LE LETTURE DI UGO

“Ugo” ogni settimana consiglia articoli e libri da leggere

inoltre evidenzia i libri di cui sono autori

“amici” di Visioneroma

Il primo libro che appare  è quello suggerito più recentemente
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“Le sindache d’Italia” è il titolo del volume scritto da Andrea Catizone e Michela Ponzani che rientra tra le attività del Dipartimento Pari Opportunità di ALI (Autonomie Locali Italiane) e che sarà in libreria a febbraio.

Il  primo libro sulle Sindache, ricostruisce la storia delle amministrazioni locali attraverso l’attività svolta dalle Sindache  elette a partire dalle elezioni amministrative del 1946 in cui le donne per la prima volta hanno esercitato il diritto di voto, attivo e passivo, per giungere fino ai giorni nostri.

«Se hanno cuore, intelligenza, sensibilità, spiccato senso di umanità e di giustizia, le donne possono fare in politica meglio degli uomini». Scriveva così il settimanale «Noi Donne» a proposito di Ada Natali, la sindaca di Massa Fermana (in provincia di Ascoli Piceno) tra le prime donne elette Sindache.

Il libro, che raccoglie 26 schede, introduce il contesto storico e politico in cui si è svolta la transizione verso la democrazia negli anni successivi al regime monarchico-fascista per arrivare ad un glorioso momento di conquista di diritti fondamentali che hanno cambiato completamente il ruolo delle donne nella vita privata ed in quella pubblica. Ciascuna scheda dedicata alla Sindaca ne tratteggia la biografia e mette in rilievo alcune tra le principali attività svolte durante il loro mandato. Un viaggio che racconta una storia straordinaria troppo e che finora non era mai stata raccontata e messa in evidenza.

Alla presentazione del libro, trasmessa in diretta facebook sulla pagina di ALI, sono intervenuti: Matteo Ricci, presidente nazionale ALI (Autonomie Locali Italiane) e Sindaco di Pesaro; Andrea Catizone,  autrice e avvocata, Direttrice del Dipartimento Pari Opportunità di ALI; Michela Ponzani, autrice del libro, storica e scrittrice; Brenda Barnini, Sindaca di Empoli; Stefania Bonaldi, Sindaca di Crema; Adriana Poli Bortone, già Sindaca di Lecce.

 

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Un approccio metodologico che integra il miglior modello organizzativo Lean con le strabilianti opportunità offerte dalle tecnologie abilitanti Industry 4.0: questo il focus del libro “Lean Digital, la via italiana alla fabbrica 5G” di Michele Bonfiglioli, amministratore delegato di Bonfiglioli Consulting, e Umberto Mirani, amministratore delegato di Digibelt, e a cura della giornalista socioeconomica Maria Cristina Origlia.

Edito da Guerini Next, “Lean Digital, la via italiana alla fabbrica 5G” è un testo di largo respiro che dopo aver analizzato i cambiamenti macroeconomici degli ultimi vent’anni, spiega come il mondo manifatturiero italiano possa recuperare efficienza e competitività grazie una trasformazione digitale basata su una scelta consapevole delle tecnologie abilitanti da innestare su processi robusti, flessibili e snelli al servizio del business e del valore per il cliente. Senza trascurare le sfide che le aziende hanno dovuto affrontare negli ultimi mesi e che le attendono nei mesi futuri.

In Italia, Covid-19 ha inferto alle piccole e medie imprese italiane una perdita di fatturato considerevole che ha causato un impatto significativo sull’economia del Paese – sottolinea Michele Bonfiglioli, AD di Bonfiglioli Consulting – Allo stesso tempo, la pandemia e le relative misure restrittive hanno accentuato sempre più i trend di passaggio al digitale. Solo le imprese in cui la digital transformation era entrata a tutti i livelli e in tutti i reparti, sono riuscite a tener testa al lockdown senza riportare perdite.”

Come rilevato da una ricerca di McKinsey sull’evoluzione del mercato globale, realizzata nei tre mesi di marzo-aprile-maggio 2020, si è assistito a una corsa alla digitalizzazione in tutti i settori, tanto da stimare un balzo in avanti di aziende e consumatori di ben 5 anni in circa 8 settimane.
La possibilità di gestire a distanza le attività, di raccogliere ed elaborare in tempo reale i dati, di essere interconnessi all’interno e all’esterno del perimetro aziendale, resa possibile dalle tecnologie abilitanti ha permesso alle PMI di adattarsi al mercato, cambiare rapidamente le strategie di business, diversificare le attività, rispondere ai bisogni dei clienti e consumatori. Nonché garantire al personale continuità di occupazione e condizioni di lavoro in sicurezza.

“Siamo convinti che la trasformazione digitale sia permanente – continua Bonfiglioli – e che il Lean Thinking possa esserne il volano, attraverso un crescente orientamento ai processi, al miglioramento continuo, alla massima attenzione alla misura e all’analisi dei dati, alla conoscenza distribuita in tutta l’azienda, nonché al coinvolgimento delle persone che prevede necessariamente lo sviluppo di nuove competenze e un nuovo approccio al lavoro. Il rischio, altrimenti, è quello di finire per digitalizzare anche gli sprechi.”

