici, speciali e adeguati. Il presente volume si pone proprio l’obiettivo di riaprire un dibattito organico sulla città, interpellando accademici con le più diverse competenze (giuristi, storici, economisti, urbanisti), proprio al fine di immaginare un progetto di sviluppo a lungo termine che riesca a tenere insieme capacità e contraddizioni di Roma.


“L’Unione europea non è un incidente della Storia” evviva!
Foto dall’archivio del Parlamento Europeo


 

Roma, Covid e altre disavventure 2019-20-21. Un libro di cronache e commenti sugli eventi romani, e non solo, nell’Annus Horribilis del Covid.

 


Angeli senza saperlo a Piazza San Pietro di Simona Negro in Foto Romane e Laziali.


Bambini al Balloon Museum da Funweek

 


I trent’anni che hanno precipitato Roma nel baratro e proiettato Milano nel firmamento. La ricostruzione del graduale spostamento di risorse, funzioni e leadership dalla Città eterna al capoluogo lombardo, dalla legge sugli “Interventi per Roma Capitale della Repubblica” del 1990 al “Patto per Milano” del 2016. Un punto di vista inedito, ma solidamente ancorato ai fatti. Un libro ruvido, a tratti intenzionalmente provocatorio, che potrà offrire un utile contributo al dibattito sul ruolo e sul futuro di Roma.

 


La foto della setttimana

A Roma con Livia Cannella


Prendendo le mosse da un delitto rimasto insoluto per un paradossale eccesso di possibili piste, affidandosi all’istinto e al rigore del grande cronista, Antonio Talia percorre in lungo e in largo la città e il suo hinterland, raccogliendo una prodigiosa quantità di fatti e fattacci, storie e personaggi. E ci racconta una Milano inedita nella quale convergono e agiscono vecchie bande locali e ’ndrine, artisti del riciclaggio e immobiliaristi senza scrupoli, piccoli trafficanti e sopravvissuti di Tangentopoli. Tutti accomunati da un unico Dio: il denaro, e il riconoscimento sociale che porta con sé.

Negli anni Dieci del nuovo millennio, in controtendenza con il resto d’Italia, Milano ha sprigionato al massimo la sua vocazione mercantile vecchia di secoli: nel quinquennio 2014-2019 il Pil milanese è cresciuto del 9,7%, rispetto al 4,6% nazionale, e la città rientrava sistematicamente nelle classifiche sulle global cities stilate dai quotidiani finanziari internazionali, attirando più di un terzo di tutti gli investimenti diretti dall’estero verso l’Italia. Ma Milano non è solo la città più ricca d’Italia: è anche la città dove il denaro circola più velocemente, come una corrente sotterranea della quale spesso sembra impossibile rintracciare l’origine. È una città di fiumi interrati e pozzi neri, corsi d’acqua sepolti sotto strade e palazzi, e adesso che il Coronavirus si è abbattuto su Milano come l’anomalia definitiva, i flussi di denaro sepolti rischiano di esondare, rivelando collegamenti inediti, affiliazioni sospette e, spesso se non sempre, una contiguità preoccupante tra economia e crimine.

 


La foto della setttimana

La foto della setttimana

 


La foto della setttimana

 


 

 

Il volume vuole essere, oltre che il resoconto dei risultati della ricerca effettuata dalla Fondazione “San Camillo – Forlanini” in collaborazione con altre importanti Istituzioni, un breve excursus su quella che, nell’ultimo secolo, è stata la variazione nella composizione demografica della popolazione italiana e sulle inevitabili conseguenze che ne sono scaturite. Il cambiamento demografico, che ha comportato considerevoli evoluzioni strutturali e sociali, ha interessato tutta la popolazione mondiale, è stato più rapido nei paesi industrializzati ed è ancora in fieri nelle zone in via di sviluppo. La diminuzione della natalità, l’allungamento della vita media e dell’aspettativa di vita, l’aumento del numero dei centenari a livello globale, la generazione dei “baby-boomers”, possibili centenari di domani, sono solo alcune delle espressioni più eclatanti del cambiamento demografico in atto. Dai risultati della ricerca emerge un profilo del “centenario” di oggi caratterizzato da una solidità di salute e di tempra caratteriale che ne hanno verosimilmente favorito la lunga vita.

 

 


La foto della setttimana
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Roma in «confusione». Rapporto sui luoghi storici della cultura: Ci si può anche sentire in dovere ad un certo punto didire le cose come stanno. Raccontare come le si scorgono dal difficile esperimento quotidiano a cui ci costringe una città arrivata alle porte del disastro. Roma è in crisi!

 

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Un saggio che per la prima volta affronta la crisi che attanaglia la citta` eterna con metodologie innovative per la politica romana in grado di svegliare il gigante che dorme da oltre un decennio. Scrive Innocenzo Cipolletta nella prefazione: “Cipollini avanza diverse critiche a quello che oggi è Roma, ma sa che questa città non ha solo una grande storia ma anche un grande futuro che aspetta solo di essere avviato. Come? Cipollini risponde con un approccio che coniughi la politica con il management. Lascio volentieri al lettore di scoprire cosa si intende per un mix tra politica e management, ricordando che Cipollini è un esperto di management e, con generosità, ha riversato questa esperienza nelle problematiche di gestione di una città”. L’autore nel libro esplora e approfondisce la conoscenza della situazione attuale, propone tecniche per affrontare la complessità della città e individua le priorità da cui ripartire per fare di Roma una capitale moderna. Un nuovo sistema di governo per superare i vecchi approcci che non sono piu` in grado di cambiare il volto della citta` e le sue varie realtà sociali ed economiche. Con il coraggio e la responsabilità del cambiamento e l’obiettivo del bene comune.

 

 

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Roma è una capitale con un modesto peso demografico, ma al suo interno racchiude un grande «caleidoscopio urbano»: può capitare che una strada divida mondi diversi per estetica, composizione sociale, qualità della vita. Questa diversità è frutto della sua impetuosa crescita negli ultimi 150 anni, una crescita che non poteva generare un territorio urbano omogeneo e uniforme: quella che continuiamo a chiamare Roma è divenuta ormai una grande area metropolitana, dalla costa del Tirreno fino ai primi rilievi appenninici, e al suo interno ha visto svilupparsi e prendere forma altre città. Sulla base di dati aggiornati – economici, urbanistici, demografici, e relativi a infrastrutture e servizi – gli autori proseguono il lavoro di ricerca e mappatura della capitale che ha preso avvio con “Le mappe della disuguaglianza”: una ricognizione accurata della realtà romana, che ha consentito di delineare sette «città nella città», con caratteristiche simili, per composizione dei nuclei familiari, livelli di istruzione, tipologie occupazionali, dotazioni urbane, preferenze politiche. Con un capitolo su Roma in tempo di pandemia.

