Dopo il covid19 una urbanistica impegnata socialmente? – Elena Battaglini

*Dalla pagina facebook dell’autrice

Partecipando a Venture Thinking con l’immagine guida dell’Allegoria del Lorenzetti, ho parlato della necessità di sfidare l’idea di tempo lineare con quella di tempo spaziale.

Tra il Medioevo e il Rinascimento, la città è infatti un territorio che fornisce cornici a nuovi spazi di relazione, integrando differenze.

Lo spazio urbano era cioè anche un tempo in cui gli individui, le persone, gli abitanti  sono sempre INTERAMENTE presenti, con la loro personalità distinta, il loro corpo, i loro sensi, le loro qualità, e i vizi che li contraddistinguono.

In altre parole quel tempo, il cui ritmo batterà all’unisono con il cuore delle botteghe rinascimentali, era anche uno spazio che segnava il tempo della vita attiva: dall’apprendimento all’arte, alla conoscenza, alla scienza, all’imprenditorialità.

Dovremmo rifondare queste relazioni spazio-temporali: le piazze, le strade, gli interstizi urbani devono ricostruire queste relazioni spaziali per ricomporre le identità frammentate degli abitanti della città contemporanea.

La città contemporanea, infatti, destruttura e zonizza la multidimensionalità spazio/temporale delle esperienze, delle relazioni e delle attività che contraddistinguono la nostra quotidianità urbana.

In sostanza, la ragione discorsiva e disgiuntiva, veicolata nei linguaggi della pianificazione urbanistica, ha separato lo spazio dai nostri tempi interni, segmentando, zonizzando, concentrando la vita urbana in segmenti sconnessi che non seguono i ritmi del nostro respiro e della nostra intera vita, nelle diverse forme con cui essa si esprime nella quotidianità: apprendimento, lavoro, cura, socialità, leisure.

Una ‘socially engaged architecture’ è quindi un’architettura che riconnette i tempi interni e circolari della vita degli individui allo spazio pubblico, alle piazze, ai parchi e alle strade.

Un progetto o un piano urbanistico ‘socially engaged’ si prende dunque contestualmente cura di luoghi e relazioni in modo che esse riconnettano le funzioni e i processi dell’abitare.

Immaginiamo ad esempio lavoro, apprendimento, cura, socialità, attualmente segregati in luoghi-funzione che, invece, si distribuiscano, si mescolino, si ibridino tra piazze, parchi e strade. Oppure pensiamo ad un parco che diventi piazza e riunisca assieme economia, socialità e cura che diventi tutt’uno con scuola e apprendimento.

Una socially engaged architecture può distribuire nella città lo spazio/tempo dell’abitare in modo da trasformare i prodotti urbani in processi i cui ritmi risuonino con il respiro della terra.

Attraverso la collaborazione tra sociologi, architetti e urbanisti, apposite tecnologie potranno infrastrutturare queste nuove relazioni in modo da farle riconnettere in un unico tempo/spazio, quello di una Sacra Unità (à la Bateson) favorendo, magari, il passaggio da una pianificazione di comando e controllo, ad un’etica pianificatoria centrata sulla libertà e responsabilità.

Elena Battaglini

 

 

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