Il libro si conclude con sei casi di aziende che hanno già messo in campo la trasformazione digitale e che si avviano a diventare fabbriche 5G: Automobili Lamborghini dove la robotica è al servizio dell’uomo; Exor International che entro il 2020 completerà la sperimentazione 5G nella sua fabbrica Digitale 4.0; Philip Morris, esempio di strategia in totale controtendenza e dopo aver intrapreso la strada della diversificazione, ha deciso di rifocalizzarsi sul suo business di sempre; Recordati, da sempre consapevoli che l’efficientamento dell’intero funzionamento dell’azienda non possa avvenire senza condivisione top down del processo; SABO, quarto posto tra le trenta migliori PMI con un fatturato compreso tra i venti e i cinquecento milioni di fatturato, nella classifica «Mille Champions Italiani», presentata in Borsa l’8 maggio 2020 e realizzata dal Centro Studi ItalyPost su commissione del Corriere della Sera; Unifarco che sin dalla nascita ha individuato un modello organizzativo di società a rete estremamente innovativo.

Autori
• Michele Bonfiglioli
Laureato in Ingegneria Gestionale all’Università di Bologna e Diplomato in Business Administration presso University of California, Berkeley, ha svolto anche attività di Ricercatore in Manufacturing Engineering all’University of Nottingham. Dal 2009 è Amministratore Delegato di Bonfiglioli Consulting e fondatore della Lean Factory School®. Esperto sui temi Lean Thinking e Lean World Class®, cura pubblicazioni tematiche e Benchmarking studies internazionali sull’Operational Excellence. Dal 2018 è presidente della Filiera Servizi Professionali di Confindustria Emilia.

• Umberto Mirani
Laureato in Ingegneria dell’Ambiente e delle Risorse all’Università di Bologna, è stato responsabile per la progettazione di impianti di trasporto pneumatico per un’azienda metalmeccanica. Nel 2000 inizia la sua carriera come esperto della filosofia Lean Thinking e Lean World Class® in Bonfiglioli Consulting, per i settori automotive, beni industriali, farmaceutico e fashion. Oggi è socio di Bonfiglioli Consulting con il ruolo di Senior Partner. Dal 2017 è nel Board of Directors di Cordence WorldWide e dal 2018 è Amministratore Delegato di Digibelt, startup innovativa di Bonfiglioli Consulting e piattaforma Lean Industry 4.0 di applicazioni per il manufacturing.

A cura di
• Maria Cristina Origlia
Giornalista socioeconomica, ha condotto per anni il mensile «L’impresa», la più antica rivista italiana di cultura manageriale del Gruppo Sole 24 Ore. È presidente del Forum della Meritocrazia. Per le edizioni Guerini ha pubblicato «Questione di merito. Dieci proposte per l’Italia» (2020).

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Oggi Roma è prigioniera. Prigioniera della cattiva politica e della pessima amministrazione, che l’hanno abbandonata a un declino (apparentemente) inesorabile.
Prigioniera dello stesso ruolo di Capitale, senza lo status e i finanziamenti delle altre Capitali europee. Prigioniera dell’inerzia della sua classe dirigente economica, sociale e culturale che, per convenienza o pavidità, ha scelto di disinteressarsi del bene comune. Prigioniera – soprattutto – di un sistema di rendite unico a livello globale che rassicura e stordisce i romani, ne raffredda gli animal spirits e blocca gli ascensori sociali.
Per far rinascere Roma, dunque, occorre passare da una terribile strettoia: trasformare la Capitale nel terreno della “battaglia finale” della produzione, dell’innovazione e delle competenze contro le rendite. Non è una missione impossibile: incrociando le caratteristiche della Capitale con i macrotrend a livello globale, è possibile costruire un grande progetto che la posizioni “in vantaggio” nella sfida per lo sviluppo che si giocherà nei prossimi anni tra metropoli globali e città internazionali.
Non c’è più alternativa. La meravigliosa e fragile bellezza della Città Eterna è in grave pericolo: come Andromeda sullo scoglio, sta per finire nelle fauci del mostro che avanza tra i marosi.
Ma stavolta la liberazione non potrà arrivare dal coraggio d’un eroe solitario: il mitologico Perseo potrà e avrà soltanto le sembianze della voglia di riscatto di un’intera comunità.
La politica romana ha fallito troppe volte per poterci riprovare da sola: l’unica speranza è chiamare a raccolta le forze migliori della società.
Perché quello che si è aperto con l’annus horribilis della pandemia potrebbe diventare, a sorpresa, il “decennio di Roma”. Sempre che i romani – dai cittadini alle élite – lo vogliano davvero e inizino a pretenderlo da chi li governa. E anche da se stessi.

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Gli ottanta anni dalla promulgazione delle Leggi razziste non sono solo una ricorrenza. Ricordare quella vergogna tutta italiana che ebbe il suo culmine nella deportazione e nella Shoah è il segnale di un impegno che ogni anno si deve rinnovare. La mostra “Italiani di razza ebraica: le leggi antisemite del 1938 e gli ebrei di Roma” allestita nel Museo ebraico di Roma ed il volume che l’accompagna intende rispondere a questa esigenza attraverso l’esposizione e la pubblicazione di documenti, fotografie e scritti donati per l’occasione dalle famiglie che hanno vissuto sulla propria pelle la tragica esperienza, prima dell’esclusione dalla vita civile, e poi della deportazione. La scelta di basare l’esposizione su un excursus storico così dettagliato è di grande importanza: le leggi razziali non furono un fulmine a ciel sereno, ma l’epilogo di un percorso storico imperniato di ideologie e con obiettivi e finalità chiare dall’inizio, i cui segnali furono ignorati e non compresi. La foto di copertina del libro è la pagella di una bambina delle elementari, dove compare la scritta razza ebraica, simbolo di un’epoca che non deve in alcun modo tornare ad affacciarsi sulla terra.