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È stato il «miglior sindaco di Roma». Eppure la sua storia è pressoché sconosciuta, come la grande stagione capitolina di cui fu protagonista. Il racconto di una figura controversa, di un irregolare in una straordinaria fase di vita del paese.

«In sei anni Nathan cambiò la capitale e inventò un modello fruibile per la Roma che verrà, per altre città, persino per chi sia chiamato a governare un paese. Ma è un modello rimasto confinato nel mito, nessuno lo ha ripreso. Perché?»Nathan era diventato sindaco di Roma nelle ultime settimane del 1907, alla guida di una coalizione diversa da quelle del passato, che metteva assieme liberali e repubblicani, radicali e socialisti. Eccentrico signore di sessantadue anni, allora si conosceva di lui soltanto l’essenziale: anticlericale, ebreo, repubblicano, nato a Londra ed estraneo agli interessi vivi che si muovevano in città. Non era iscritto a nessun partito e si era presentato all’appuntamento elettorale con un atteggiamento antidemagogico: sostenendo di essere pronto ad «accettare suffragi ma non a cercarli». La Giunta Nathan in sei anni cambiò il volto della capitale. Portò idee e idealità: la scuola laica e per tutti; la lotta ai monopoli e alla rendita; servizi pubblici efficienti e tecnologicamente all’avanguardia, capaci di fare concorrenza all’impresa privata; la partecipazione dei cittadini alle scelte; il rispetto delle regole. Molte le intuizioni e le anticipazioni: la denuncia contro gli amministratori incompetenti suggeriti dai partiti; il primato della politica sullo strapotere della burocrazia capitolina; l’appoggio a intellettuali anticonformisti e innovatori come Maria Montessori. Fabio Martini ripercorre la storia di quegli anni e indaga le tante lezioni offerte dal «sindaco straniero» per comprenderne appieno la figura di amministratore illuminato, fautore di una grande stagione riformatrice, di un modello di governo che, a distanza di decenni, offre suggestioni ed esempi di evidente attualità, ben oltre la realtà romana. Tra l’interesse acceso ma intermittente delle élite intellettuali e l’enfasi celebrativa ma poco emulativa della politica, un interrogativo rimane: perché Nathan non fece scuola?

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C’è una fotografia che tutti conoscono perché è scolpita nell’immaginario collettivo, anche se proviene da un mondo che non esiste più, ma che esprime i valori ancora oggi fondamentali.

Il 4 luglio 1952, sul passo del Galibier, durante una tappe più dure del Tour de France, Fausto Coppi è in maglia gialla, con lui c’è l’eterno rivale: Gino Bartali. Il fotografo immortala il passaggio di una bottiglia, per tutti poi diventata una borraccia. Ancora oggi si discute su chi dei due abbia passato l’acqua all’altro.

Ma è una curiosità che ha valore per la cronaca. Perché la solidarietà è un atto naturale per chi è abituato a faticare sulle due ruote, condividendo quello sforzo con tutti gli altri, avversari compresi – che si devono sconfiggere, ma solo se ad armi pari.

Bartali e Coppi rappresentavano due Italie diverse e contrapposte. Ginettaccio era il simbolo di un Paese sul viale del tramonto, agricolo e conservatore, ispirato al cattolicesimo, che si confrontava con il modernismo incarnato dal Campionissimo: nell’Italia dei primi anni Cinquanta, Coppi incarnava il progresso, le novità, l’anticonformismo, persino una sfida al moralismo del tempo, con il suo amore per la misteriosa «dama bianca».

Due Italie che si affrontavano nella storia di ogni giorno e sulle strade bianche e polverose delle corse, sulle quali si riversavano, ieri come oggi, grandi masse di tifosi. Due Italie pronte a darsi una mano, a lavorare insieme per rimettere in piedi un Paese uscito in ginocchio dalla guerra.

Di lì a poco il miracolo economico avrebbe portato l’Italia tra le grandi potenze economiche mondiali. La bicicletta diventa anch’essa strumento di quel miracolo, facendo convivere la destra e la sinistra, incarnando un grande mezzo di liberazione della donna e della classe lavoratrice, un veicolo di libertà, sintesi perfetta tra e tradizione, per muoversi senza alcun vincolo tecnologia.

Oggi le Italie sono più di quelle due, la realtà è molto meno coesa, divisa e parcellizzata in una miriade di microcosmi costruiti attorno a rendite di posizioni e interessi particolari che faticano a trovare un terreno comune.

La pandemia da Covid-19 impone, ora più che mai, di ritrovare quell’unità che, pur nella diversità, ha portato alla ricostruzione e al miracolo degli anni Cinquanta-Sessanta. Oggi c’è di nuovo un Paese e un’economia da rimettere in piedi: quel miracolo è da ripetere con il contributo di ciascuno. È in arrivo un fiume di fondi senza precedenti, che riporta alla memoria il Piano Marshall, ma che non è nemmeno comparabile con quello per numeri in campo.

Una ricostruzione che ruota attorno ai temi della trasformazione digitale e della sostenibilità, le due chiavi di accesso al futuro. Anche oggi la vecchia bicicletta può giocare un ruolo primario nel new normal, perché incarna valori che guardano al futuro, sempre all’incrocio tra tecnologia e tradizione, tra libertà e sostenibilità, candidandosi a fare da volano del ripensamento dell’organizzazione urbana così come di una diversa valorizzazione dei territori.

La bicicletta ha alle spalle una lunga storia. Il 26 giugno 1819 Denis Johnson deposita il primo brevetto su un veicolo a due ruote, con una sella imbottita e un manubrio per dirigere il movimento, ma ancora privo di pedali e freni. L’aveva chiamatohobbyhorse o dandyhorse, ma aveva di fatto importato in Inghilterra la draisienne, la macchina da corsa che aveva preso il nome da Karl Drais – per essere precisi Karl Friedrich Christian Ludwig von Drais de Sauerbrun, prima che rinunciasse al titolo nobiliare – il quale aveva dato vita a un «cavallo meccanico» che affondava le sue radici addirittura in qualche studio leonardesco. C’erano già state prove su strada e qualche gara.

Quel giorno viene considerato come la data di nascita della bicicletta come la intendiamo nell’era moderna. Due dopo si è trasformata, ma è rimasta sempre fedele a se stessa: due ruote, un manubrio per indirizzarla, due pedali per farla correre e una catena per trasmettere il movimento. Una macchina antica ma moderna e perfetta, che si è evoluta con il cambio, con i nuovi materiali, con le forme più sofisticate e aerodinamiche, che ha saputo reinventarsi senza però mai snaturarsi.

Da questa storia lunga due secoli nasce una grande proiezione sul futuro. Ancora oggi le due ruote si ripropongono come simbolo di una modernità che si manifesta come una «piattaforma» in grado di diventare fulcro vitale di tante economie diverse.

C’è l’innovazione tecnologica che rende più efficiente e sicura, a partire dalla rivoluzione dell’e-bike che sta conquistando una larghissima fascia di pubblico nuovo; e c’è la grande tradizione di una scuola italiana di artigiani, che hanno saputo portare nel mondo il connubio tra la grande capacità tecnica e la creatività estetica che tutti ci invidiano.

La bici interpreta il ruolo di mezzo perfetto per riportare la mobilità urbana nella direzione della velocità lenta, della sostenibilità e della flessibilità; un mezzo che si candida uno strumento principe per la logistica urbana di un’economia spinta dalle smart city e stimolata dalle tecnologie digitali. Due ruote per scuotere la pigrizia di chi, riprendendo a pedalare, aiuterà la sua salute, il clima, l’ambiente.

Oggi abbiamo anche la possibilità di generare un’economia della «lentezza dolce» della pedalata, in grado di valorizzare la ricchezza culturale, artistica ed enogastronomica di un Paese dai mille campanili, ciascuno con altrettante splendide storie da raccontare. Senza dimenticare il benessere e la serenità cadenzati dai pedali e il grande potenziale da mettere in sella persone che avevano smarrito la strada maestra verso una migliore qualità della vita.

La bici sarà sempre più il volano di una cultura e di un’educazione civica alla portata di tutti, capace di dar vita a una partitura all’insegna della libertà e della creatività, della riconquista dello spazio usurpato dai veicoli a motore e delle relazioni umane , troppo spesso azzerate dalla comunicazione ubiqua digitale.

Tutto questo va a comporre l ‘«economia della bicicletta», che è fatta di tante «economie», di diversi valori e differenti potenzialità, ma che possono nascere da questa piattaforma a due ruote: una che non dimostra i suoi 200 anni di vita, ma che anzi ha saputo viaggiare al passo con i tempi e oggi sta vivendo una seconda giovinezza che la proietta verso un futuro pieno di opportunità.

Qualcuno ha provato a fare i calcoli dei diversi tasselli che compongono questa bikeconomy. La Federazione ciclistica europea (European Cyclists ‘Federation, ECF) ha stimato un valore complessivo di oltre 510 miliardi di euro l’anno nell’intero continente. È una cifra esagerata? È un valore sottostimato? Come spesso succede quando si parla di economia, i numeri non sempre possono essere verificati al centesimo.

Ma, come dimostriamo nel viaggio in cui vi condurremo nelle pagine che seguono, le due ruote hanno svariate sfaccettature, che fanno germogliare nuovi mondi e nuove realtà. La creatività e l’innovazione sono l’unico confine di quella macchina perfetta in grado di diventare leva moltiplicatrice dello sviluppo, soprattutto per un Paese come il nostro che è stato la culla della bicicletta e che deve ritornare leader per spingerla verso un futuro sano e positivo.

La bicicletta può generare l’opportunità di riscoprire il mondo e le persone, la comunità e la solidarietà, attivando un’economia che può costituire un’asse portante della sostenibilità del futuro. In Italia e in tutto il mondo le due ruote possono diventare il simbolo della nuova normalità che nascerà una volta che l’emergenza epidemica sarà solo un brutto ricordo.

Proprio per questo, il viaggio che ci apprestiamo a compiere rappresenta un nuovo inizio, un punto zero da cui ripartire per trasformare le nostre città e per ripensare radicalmente le nostre abitudini e il nostro futuro. Il  Capitolo 0 che apre il libro è la prima tappa di questo viaggio.

 

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Visioneroma non concorda su certi giudizi, ma complessivamente è un lavoro interessante e utile a “capire” la nostra città

 

Che fine farà la capitale d’Italia? Il destino di Roma non riguarda soltanto chi la abita o la attraversa. La storia della città per antonomasia è anche la storia di una città qualunque, sconosciuta e ingovernata. Un saggio, reportage, pamphlet, denuncia, memoir, romanzo di formazione. Scritto da chi Roma la vive tutti i giorni, con l’ambizione di reinventarla e riscattare gli anni bui della corruzione, della cupidigia e della guerra contro i poveri e contro la bellezza. Negli ultimi anni la capitale si è caricata il peso della città inventata: decoro e degrado, mondo di mezzo e suburra, il centro storico cartolinato e la periferia da western urbano. Che città è e diventerà Roma? Ognuno ne parla anche se non ci vive, non conosce i dati, non l’ha studiata e ignora le informazioni minime utili a capirla. Christian Raimo, ricercatore, insegnante, giornalista, attivista politico, assessore, scrittore, ha provato a raccontarla, oltre il mito che essa stessa si è costruita, riconoscendone la normalità di una città come le altre, passo dopo passo. A cominciare da quello che Roma mostra: la ghettizzazione dei rom e dei senzatetto, la trasformazione delle borgate (con scoperte anche sorprendenti), le speculazioni fatte dai sindaci degli ultimi decenni, gli orrori straordinari come il Corviale, la discarica di Malagrotta, i problemi di Piana del Sole insieme all’immaginario filtrato attraverso personaggi e pezzi di storia (da Ciceruacchio a Renato Nicolini, da Tomas Milian a Fratellì) che richiamano stagioni, modi di dire, un certo tipo di comicità, una fantascienza che sembra cronaca. Tutti elementi che nella loro spiazzante diversità compongono un unico racconto, cui si aggiunge la parte autobiografica non tanto per dare colore aneddotico al libro, ma perché “il personale è politico”, e ciascuno di noi si può e si deve riappropriare del suo rapporto con la città: “tra il proprio sguardo e quello del mondo che ci viene incontro ci può essere tutto lo spazio e il senso del nostro impegno”. La città potenziale, ci mostra Raim

 

 

 

 


 

 

“Le sindache d’Italia” è il titolo del volume scritto da Andrea Catizone e Michela Ponzani che rientra tra le attività del Dipartimento Pari Opportunità di ALI (Autonomie Locali Italiane) e che sarà in libreria a febbraio.