 

 

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Su cosa camminiamo quando percorriamo le strade di Roma? «Sul tetto di case antiche» avrebbe risposto Montaigne, perché è l’unico luogo dove i resti sono «profondi fino agli antipodi». Costruzioni, distruzioni, ricostruzioni, sovrapposizioni, riutilizzi. Strutture edificate e dissolte, mai scomparse seppure incendiate, ridotte a calce, annichilite o trafugate, perché trasformate, riemerse casualmente o reinventate. Se vogliamo conoscere Roma, la città dalle infinite stratificazioni, dobbiamo avvicinare la complessità. A chi vuole polarizzare e dividere, Roma ricorda che sono pluralità e diversità a fare la bellezza, la fierezza, la forza dell’esperienza umana.

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Si è aperta una nuova questione romana. Molto diversa ma altrettanto dirimente di quella ottocentesca. Allora l’esito fu la formazione della capitale dello Stato unitario. La caratura internazionale della città venne capitalizzata nel nation building italiano. Oggi la nuova questione romana si muove in direzione opposta, come inveramento della vocazione cosmopolita nell’epoca della globalizzazione, dopo l’evidente affievolimento della funzione e del senso della capitale italiana. Una sincera celebrazione dei 150 anni di Roma Capitale, infatti, dovrebbe corroborare la consapevolezza che si è chiuso un ciclo storico. Nel nuovo secolo non sono più proponibili le tre rendite di cui è vissuta la società romana: la centralità statale, il consumo di suolo, la retorica del passato. Nel contempo, la celebrazione dell’anniversario potrebbe suscitare domande suggestive: di quale economia vivrà la città? Quale forma urbana si darà? Come saprà rielaborare nel mondo contemporaneo l’eredità storica?

Di questo passaggio d’epoca non sono ancora emerse le formidabili opportunità. Se ne vedono solo gli effetti destrutturanti nel collasso dell’amministrazione, dei servizi e dello spazio pubblico. L’asprezza dei problemi concentra il discorso pubblico sulle emergenze quotidiane. Invece il libro scommette sull’utilità di affrontare i problemi della lunga durata, sia del passato sia dell’avvenire. In primo luogo l’inquieto rapporto con il moderno, da cui derivano molte inefficienze, ma anche le migliori produzioni culturali. E poi la ricognizione delle risorse che possono alimentare il senso di una nuova capitale: le avanguardie culturali, l’umanità popolare, il riconoscimento come relazione tra i cittadini, la città e il mondo.

Da tutto ciò scaturisce la necessità di ribaltare concettualmente prima che operativamente le politiche pubbliche seguite nei decenni passati. Dopo la fase nazionale saranno decisive le nuove dimensioni della Città Mondo e della Città Regione. La cura dell’intelligenza sociale e la riforma istituzionale della capitale possono alimentare una nuova stagione di prosperità civile, culturale ed economica.

Nella seconda parte del libro questi argomenti sono sviluppati con molte proposte che tentano di connettere la concretezza del governo con il sogno ad occhi aperti. Si immagina come se Roma potesse porsi grandi ambizioni per il nuovo secolo. Anche se l’esito non è certo, la visione dell’avvenire serve a tracciare un cammino possibile. E consente di decidere i passi da compiere oggi.

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Nel corso dell’ultimo decennio numerose città e paesaggi naturali, in ogni angolo del pianeta, hanno vissuto profonde trasformazioni legate al turismo. Inquinamento e consumo di suolo con opere inutili e infrastrutture per turisti, espulsione di abitanti non abbienti e di attività commerciali storiche, spopolamento e desertificazione dei centri storici. Che si tratti di città d’arte, paradisi naturali, borghi di collina o piccoli siti archeologici, il turismo di massa innesca un processo che modifica l’ecosistema urbano e naturale, consumando e spesso cancellando le caratteristiche alla base dell’attrattività delle destinazioni turistiche. Il turismo è veramente una risorsa, il “petrolio dell’Italia”? E se sì, è possibile pensare a un turismo sostenibile per i territori e la popolazione locale, senza snaturare i luoghi in cui trascorriamo le vacanze? In questo libro Sarah Gainsforth descrive lo sviluppo del turismo da viaggio per pochi a turismo di massa, raccontando il ruolo che in questo processo hanno avuto lo sviluppo dell’economia, le politiche urbanistiche e la cultura, per mostrare le contraddizioni di un settore che ha un enorme indotto, ma che ha allo stesso tempo conseguenze spesso devastanti per i territori. Perché questo non avvenga più, è necessario ripensare il turismo a partire da una nuova prospettiva, da un’ecologia popolare.
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È la doppia ascia, l’arma che adopera Piero Meogrossi per le sue esplorazioni nell’immaginifico dell’archeologia. La Labrys dal doppio fendente, la speculare, l’ascia bipenne, quella che divide e unisce lo spazio e il tempo, quella che separa e accomuna i saperi sepolti sotto le macerie e ridestati al solo richiamo della mente.
Scuotendo gli scettici e gli increduli Meogrossi ci ospita al banchetto del suo sogno che nei segni tracciati si trasforma, invitandoci ad accedere a quel luogo sperato, di Utopia o di Eterotopia, che non esiste se non nella mente o nella cartografia.
Ed è proprio nell’incipit, nella frase di Anassimandro, che Meogrossi pone in esergo al testo, che ritroviamo tutta la sua carica energetica: “Le cose si trasformano l’una nell’altra secondo necessità e si rendono giustizia secondo l’ordine del tempo”. Per questo l’Ascia giustiziera (che ritrova nella forma più grande delle isole dell’Egeo: Creta), ha sostituito momentaneamente la matita, per solcare, fendere e rivelare, anzichè solo trascrivere, l’immagine della principessa Europa che dai monti di Asterousia approda, in groppa al Toro Bianco, fino a noi (Marcello Sèstito).
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Il libro definitivo su uno dei mali inarrestabili del nostro tempo: la solitudine. Da decenni la sociologia e le scienze umane analizzano il progressivo disgregarsi dei legami e delle relazioni. Non stupisce dunque che la solitudine sia considerata una delle maggiori insidie della nostra epoca. Media e opinione pubblica la descrivono come un morbo da combattere. Governi e istituzioni per la salute pubblica si sono mobilitati. In pochi, però, sottolineano che la situazione contemporanea è il frutto di una precisa evoluzione storica. Mattia Ferraresi indaga con straordinaria lucidità le radici di questo fenomeno. E illumina il colossale paradosso che lo ha generato: lo scardinamento delle connessioni profonde con l’altro è, infatti, al cuore del progetto di emancipazione della modernità. Proprio il modello liberale ha posto le basi per una società fatta di soggetti che hanno scelto la solitudine quale via maestra verso l’autocompimento. Nel divincolarsi dalle autorità, dalle gerarchie e dalle costrizioni tradizionali che lo opprimevano, l’uomo moderno si è cosí ritrovato solo. Il suo ideale di liberazione si è trasformato, oggi, in una prigionia.

 

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Nei giorni in cui l’Italia ha sperimentato il lockdown per la pandemia da Covid-19, la sociologia italiana, cogliendo la straordinarietà della risposta che il momento richiedeva, ha continuato a lavorare e fare ricerca con impegno rinnovato e, se possibile, ancora più intenso. Il Manifesto fa propria l’interpretazione della responsabilità collettiva di chi fa ricerca sociologica, cogliendone pienamente il significato e dandogli operatività attraverso le proposte che avanza.
Questo volume intende mettere a disposizione il patrimonio di studi realizzati in questi anni dai sociologi e dalle sociologhe dell’ambiente e del territorio con un focus sui problemi emergenti legati al diffondersi del virus e proponendo alcune direzioni da seguire al fine di affrontare nel migliore dei modi le questioni che verranno a determinarsi. Si tratta di uno strumento di interlocuzione non solo critico, ma costruttivo che si rivolge alle istituzioni pubbliche, alle imprese private, ai media, all’associazionismo e alla società civile più in generale.

 

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L’odio è la malattia sociale del nostro tempo, stravolge coscienze e rapporti umani, si impadronisce delle nostre parole, è il grande incubatore della violenza. Il nuovo libro di Walter Veltroni è un viaggio nell’universo dell’odio che parte da un passato a cui dobbiamo impedire di ritornare (il ventennio fascista, gli anni di piombo) per approdare a un difficile presente segnato da una decrescita tutt’altro che felice, dalla mancanza di prospettive per i giovani in un Paese di vecchi, dalla paura di un futuro in cui a lavorare saranno le macchine e ad accumulare profitti i giganti tecnologico-finanziari. È questo il terreno di coltura di un odio alimentato e amplificato dai social, in cui le parole diventano pietre per colpire, non solo metaforicamente, chi è diverso per etnia, per religione, per inclinazioni sessuali, per opinioni politiche, chi è debole, chi appare come una minaccia o come un capro espiatorio. L’odio sembra una valvola di sfogo, ma in verità ci rende schiavi, ci impedisce di comprendere la realtà, ci fa sentire più soli e infelici. E fa vacillare la democrazia. A chi semina odio e paura bisogna rispondere con il linguaggio della ragione e della speranza. “Se noi che odiamo l’odio troveremo le parole giuste, allora la libertà avrà un futuro. E nel futuro ci sarà libertà.”

 

 

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Emilio Masina è tra gli amici di Visioneroma

La solitudine dell’analista. “Certe volte mi sento come un palombaro che si cala nel fondo dell’inconscio”. E infatti Emilio Masina, psicoanalista per passione e per professione, esplora gli abissi della psiche tra amori, odi, vergogne, compassioni, transfert, tensioni, paure, odori e atmosfere in un libro che e’ un po’ fiction un po’ autobiografico, quasi un romanzo, il suo primo: “La speranza che abbiamo di durare”, uscito per i tipi di Lit-Castelvecchi Storie e vite e storie di vite. Un continuo scambio di reciproche emozioni, tutti esseri umani con le loro proprie fragilità. Masina si mette a nudo, si disvela, racconta i suoi intimi “dietro le quinte”, talvolta i suoi incubi, maturati durante quarant’anni di sedute. “Io e il paziente siamo come due compagni di cordata, ma tocca a me indicare la strada”.