Il  primo libro sulle Sindache, ricostruisce la storia delle amministrazioni locali attraverso l’attività svolta dalle Sindache  elette a partire dalle elezioni amministrative del 1946 in cui le donne per la prima volta hanno esercitato il diritto di voto, attivo e passivo, per giungere fino ai giorni nostri.

«Se hanno cuore, intelligenza, sensibilità, spiccato senso di umanità e di giustizia, le donne possono fare in politica meglio degli uomini». Scriveva così il settimanale «Noi Donne» a proposito di Ada Natali, la sindaca di Massa Fermana (in provincia di Ascoli Piceno) tra le prime donne elette Sindache.

Il libro, che raccoglie 26 schede, introduce il contesto storico e politico in cui si è svolta la transizione verso la democrazia negli anni successivi al regime monarchico-fascista per arrivare ad un glorioso momento di conquista di diritti fondamentali che hanno cambiato completamente il ruolo delle donne nella vita privata ed in quella pubblica. Ciascuna scheda dedicata alla Sindaca ne tratteggia la biografia e mette in rilievo alcune tra le principali attività svolte durante il loro mandato. Un viaggio che racconta una storia straordinaria troppo e che finora non era mai stata raccontata e messa in evidenza.

Alla presentazione del libro, trasmessa in diretta facebook sulla pagina di ALI, sono intervenuti: Matteo Ricci, presidente nazionale ALI (Autonomie Locali Italiane) e Sindaco di Pesaro; Andrea Catizone,  autrice e avvocata, Direttrice del Dipartimento Pari Opportunità di ALI; Michela Ponzani, autrice del libro, storica e scrittrice; Brenda Barnini, Sindaca di Empoli; Stefania Bonaldi, Sindaca di Crema; Adriana Poli Bortone, già Sindaca di Lecce.

 

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Un approccio metodologico che integra il miglior modello organizzativo Lean con le strabilianti opportunità offerte dalle tecnologie abilitanti Industry 4.0: questo il focus del libro “Lean Digital, la via italiana alla fabbrica 5G” di Michele Bonfiglioli, amministratore delegato di Bonfiglioli Consulting, e Umberto Mirani, amministratore delegato di Digibelt, e a cura della giornalista socioeconomica Maria Cristina Origlia.

Edito da Guerini Next, “Lean Digital, la via italiana alla fabbrica 5G” è un testo di largo respiro che dopo aver analizzato i cambiamenti macroeconomici degli ultimi vent’anni, spiega come il mondo manifatturiero italiano possa recuperare efficienza e competitività grazie una trasformazione digitale basata su una scelta consapevole delle tecnologie abilitanti da innestare su processi robusti, flessibili e snelli al servizio del business e del valore per il cliente. Senza trascurare le sfide che le aziende hanno dovuto affrontare negli ultimi mesi e che le attendono nei mesi futuri.

In Italia, Covid-19 ha inferto alle piccole e medie imprese italiane una perdita di fatturato considerevole che ha causato un impatto significativo sull’economia del Paese – sottolinea Michele Bonfiglioli, AD di Bonfiglioli Consulting – Allo stesso tempo, la pandemia e le relative misure restrittive hanno accentuato sempre più i trend di passaggio al digitale. Solo le imprese in cui la digital transformation era entrata a tutti i livelli e in tutti i reparti, sono riuscite a tener testa al lockdown senza riportare perdite.”

Come rilevato da una ricerca di McKinsey sull’evoluzione del mercato globale, realizzata nei tre mesi di marzo-aprile-maggio 2020, si è assistito a una corsa alla digitalizzazione in tutti i settori, tanto da stimare un balzo in avanti di aziende e consumatori di ben 5 anni in circa 8 settimane.
La possibilità di gestire a distanza le attività, di raccogliere ed elaborare in tempo reale i dati, di essere interconnessi all’interno e all’esterno del perimetro aziendale, resa possibile dalle tecnologie abilitanti ha permesso alle PMI di adattarsi al mercato, cambiare rapidamente le strategie di business, diversificare le attività, rispondere ai bisogni dei clienti e consumatori. Nonché garantire al personale continuità di occupazione e condizioni di lavoro in sicurezza.

“Siamo convinti che la trasformazione digitale sia permanente – continua Bonfiglioli – e che il Lean Thinking possa esserne il volano, attraverso un crescente orientamento ai processi, al miglioramento continuo, alla massima attenzione alla misura e all’analisi dei dati, alla conoscenza distribuita in tutta l’azienda, nonché al coinvolgimento delle persone che prevede necessariamente lo sviluppo di nuove competenze e un nuovo approccio al lavoro. Il rischio, altrimenti, è quello di finire per digitalizzare anche gli sprechi.”

Il libro si conclude con sei casi di aziende che hanno già messo in campo la trasformazione digitale e che si avviano a diventare fabbriche 5G: Automobili Lamborghini dove la robotica è al servizio dell’uomo; Exor International che entro il 2020 completerà la sperimentazione 5G nella sua fabbrica Digitale 4.0; Philip Morris, esempio di strategia in totale controtendenza e dopo aver intrapreso la strada della diversificazione, ha deciso di rifocalizzarsi sul suo business di sempre; Recordati, da sempre consapevoli che l’efficientamento dell’intero funzionamento dell’azienda non possa avvenire senza condivisione top down del processo; SABO, quarto posto tra le trenta migliori PMI con un fatturato compreso tra i venti e i cinquecento milioni di fatturato, nella classifica «Mille Champions Italiani», presentata in Borsa l’8 maggio 2020 e realizzata dal Centro Studi ItalyPost su commissione del Corriere della Sera; Unifarco che sin dalla nascita ha individuato un modello organizzativo di società a rete estremamente innovativo.

Autori
• Michele Bonfiglioli
Laureato in Ingegneria Gestionale all’Università di Bologna e Diplomato in Business Administration presso University of California, Berkeley, ha svolto anche attività di Ricercatore in Manufacturing Engineering all’University of Nottingham. Dal 2009 è Amministratore Delegato di Bonfiglioli Consulting e fondatore della Lean Factory School®. Esperto sui temi Lean Thinking e Lean World Class®, cura pubblicazioni tematiche e Benchmarking studies internazionali sull’Operational Excellence. Dal 2018 è presidente della Filiera Servizi Professionali di Confindustria Emilia.

• Umberto Mirani
Laureato in Ingegneria dell’Ambiente e delle Risorse all’Università di Bologna, è stato responsabile per la progettazione di impianti di trasporto pneumatico per un’azienda metalmeccanica. Nel 2000 inizia la sua carriera come esperto della filosofia Lean Thinking e Lean World Class® in Bonfiglioli Consulting, per i settori automotive, beni industriali, farmaceutico e fashion. Oggi è socio di Bonfiglioli Consulting con il ruolo di Senior Partner. Dal 2017 è nel Board of Directors di Cordence WorldWide e dal 2018 è Amministratore Delegato di Digibelt, startup innovativa di Bonfiglioli Consulting e piattaforma Lean Industry 4.0 di applicazioni per il manufacturing.

A cura di
• Maria Cristina Origlia
Giornalista socioeconomica, ha condotto per anni il mensile «L’impresa», la più antica rivista italiana di cultura manageriale del Gruppo Sole 24 Ore. È presidente del Forum della Meritocrazia. Per le edizioni Guerini ha pubblicato «Questione di merito. Dieci proposte per l’Italia» (2020).

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Oggi Roma è prigioniera. Prigioniera della cattiva politica e della pessima amministrazione, che l’hanno abbandonata a un declino (apparentemente) inesorabile.
Prigioniera dello stesso ruolo di Capitale, senza lo status e i finanziamenti delle altre Capitali europee. Prigioniera dell’inerzia della sua classe dirigente economica, sociale e culturale che, per convenienza o pavidità, ha scelto di disinteressarsi del bene comune. Prigioniera – soprattutto – di un sistema di rendite unico a livello globale che rassicura e stordisce i romani, ne raffredda gli animal spirits e blocca gli ascensori sociali.
Per far rinascere Roma, dunque, occorre passare da una terribile strettoia: trasformare la Capitale nel terreno della “battaglia finale” della produzione, dell’innovazione e delle competenze contro le rendite. Non è una missione impossibile: incrociando le caratteristiche della Capitale con i macrotrend a livello globale, è possibile costruire un grande progetto che la posizioni “in vantaggio” nella sfida per lo sviluppo che si giocherà nei prossimi anni tra metropoli globali e città internazionali.
Non c’è più alternativa. La meravigliosa e fragile bellezza della Città Eterna è in grave pericolo: come Andromeda sullo scoglio, sta per finire nelle fauci del mostro che avanza tra i marosi.
Ma stavolta la liberazione non potrà arrivare dal coraggio d’un eroe solitario: il mitologico Perseo potrà e avrà soltanto le sembianze della voglia di riscatto di un’intera comunità.
La politica romana ha fallito troppe volte per poterci riprovare da sola: l’unica speranza è chiamare a raccolta le forze migliori della società.
Perché quello che si è aperto con l’annus horribilis della pandemia potrebbe diventare, a sorpresa, il “decennio di Roma”. Sempre che i romani – dai cittadini alle élite – lo vogliano davvero e inizino a pretenderlo da chi li governa. E anche da se stessi.

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Gli ottanta anni dalla promulgazione delle Leggi razziste non sono solo una ricorrenza. Ricordare quella vergogna tutta italiana che ebbe il suo culmine nella deportazione e nella Shoah è il segnale di un impegno che ogni anno si deve rinnovare. La mostra “Italiani di razza ebraica: le leggi antisemite del 1938 e gli ebrei di Roma” allestita nel Museo ebraico di Roma ed il volume che l’accompagna intende rispondere a questa esigenza attraverso l’esposizione e la pubblicazione di documenti, fotografie e scritti donati per l’occasione dalle famiglie che hanno vissuto sulla propria pelle la tragica esperienza, prima dell’esclusione dalla vita civile, e poi della deportazione. La scelta di basare l’esposizione su un excursus storico così dettagliato è di grande importanza: le leggi razziali non furono un fulmine a ciel sereno, ma l’epilogo di un percorso storico imperniato di ideologie e con obiettivi e finalità chiare dall’inizio, i cui segnali furono ignorati e non compresi. La foto di copertina del libro è la pagella di una bambina delle elementari, dove compare la scritta razza ebraica, simbolo di un’epoca che non deve in alcun modo tornare ad affacciarsi sulla terra.

 

 

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Su cosa camminiamo quando percorriamo le strade di Roma? «Sul tetto di case antiche» avrebbe risposto Montaigne, perché è l’unico luogo dove i resti sono «profondi fino agli antipodi». Costruzioni, distruzioni, ricostruzioni, sovrapposizioni, riutilizzi. Strutture edificate e dissolte, mai scomparse seppure incendiate, ridotte a calce, annichilite o trafugate, perché trasformate, riemerse casualmente o reinventate. Se vogliamo conoscere Roma, la città dalle infinite stratificazioni, dobbiamo avvicinare la complessità. A chi vuole polarizzare e dividere, Roma ricorda che sono pluralità e diversità a fare la bellezza, la fierezza, la forza dell’esperienza umana.

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Si è aperta una nuova questione romana. Molto diversa ma altrettanto dirimente di quella ottocentesca. Allora l’esito fu la formazione della capitale dello Stato unitario. La caratura internazionale della città venne capitalizzata nel nation building italiano. Oggi la nuova questione romana si muove in direzione opposta, come inveramento della vocazione cosmopolita nell’epoca della globalizzazione, dopo l’evidente affievolimento della funzione e del senso della capitale italiana. Una sincera celebrazione dei 150 anni di Roma Capitale, infatti, dovrebbe corroborare la consapevolezza che si è chiuso un ciclo storico. Nel nuovo secolo non sono più proponibili le tre rendite di cui è vissuta la società romana: la centralità statale, il consumo di suolo, la retorica del passato. Nel contempo, la celebrazione dell’anniversario potrebbe suscitare domande suggestive: di quale economia vivrà la città? Quale forma urbana si darà? Come saprà rielaborare nel mondo contemporaneo l’eredità storica?

Di questo passaggio d’epoca non sono ancora emerse le formidabili opportunità. Se ne vedono solo gli effetti destrutturanti nel collasso dell’amministrazione, dei servizi e dello spazio pubblico. L’asprezza dei problemi concentra il discorso pubblico sulle emergenze quotidiane. Invece il libro scommette sull’utilità di affrontare i problemi della lunga durata, sia del passato sia dell’avvenire. In primo luogo l’inquieto rapporto con il moderno, da cui derivano molte inefficienze, ma anche le migliori produzioni culturali. E poi la ricognizione delle risorse che possono alimentare il senso di una nuova capitale: le avanguardie culturali, l’umanità popolare, il riconoscimento come relazione tra i cittadini, la città e il mondo.

Da tutto ciò scaturisce la necessità di ribaltare concettualmente prima che operativamente le politiche pubbliche seguite nei decenni passati. Dopo la fase nazionale saranno decisive le nuove dimensioni della Città Mondo e della Città Regione. La cura dell’intelligenza sociale e la riforma istituzionale della capitale possono alimentare una nuova stagione di prosperità civile, culturale ed economica.