Emilio Masina, 61 anni, milanese, vive e lavora a Roma. E’ uno specialista di psicoterapia dell’infanzia, dell’adolescenza, della coppia. E’ membro ordinario dell’Associazione Italiana di Psicoanalisi  e full member dell’I.P.A. È socio fondatore della Cooperativa di aiuto psicologico agli adolescenti “Rifornimento In Volo” e docente della Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica SPS.
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Pino Nazio è tra i Promotori di Visioneroma

È il 27 giugno del 1980, un Dc 9 della compagnia aerea privata Itavia in volo da Bologna e Palermo precipita nel Tirreno tra le isole di Ponza e Ustica, non ci sono superstiti. Fino al momento della tragedia l’aereo ha volato tra radiofari spenti e in mezzo ad aerei che viaggiavano con i transponder spenti per non essere identificati nel corso di una vera e propria “battaglia sul Tirreno in tempo di pace”. L’ipotesi più probabile è che l’aereo sia stato abbattuto a causa di una collisione o per un missile esploso nelle sue vicinanze nel corso di uno scontro tra velivoli militari di diversi Paesi. Questo libro, sulla base di risultanze processuali, testimonianze e un lungo lavoro di ricostruzione degli eventi è in grado di svelare quello che il titolo dichiara con un semplice espediente grafico. Quaranta anni dopo, le indagini sulla Strage sono ancora aperte presso il tribunale di Roma perché il reato di strage non si prescrive mai.

Pino Nazio,  è giornalista, sociologo e scrittore italiano.
Dopo un’attività di ricerca presso la cattedra di Sociologia della Comunicazione dell’Università degli Studi “La Sapienza”, la consulenza alla comunicazione dell’Enpa, Ente Nazionale Protezione Animali, la direzione dell’ufficio stampa dell’Arci, Associazione Ricreativa Culturale Italiana, e gli esordi come giornalista in circuiti radio (Cert) e tv nazionali (Net – Nuova Emittenza Televisiva), nel 1991 approda in Rai, dove collabora in qualità di autore e inviato. Nel corso della sua attività ha diretto radio locali (Radio 10 Antenna Democratica), tv locali (Abruzzo Tv7, TeleLupa, Tv6), periodici online (Mediaspi Italia-Francia, personology.it, bravaitalia.it, planet360.info), quotidiani (Roma Circoscrizione), tv satellitari (Unire Tv) e riviste (Caffé Democratico). Ha lavorato ai programmi televisivi della Rai Parte Civile, Chi l’ha visto?, Confini8262Indagine, seguendo importanti casi di cronaca, tra i quali l’omicidio di Simonetta Cesaroni, Elisa Claps e di Maurizio Gucci, la banda della Magliana, la strage di Ustica, la banda della Uno bianca, il caso di lady golpe Donatella Di Rosa, la morte della contessa Francesca Vacca Agusta e le sparizioni di Emanuela Orlandi e di Denise Pipitone. Suoi servizi e format sono stati trasmessi da Italia 1, Canale 5 e La 7. Dal 2001 al 2008
è direttore responsabile dei canali satellitari di Unire Tv, poi autore e inviato Rai per i programmi Cominciamo bene, TeleCamere, TeleCamere Salute, Chi l’ha visto? e Visionari. Nel 2015 è stato responsabile per la cronaca nera dei programmi di Rai1″Estate in diretta” e “Vita in diretta”. Per 13 anni ha lavorato a “Chi l’ha visto?”, ha firmato oltre mille servizi, spot, documentari e programmi tv. Ha scritto una dozzina di libri, alcuni basati su storie di cronaca nera raccontate in chiave di romanzo con le vicende di Giuseppe Di Matteo, Emanuela Orlandi, Serena Mollicone e Yara Gambirasio. Gli ultimi pubblicati sono: “Io non c’ero. Cosa sanno i giovani di Falcone e Borsellino”, “All’ombra di Caino. Storie di donne e di violenza” e “Aldo Moro. La guerra fredda in Italia”.