Nella seconda parte del libro questi argomenti sono sviluppati con molte proposte che tentano di connettere la concretezza del governo con il sogno ad occhi aperti. Si immagina come se Roma potesse porsi grandi ambizioni per il nuovo secolo. Anche se l’esito non è certo, la visione dell’avvenire serve a tracciare un cammino possibile. E consente di decidere i passi da compiere oggi.

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Nel corso dell’ultimo decennio numerose città e paesaggi naturali, in ogni angolo del pianeta, hanno vissuto profonde trasformazioni legate al turismo. Inquinamento e consumo di suolo con opere inutili e infrastrutture per turisti, espulsione di abitanti non abbienti e di attività commerciali storiche, spopolamento e desertificazione dei centri storici. Che si tratti di città d’arte, paradisi naturali, borghi di collina o piccoli siti archeologici, il turismo di massa innesca un processo che modifica l’ecosistema urbano e naturale, consumando e spesso cancellando le caratteristiche alla base dell’attrattività delle destinazioni turistiche. Il turismo è veramente una risorsa, il “petrolio dell’Italia”? E se sì, è possibile pensare a un turismo sostenibile per i territori e la popolazione locale, senza snaturare i luoghi in cui trascorriamo le vacanze? In questo libro Sarah Gainsforth descrive lo sviluppo del turismo da viaggio per pochi a turismo di massa, raccontando il ruolo che in questo processo hanno avuto lo sviluppo dell’economia, le politiche urbanistiche e la cultura, per mostrare le contraddizioni di un settore che ha un enorme indotto, ma che ha allo stesso tempo conseguenze spesso devastanti per i territori. Perché questo non avvenga più, è necessario ripensare il turismo a partire da una nuova prospettiva, da un’ecologia popolare.
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È la doppia ascia, l’arma che adopera Piero Meogrossi per le sue esplorazioni nell’immaginifico dell’archeologia. La Labrys dal doppio fendente, la speculare, l’ascia bipenne, quella che divide e unisce lo spazio e il tempo, quella che separa e accomuna i saperi sepolti sotto le macerie e ridestati al solo richiamo della mente.
Scuotendo gli scettici e gli increduli Meogrossi ci ospita al banchetto del suo sogno che nei segni tracciati si trasforma, invitandoci ad accedere a quel luogo sperato, di Utopia o di Eterotopia, che non esiste se non nella mente o nella cartografia.
Ed è proprio nell’incipit, nella frase di Anassimandro, che Meogrossi pone in esergo al testo, che ritroviamo tutta la sua carica energetica: “Le cose si trasformano l’una nell’altra secondo necessità e si rendono giustizia secondo l’ordine del tempo”. Per questo l’Ascia giustiziera (che ritrova nella forma più grande delle isole dell’Egeo: Creta), ha sostituito momentaneamente la matita, per solcare, fendere e rivelare, anzichè solo trascrivere, l’immagine della principessa Europa che dai monti di Asterousia approda, in groppa al Toro Bianco, fino a noi (Marcello Sèstito).
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Il libro definitivo su uno dei mali inarrestabili del nostro tempo: la solitudine. Da decenni la sociologia e le scienze umane analizzano il progressivo disgregarsi dei legami e delle relazioni. Non stupisce dunque che la solitudine sia considerata una delle maggiori insidie della nostra epoca. Media e opinione pubblica la descrivono come un morbo da combattere. Governi e istituzioni per la salute pubblica si sono mobilitati. In pochi, però, sottolineano che la situazione contemporanea è il frutto di una precisa evoluzione storica. Mattia Ferraresi indaga con straordinaria lucidità le radici di questo fenomeno. E illumina il colossale paradosso che lo ha generato: lo scardinamento delle connessioni profonde con l’altro è, infatti, al cuore del progetto di emancipazione della modernità. Proprio il modello liberale ha posto le basi per una società fatta di soggetti che hanno scelto la solitudine quale via maestra verso l’autocompimento. Nel divincolarsi dalle autorità, dalle gerarchie e dalle costrizioni tradizionali che lo opprimevano, l’uomo moderno si è cosí ritrovato solo. Il suo ideale di liberazione si è trasformato, oggi, in una prigionia.

 

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Nei giorni in cui l’Italia ha sperimentato il lockdown per la pandemia da Covid-19, la sociologia italiana, cogliendo la straordinarietà della risposta che il momento richiedeva, ha continuato a lavorare e fare ricerca con impegno rinnovato e, se possibile, ancora più intenso. Il Manifesto fa propria l’interpretazione della responsabilità collettiva di chi fa ricerca sociologica, cogliendone pienamente il significato e dandogli operatività attraverso le proposte che avanza.
Questo volume intende mettere a disposizione il patrimonio di studi realizzati in questi anni dai sociologi e dalle sociologhe dell’ambiente e del territorio con un focus sui problemi emergenti legati al diffondersi del virus e proponendo alcune direzioni da seguire al fine di affrontare nel migliore dei modi le questioni che verranno a determinarsi. Si tratta di uno strumento di interlocuzione non solo critico, ma costruttivo che si rivolge alle istituzioni pubbliche, alle imprese private, ai media, all’associazionismo e alla società civile più in generale.

 

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L’odio è la malattia sociale del nostro tempo, stravolge coscienze e rapporti umani, si impadronisce delle nostre parole, è il grande incubatore della violenza. Il nuovo libro di Walter Veltroni è un viaggio nell’universo dell’odio che parte da un passato a cui dobbiamo impedire di ritornare (il ventennio fascista, gli anni di piombo) per approdare a un difficile presente segnato da una decrescita tutt’altro che felice, dalla mancanza di prospettive per i giovani in un Paese di vecchi, dalla paura di un futuro in cui a lavorare saranno le macchine e ad accumulare profitti i giganti tecnologico-finanziari. È questo il terreno di coltura di un odio alimentato e amplificato dai social, in cui le parole diventano pietre per colpire, non solo metaforicamente, chi è diverso per etnia, per religione, per inclinazioni sessuali, per opinioni politiche, chi è debole, chi appare come una minaccia o come un capro espiatorio. L’odio sembra una valvola di sfogo, ma in verità ci rende schiavi, ci impedisce di comprendere la realtà, ci fa sentire più soli e infelici. E fa vacillare la democrazia. A chi semina odio e paura bisogna rispondere con il linguaggio della ragione e della speranza. “Se noi che odiamo l’odio troveremo le parole giuste, allora la libertà avrà un futuro. E nel futuro ci sarà libertà.”

 

 

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Emilio Masina è tra gli amici di Visioneroma

La solitudine dell’analista. “Certe volte mi sento come un palombaro che si cala nel fondo dell’inconscio”. E infatti Emilio Masina, psicoanalista per passione e per professione, esplora gli abissi della psiche tra amori, odi, vergogne, compassioni, transfert, tensioni, paure, odori e atmosfere in un libro che e’ un po’ fiction un po’ autobiografico, quasi un romanzo, il suo primo: “La speranza che abbiamo di durare”, uscito per i tipi di Lit-Castelvecchi Storie e vite e storie di vite. Un continuo scambio di reciproche emozioni, tutti esseri umani con le loro proprie fragilità. Masina si mette a nudo, si disvela, racconta i suoi intimi “dietro le quinte”, talvolta i suoi incubi, maturati durante quarant’anni di sedute. “Io e il paziente siamo come due compagni di cordata, ma tocca a me indicare la strada”.

Emilio Masina, 61 anni, milanese, vive e lavora a Roma. E’ uno specialista di psicoterapia dell’infanzia, dell’adolescenza, della coppia. E’ membro ordinario dell’Associazione Italiana di Psicoanalisi  e full member dell’I.P.A. È socio fondatore della Cooperativa di aiuto psicologico agli adolescenti “Rifornimento In Volo” e docente della Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica SPS.
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Pino Nazio è tra i Promotori di Visioneroma

È il 27 giugno del 1980, un Dc 9 della compagnia aerea privata Itavia in volo da Bologna e Palermo precipita nel Tirreno tra le isole di Ponza e Ustica, non ci sono superstiti. Fino al momento della tragedia l’aereo ha volato tra radiofari spenti e in mezzo ad aerei che viaggiavano con i transponder spenti per non essere identificati nel corso di una vera e propria “battaglia sul Tirreno in tempo di pace”. L’ipotesi più probabile è che l’aereo sia stato abbattuto a causa di una collisione o per un missile esploso nelle sue vicinanze nel corso di uno scontro tra velivoli militari di diversi Paesi. Questo libro, sulla base di risultanze processuali, testimonianze e un lungo lavoro di ricostruzione degli eventi è in grado di svelare quello che il titolo dichiara con un semplice espediente grafico. Quaranta anni dopo, le indagini sulla Strage sono ancora aperte presso il tribunale di Roma perché il reato di strage non si prescrive mai.

Pino Nazio,  è giornalista, sociologo e scrittore italiano.
Dopo un’attività di ricerca presso la cattedra di Sociologia della Comunicazione dell’Università degli Studi “La Sapienza”, la consulenza alla comunicazione dell’Enpa, Ente Nazionale Protezione Animali, la direzione dell’ufficio stampa dell’Arci, Associazione Ricreativa Culturale Italiana, e gli esordi come giornalista in circuiti radio (Cert) e tv nazionali (Net – Nuova Emittenza Televisiva), nel 1991 approda in Rai, dove collabora in qualità di autore e inviato. Nel corso della sua attività ha diretto radio locali (Radio 10 Antenna Democratica), tv locali (Abruzzo Tv7, TeleLupa, Tv6), periodici online (Mediaspi Italia-Francia, personology.it, bravaitalia.it, planet360.info), quotidiani (Roma Circoscrizione), tv satellitari (Unire Tv) e riviste (Caffé Democratico). Ha lavorato ai programmi televisivi della Rai Parte Civile, Chi l’ha visto?, Confini8262Indagine, seguendo importanti casi di cronaca, tra i quali l’omicidio di Simonetta Cesaroni, Elisa Claps e di Maurizio Gucci, la banda della Magliana, la strage di Ustica, la banda della Uno bianca, il caso di lady golpe Donatella Di Rosa, la morte della contessa Francesca Vacca Agusta e le sparizioni di Emanuela Orlandi e di Denise Pipitone. Suoi servizi e format sono stati trasmessi da Italia 1, Canale 5 e La 7. Dal 2001 al 2008
è direttore responsabile dei canali satellitari di Unire Tv, poi autore e inviato Rai per i programmi Cominciamo bene, TeleCamere, TeleCamere Salute, Chi l’ha visto? e Visionari. Nel 2015 è stato responsabile per la cronaca nera dei programmi di Rai1″Estate in diretta” e “Vita in diretta”. Per 13 anni ha lavorato a “Chi l’ha visto?”, ha firmato oltre mille servizi, spot, documentari e programmi tv. Ha scritto una dozzina di libri, alcuni basati su storie di cronaca nera raccontate in chiave di romanzo con le vicende di Giuseppe Di Matteo, Emanuela Orlandi, Serena Mollicone e Yara Gambirasio. Gli ultimi pubblicati sono: “Io non c’ero. Cosa sanno i giovani di Falcone e Borsellino”, “All’ombra di Caino. Storie di donne e di violenza” e “Aldo Moro. La guerra fredda in Italia”.
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Esiste ancora un lessico civile? Nel tempo in cui i confini si sono trasfigurati in muri, l’odio sembra distruggere ogni forma possibile di dialogo, la paura dello straniero domina, il fanatismo esalta fantasmi di purezza per cancellare l’esperienza della differenza e contaminazione, la libertà aspira a non avere più alcun limite, è ancora possibile pensare il senso dello stare insieme, della vita plurale della polis? Con gli strumenti teorici della psicoanalisi Massimo Recalcati attraversa con grande capacità di sintesi gli snodi fondamentali e i paradossi che caratterizzano la vita psichica degli individui, dei gruppi umani e delle istituzioni. In primo piano una divisione che attraversa ognuno di noi: difendere la propria vita dall’incontro con l’ignoto o aspirare alla libertà di questo incontro; vivere nel chiuso della propria identità o iscrivere la nostra vita in una relazione con l’Altro. Sono queste due tendenze che, con la stessa forza, definiscono la vita umana. In cinque brevi e potenti lezioni uno psicoanalista tra i più originali del nostro paese offre ai suoi lettori una nuova lettura del nostro stare insieme.
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Lettura particolarmente interessante per comprendere I rischi che sta correndo la democrazia in tutto il mondo e cio’ che si puo’ fare per evitarli.
Se la postdemocrazia ci ha condotto fin qui, gestirla non è più sufficiente: occorre combatterla. Non soltanto, infatti, quelle che erano le principali nuove armi di cui la società civile dispone – le armi offerte dalla tecnologia dell’informazione – le si stanno rivoltando contro, ma nelle democrazie consolidate di tutto il mondo siamo di fronte a una messa in discussione profonda dell’ordine costituzionale e a un risveglio xenofobo. Queste sfide, sebbene non estreme come quelle portate dal fascismo e dal nazismo tra le due guerre mondiali, sono di segno politico analogo. È arrivato il momento di difendere le nostre democrazie.
Già nel 2003 Colin Crouch delineava le debolezze e le caratteristiche della nostra democrazia rappresentativa: il crescente disinteresse dei cittadini alla vita pubblica, la competizione elettorale che si trasforma in uno spettacolo controllato da esperti nelle tecniche di persuasione, il peso delle lobby all’interno dei parlamenti eletti. Questa nuova fase fu denominata da Crouch ‘postdemocrazia’. Oggi è essenziale aggiornare e ridefinire il quadro postdemocratico alla luce dei più importanti eventi politici, economici e sociali degli ultimi anni: la crisi economica del 2008 e, due anni dopo, la crisi dell’Unione europea; la crescita e l’affermazione dei partiti populisti e xenofobi di destra; l’utilizzo politico della rete e dei social network (che all’inizio promettevano l’allargamento del dibattito democratico mentre oggi si rivelano strumento di controllo e persuasione di massa); ma anche i movimenti ambientalisti e femministi cresciuti e rafforzatisi negli ultimi anni. Nell’ultima parte del libro, Crouch si concentra su alcune proposte concrete in grado di salvaguardare la democrazia rappresentativa e costruire un’alternativa a un futuro che appare a tratti distopico.
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«Viviamo uno di quei momenti in cui la storia d’improvviso accelera creando punti di svolta e biforcazioni che segneranno per anni, secondo la direzione che verrà presa, l’esistere dei popoli»
Antonio Pilati
Da vent’anni nel mondo crescono turbolenza politica, conflitti e resistenze alle istituzioni sovranazionali.
Nel XXI secolo si è disgregato l’ordine politico che dopo il 1945 si era mantenuto per quarant’anni con il bipolarismo Usa/Urss e, nel decennio 1990-2000, con il predominio solitario degli Stati Uniti.
Alla base di questa grande trasformazione c’è uno straordinario progresso tecnologico che incentiva delocalizzazioni, riforme dei processi produttivi, eliminazione di lavoro. Nasce una sempre più potente globalizzazione dell’economia che dà spazio a nuovi protagonisti (Cina, India, Iran, Turchia), mentre i sistemi politici occidentali patiscono la crisi sociale indotta dalla tecnologia, non comprendono con le loro classi dirigenti la rivolta degli esclusi e smarriscono la capacità di guida.
Queste pagine cercano di ricostruire il filo degli eventi, passando dalla superficie visibile dei rivolgimenti politici alla dinamica che li sottende, generata dalla frattura sempre più aspra fra élite e perdenti dell’economia globale, per focalizzare infine il motore drammatico della trasformazione: la furia rivoluzionaria della tecnologia.