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Esiste ancora un lessico civile? Nel tempo in cui i confini si sono trasfigurati in muri, l’odio sembra distruggere ogni forma possibile di dialogo, la paura dello straniero domina, il fanatismo esalta fantasmi di purezza per cancellare l’esperienza della differenza e contaminazione, la libertà aspira a non avere più alcun limite, è ancora possibile pensare il senso dello stare insieme, della vita plurale della polis? Con gli strumenti teorici della psicoanalisi Massimo Recalcati attraversa con grande capacità di sintesi gli snodi fondamentali e i paradossi che caratterizzano la vita psichica degli individui, dei gruppi umani e delle istituzioni. In primo piano una divisione che attraversa ognuno di noi: difendere la propria vita dall’incontro con l’ignoto o aspirare alla libertà di questo incontro; vivere nel chiuso della propria identità o iscrivere la nostra vita in una relazione con l’Altro. Sono queste due tendenze che, con la stessa forza, definiscono la vita umana. In cinque brevi e potenti lezioni uno psicoanalista tra i più originali del nostro paese offre ai suoi lettori una nuova lettura del nostro stare insieme.
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Lettura particolarmente interessante per comprendere I rischi che sta correndo la democrazia in tutto il mondo e cio’ che si puo’ fare per evitarli.
Se la postdemocrazia ci ha condotto fin qui, gestirla non è più sufficiente: occorre combatterla. Non soltanto, infatti, quelle che erano le principali nuove armi di cui la società civile dispone – le armi offerte dalla tecnologia dell’informazione – le si stanno rivoltando contro, ma nelle democrazie consolidate di tutto il mondo siamo di fronte a una messa in discussione profonda dell’ordine costituzionale e a un risveglio xenofobo. Queste sfide, sebbene non estreme come quelle portate dal fascismo e dal nazismo tra le due guerre mondiali, sono di segno politico analogo. È arrivato il momento di difendere le nostre democrazie.
Già nel 2003 Colin Crouch delineava le debolezze e le caratteristiche della nostra democrazia rappresentativa: il crescente disinteresse dei cittadini alla vita pubblica, la competizione elettorale che si trasforma in uno spettacolo controllato da esperti nelle tecniche di persuasione, il peso delle lobby all’interno dei parlamenti eletti. Questa nuova fase fu denominata da Crouch ‘postdemocrazia’. Oggi è essenziale aggiornare e ridefinire il quadro postdemocratico alla luce dei più importanti eventi politici, economici e sociali degli ultimi anni: la crisi economica del 2008 e, due anni dopo, la crisi dell’Unione europea; la crescita e l’affermazione dei partiti populisti e xenofobi di destra; l’utilizzo politico della rete e dei social network (che all’inizio promettevano l’allargamento del dibattito democratico mentre oggi si rivelano strumento di controllo e persuasione di massa); ma anche i movimenti ambientalisti e femministi cresciuti e rafforzatisi negli ultimi anni. Nell’ultima parte del libro, Crouch si concentra su alcune proposte concrete in grado di salvaguardare la democrazia rappresentativa e costruire un’alternativa a un futuro che appare a tratti distopico.
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«Viviamo uno di quei momenti in cui la storia d’improvviso accelera creando punti di svolta e biforcazioni che segneranno per anni, secondo la direzione che verrà presa, l’esistere dei popoli»
Antonio Pilati
Da vent’anni nel mondo crescono turbolenza politica, conflitti e resistenze alle istituzioni sovranazionali.
Nel XXI secolo si è disgregato l’ordine politico che dopo il 1945 si era mantenuto per quarant’anni con il bipolarismo Usa/Urss e, nel decennio 1990-2000, con il predominio solitario degli Stati Uniti.
Alla base di questa grande trasformazione c’è uno straordinario progresso tecnologico che incentiva delocalizzazioni, riforme dei processi produttivi, eliminazione di lavoro. Nasce una sempre più potente globalizzazione dell’economia che dà spazio a nuovi protagonisti (Cina, India, Iran, Turchia), mentre i sistemi politici occidentali patiscono la crisi sociale indotta dalla tecnologia, non comprendono con le loro classi dirigenti la rivolta degli esclusi e smarriscono la capacità di guida.
Queste pagine cercano di ricostruire il filo degli eventi, passando dalla superficie visibile dei rivolgimenti politici alla dinamica che li sottende, generata dalla frattura sempre più aspra fra élite e perdenti dell’economia globale, per focalizzare infine il motore drammatico della trasformazione: la furia rivoluzionaria della tecnologia.