 

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Quella che stiamo vivendo non è solo una rivoluzione tecnologica fatta di nuovi oggetti, ma il risultato di un’insurrezione mentale. Chi l’ha innescata – dai pionieri di Internet all’inventore dell’iPhone – non aveva in mente un progetto preciso se non questo, affascinante e selvaggio: rendere impossibile la ripetizione di una tragedia come quella del Novecento. Niente piú confini, niente piú élite, niente piú caste sacerdotali, politiche, intellettuali. Uno dei concetti piú cari all’uomo analogico, la verità, diventa improvvisamente sfocato, mobile, instabile. I problemi sono tradotti in partite da vincere in un gioco per adulti-bambini. Perché questo è The Game.
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I libri qui elencati sono tutti stati suggeriti da Ugo

e dai promotori di Visioneroma.

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Dopo la caduta del Muro di Berlino e il fallimento del socialismo reale e della pianificazione statale centralizzata, l’economia capitalistica di mercato è diventata il modello dominante, se non esclusivo, di organizzazione delle società contemporanee. Ma, come dimostra la crisi finanziaria globale che da circa un decennio ha drammaticamente peggiorato le condizioni di vita di milioni di persone, la prevalenza del profitto e dell’interesse privato sembra disegnare scenari molto diversi da quello di una comunità fondata sul principio della pari dignità dei cittadini e sul patto sociale della riduzione delle ineguaglianze. Che fine ha fatto, in questi ultimi decenni, la ricerca del bene comune, che dovrebbe essere il compito e il fine di una società giusta? E in che modo la teoria economica può contribuire al concreto perseguimento di questo obiettivo? Per rispondere a queste domande, l’economista premio Nobel Jean Tirole propone al lettore non specialista un singolare percorso all’interno della scienza economica che consente di individuare le politiche e le istituzioni che possono promuovere il bene comune – il cui punto d’arrivo è l’acquisizione delle informazioni necessarie per affrontare efficacemente le grandi sfide del nostro tempo
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“Il Diavolo è il più appariscente personaggio del grande romanzo postumo di Bulgakov. Appare un mattino dinanzi a due cittadini, uno dei quali sta enumerando le prove dell’inesistenza di Dio. Il neovenuto non è di questo parere… Ma c’è ben altro: era anche presente al secondo interrogatorio di Gesù da parte di Ponzio Pilato e ne dà ampia relazione in un capitolo che è forse il più stupefacente del libro… Poco dopo, il demonio si esibisce al Teatro di varietà di fronte a un pubblico enorme. I fatti che accadono sono cosi fenomenali che alcuni spettatori devono essere ricoverati in una clinica psichiatrica… Un romanzo-poema o, se volete, uno show in cui intervengono numerosissimi personaggi, un libro in cui un realismo quasi crudele si fonde o si mescola col più alto dei possibili temi: quello della Passione… È qui che Bulgakov si congiunge con la più profonda tradizione letteraria della sua terra: la vena messianica, quella che troviamo in certe figure di Gogol’ e Dostoevskij e in quel pazzo di Dio che è il quasi immancabile comprimario di ogni grande melodramma russo.” (Eugenio Montale)
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Uno dei più bei libri scritti sulla nostra città :  «Vorrei sapere come riesce un medico, un chirurgo, a diventare esperto nel suo campo senza sperimentazione continua. Il caso dell’urbanista o dell’architetto è identico. Senza la possibilità di sperimentare, di esercitare lavorando per conto delle regioni, dei comuni o degli enti statali, non è possibile fare niente. Anzi, tutto si riduce ad una pura esercitazione verbale.»
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Come si studia un territorio? Quali segni esso esprime? Con quali strumenti poss