 

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Quella che stiamo vivendo non è solo una rivoluzione tecnologica fatta di nuovi oggetti, ma il risultato di un’insurrezione mentale. Chi l’ha innescata – dai pionieri di Internet all’inventore dell’iPhone – non aveva in mente un progetto preciso se non questo, affascinante e selvaggio: rendere impossibile la ripetizione di una tragedia come quella del Novecento. Niente piú confini, niente piú élite, niente piú caste sacerdotali, politiche, intellettuali. Uno dei concetti piú cari all’uomo analogico, la verità, diventa improvvisamente sfocato, mobile, instabile. I problemi sono tradotti in partite da vincere in un gioco per adulti-bambini. Perché questo è The Game.
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I libri qui elencati sono tutti stati suggeriti da Ugo

e dai promotori di Visioneroma.

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Dopo la caduta del Muro di Berlino e il fallimento del socialismo reale e della pianificazione statale centralizzata, l’economia capitalistica di mercato è diventata il modello dominante, se non esclusivo, di organizzazione delle società contemporanee. Ma, come dimostra la crisi finanziaria globale che da circa un decennio ha drammaticamente peggiorato le condizioni di vita di milioni di persone, la prevalenza del profitto e dell’interesse privato sembra disegnare scenari molto diversi da quello di una comunità fondata sul principio della pari dignità dei cittadini e sul patto sociale della riduzione delle ineguaglianze. Che fine ha fatto, in questi ultimi decenni, la ricerca del bene comune, che dovrebbe essere il compito e il fine di una società giusta? E in che modo la teoria economica può contribuire al concreto perseguimento di questo obiettivo? Per rispondere a queste domande, l’economista premio Nobel Jean Tirole propone al lettore non specialista un singolare percorso all’interno della scienza economica che consente di individuare le politiche e le istituzioni che possono promuovere il bene comune – il cui punto d’arrivo è l’acquisizione delle informazioni necessarie per affrontare efficacemente le grandi sfide del nostro tempo
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“Il Diavolo è il più appariscente personaggio del grande romanzo postumo di Bulgakov. Appare un mattino dinanzi a due cittadini, uno dei quali sta enumerando le prove dell’inesistenza di Dio. Il neovenuto non è di questo parere… Ma c’è ben altro: era anche presente al secondo interrogatorio di Gesù da parte di Ponzio Pilato e ne dà ampia relazione in un capitolo che è forse il più stupefacente del libro… Poco dopo, il demonio si esibisce al Teatro di varietà di fronte a un pubblico enorme. I fatti che accadono sono cosi fenomenali che alcuni spettatori devono essere ricoverati in una clinica psichiatrica… Un romanzo-poema o, se volete, uno show in cui intervengono numerosissimi personaggi, un libro in cui un realismo quasi crudele si fonde o si mescola col più alto dei possibili temi: quello della Passione… È qui che Bulgakov si congiunge con la più profonda tradizione letteraria della sua terra: la vena messianica, quella che troviamo in certe figure di Gogol’ e Dostoevskij e in quel pazzo di Dio che è il quasi immancabile comprimario di ogni grande melodramma russo.” (Eugenio Montale)
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Uno dei più bei libri scritti sulla nostra città :  «Vorrei sapere come riesce un medico, un chirurgo, a diventare esperto nel suo campo senza sperimentazione continua. Il caso dell’urbanista o dell’architetto è identico. Senza la possibilità di sperimentare, di esercitare lavorando per conto delle regioni, dei comuni o degli enti statali, non è possibile fare niente. Anzi, tutto si riduce ad una pura esercitazione verbale.»
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Come si studia un territorio? Quali segni esso esprime? Con quali strumenti possiamo coglierli? Quali tecniche di analisi possiamo utilizzare sia per analizzarlo come studiosi, sia per trasformarlo e programmarne le sorti?
Così pervasivo nei dibattiti di senso comune così come in quelli politici, il concetto di territorio soffre della mancanza di una chiara definizione operativa perché è connesso a diverse dimensioni, come, ad esempio, natura e cultura, attore e struttura, simbolico e materiale che caratterizzano l’attuale dibattito delle scienze sociali.

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Aggrediti dalle diseguaglianze, sorpresi dai migranti, flagellati da imposte e corruzione, bisognosi di protezione e sicurezza, feriti dalla globalizzazione e inascoltati dai partiti tradizionali, gli italiani con le elezioni del 4 marzo 2018 hanno reagito consegnando le proprie sorti al primo governo populista dell’Europa Occidentale con il risultato di innescare un domino di eventi, da Bruxelles a Washington, dalle conseguenze imprevedibili. In questo titolo Maurizio Molinari descrive le dieci ragioni all’origine della rivolta del ceto medio italiano, protagonista della scossa sovranista che ha sorpreso l’Europa e cambia radicalmente i connotati della vita pubblica della Repubblica.
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Da molti anni ormai gran parte dei cittadini italiani ha perso fiducia nella politica, accusata di essere vecchia, autoreferenziale, corrotta, comunque sempre privilegiata. Abbiamo lasciato che la qualità della politica e dei politici pian piano venisse erosa, al punto da assuefarci al linguaggio sgangherato e all’ignoranza elevata a segnale di freschezza, spontaneità, vicinanza al “popolo”.

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R come Roma e il suo domani. Domenico De Masi, coadiuvato da un gruppo di prestigiosi esperti, delinea il futuro della capitale da qui al 2030.

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Fin dall’antichità esiste una tensione tra il modo in cui  le città sono costruite e quello in cui le persone le abitano. E oggi la maggior parte della popolazione mondiale abita in città.
In uno studio urbanistico che chiude la trilogia dell’Homo faber nella società, dopo L’uomo artigiano e Insieme, Richard Sennett mostra come Parigi, Barcellona e New York hanno assunto la loro forma moderna e ci guida nei luoghi che sono l’emblema della contemporaneità, dalle periferie di Medellín in Colombia al quartier generale  di Google a Manhattan. E denuncia la diffusione globale della “città chiusa” – segregata, irreggimentata e sottoposta a un controllo antidemocratico –, che dal Nord del mondo ha conquistato il Sud del mondo e i suoi agglomerati urbani in mostruosa espansione.

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In un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere. La censura non opera bloccando il flusso di informazioni, ma inondando le persone di disinformazione e distrazioni. 21 lezioni per il XXI secolo si fa largo in queste acque torbide e affronta alcune delle questioni più urgenti dell’agenda globale contemporanea.

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Il Riccetto, il Caciotta, il Lenzetta, il Begalone, Alduccio e altri sono giovanissimi sottoproletari romani. Sciamano dalle borgate della Roma anni Cinquanta verso il centro, in un itinerario picaresco fatto di eventi comici, tragici, grotteschi. Alternano una violenza gratuita a una generosità patetica: Riccetto salva una rondine che stava per annegare ma non potrà far nulla dinanzi al piccolo Genesio trascinato via dalla corrente dell’Aniene; Agnolo e Oberdan assistono Marcello agonizzante, rimasto travolto dal crollo della sua scuola. La Roma monumentale e quella della speculazione edilizia sono lo spazio contraddittorio in cui avviene questa sorta di rito iniziatico di una giornata dei “ragazzi di vita”

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Scritto nel 1932, “Il mondo nuovo” è un romanzo dall’inesausta forza profetica ambientato in un immaginario stato totalitario del futuro, nel quale ogni aspetto della vita viene pianificato in nome del razionalismo produttivistico e tutto è sacrificabile a un malinteso mito del progresso. I cittadini di questa società non sono oppressi da fame, guerra, malattie e possono accedere liberamente a ogni piacere materiale. In cambio del benessere fisico, però, devono rinunciare a ogni emozione, a ogni sentimento, a ogni manifestazione della propria individualità. Al romanzo seguono la prefazione all’edizione 1946 del “Mondo nuovo” e la raccolta di saggi “Ritorno al mondo nuovo” (1958), nelle quali Huxley tornò a esaminare le proprie intuizioni alla luce degli avvenimenti dei decenni centrali del novecento.

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Contiene redenzione e speranza davanti ai disastri della natura umana…..ed i limiti dell’Umanità nel senso della caducità dell’individuo e di immortalità religiosa del genere

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Un libro che rimane nel cuore sulla strenua resistenza degli uomini alla forza inarrestabile del mondo e del destino.
Seymour Levov è un ricco americano di successo: al liceo lo chiamano «lo Svedese». Ciò che pare attenderlo negli anni Cinquanta è una vita di successi professionali e gioie familiari. Finché le contraddizioni del conflitto in Vietnam non coinvolgono anche lui e l’adorata figlia Merry, decisa a portare la guerra in casa, letteralmente. Un libro sull’amore e sull’odio per l’America, sul desiderio di appartenere a un sogno di pace, prosperità e ordine, sul rifiuto dell’ipocrisia e della falsità celate in quello stesso sogno.

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Interessantissimo per conoscere ambienti romani che non conosciamo
Parigi 1815 – Roma 1836: la data della partenza di Napoleone per Sant’Elena e quella della morte, all’eta di ottantasei anni, di sua madre Letizia. Ventidue anni di eventi memorabili per la numerosa e turbolenta famiglia Bonaparte esiliata e dispersa dopo Waterloo. La storia pero comincia molto prima, in Corsica, con la vicenda della giovane Letizia Ramolino, sposa a quattordici anni e madre di otto figli, le cui vite ha tenuto insieme nella buona e nella cattiva sorte per tutto l’arco della sua lunga esistenza. Quella che Edgarda Ferri ci racconta e la storia travolgente di una famiglia che, a dispetto dei dissidi profondissimi, rimane fino in fondo legata alla persona di Napoleone.

 

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Come non rileggere in questi giorni questo capolavoro?

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I saggi di Michel Foucault presentati in questa raccolta trattano del concetto di spazio contemporaneo secondo una duplice accezione: in relazione generica al rapporto col potere e con gli apparati collettivi; in relazione allo spazio del fuori, quello del vissuto. In entrambi i casi centrale resta il concetto di eterotopia. quel luogo che ha il potere di giustapporre diversi spazi che sembrano tra loro incompatibili. Eterotopie, i non-luoghi della nostra contemporaneità, sono per Foucault i cimiteri, gli specchi, i musei e le biblioteche, le feste ma anche, paradossalmente, lo spazio virtuale del linguaggio. Questo infatti si situa sempre in un territorio sospeso, in quel “punto cieco da cui promanano le cose e le parole nel momento in cui si portano verso il loro punto d’incontro

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Michel, quarant’anni, parigino, è un funzionario ministeriale apatico, annoiato da tutto, incapace di emozioni. Appena colpito dalla morte del padre, decide di partire: una vacanza in Thailandia, l’oblio, l’immersione in un paradiso di piacere. Nell’oasi del turismo sessuale, Michel vive un incontro di imprevista intensità: quello con Valérie, una dirigente di Nouvelles Frontières. Nell’umanità ordinaria che da anni circonda Michel, Valérie è un’eccezione: è capace di piacere, sa vivere i suoi desideri, non insegue fantasmi. Tornato a Parigi, Michel intraprende con Valérie e un suo collega un’avventura finanziaria: creare una rete mondiale di villaggi turistici in cui il sesso sia libero, la prostituzione autorizzata. Il successo è immediato. Il precipitare in tragedia altrettanto. Vite annoiate, piaceri degenerati, occidentali disillusi, integralisti di ogni sorta, sullo sfondo di un amore autentico, assoluto, raccontato con l’ironia feroce e stralunata di chi sa cogliere, impietosamente, il non-senso ordinario degli umani commerci.

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Il seme sotto la neve: Già protagonista di “Vino e pane”, Pietro Spina è una tipica figura dell’opera di Silone: quella dell’uomo in fuga, perseguitato, clandestino in patria, vittima dell’ingiustizia umana e dunque testimone della giustizia. Un personaggio la cui esperienza si è ormai tradotta in esigenza morale, in una società che per il letargo dello spirito civile assume l’aspetto di un paesaggio ricoperto di neve. Ma sotto l’apparente uniformità sopravvivono, attorno a Pietro Spina, alcune persone refrattarie all’ordine stabilito. La serenità di quei fuorilegge potrebbe sembrare follia, se l’autore non riconoscesse in essi la presenza di elementi di un cristianesimo antico e di una coscienza libertaria moderna.

 

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