Riflessioni e storia del coronavirus – Alberto Benzoni

STORIA DEL CORONAVIRUS, BILANCIO DI UN QUADRIMESTRE

La pandemia, la prima dopo cent’anni, colpì il mondo totalmente di sorpresa. E colpì un mondo sostanzialmente impreparato ad affrontarla. E non solo, come venne constatato da subito, per la complessiva assenza, o inefficienze delle strutture sanitarie pubbliche funzionali alla bisogna; tutte o quasi tutte scientemente ridimensionate nell’arco di decenni. Perché questo non era che l’elemento momentaneamente più rivelatore di un ordine mondiale che i suoi cantori ritenevano gestibile da una sorta di pilota automatico ma che era segnato da contraddizioni e squilibri potenzialmente laceranti: concorrenza senza solidarietà; regole comuni senza politiche comuni; globalizzazione, a sua volta senza tutele; poteri, privati ma anche pubblici senza responsabilità; governi senza popoli; pensiero unico senza antagonisti.
Ben prima dell’arrivo del coronavirus queste tensioni erano ampiamente venute alla luce; minando alla base proprio quell’ordoliberismo cui era stato affidato il futuro dell’umanità; ma per tornare ad un disordine senza regole e senza il “concerto tra le nazioni” proprio dei secoli scorsi.
Una situazione di partenza che rese ben presto la crisi di fatto ingovernabile; e agli occhi dei suoi stessi protagonisti.
Ne fu prima ed evidente testimonianza la progressiva e sempre più totale incapacità di valutarne le dimensioni e gli effetti. A partire dalle stesse dimensioni del contagio. Su questo punto i dati forniti quotidianamente dalle autorità di tutto il mondo, dati su cui si basava la tempistica e l’intensità dell’azione di contenimento, vennero ben presto rimessi in discussione a livello scientifico e istituzionale; anche se, per nostra fortuna, non ancora a livello di pubblica opinione. Rimaneva anzi si consolidava progressivamente l’idea che il numero dei contagiati fosse di gran lunga superiore a quello ufficiale (non foss’altro per la grande diversità nell’uso degli strumenti di verifica e di controllo). Ma, sempre per nostra fortuna, la polemica in materia, tra scienziati e politici e tra gli stessi politici non andò mai oltre certi limiti, superati i quali saremmo stati travolti: e non solo e non tanto dai litigi tra i governanti quanto dal panico, dalla totale sfiducia nelle istituzioni, insomma dalla totale perdita del controllo sui governati.
Più grave, in prospettiva, la crescente incapacità di prevedere quello che ci saremmo trovati di fronte all’uscita dal tunnel. Inizialmente il “dopo, nulla sarà più come prima” correva su tutte le bocche. Una frase ad effetto, di quelle che piacciono ai politici e agli opinionisti; e in cui, al massimo, si manifestava una implicita e polemica rivalsa nei confronti dei difensori del liberismo e dell’austerità. Unita alla convinzione, più volte manifestata, che la crisi ci avrebbe reso migliori, rappresentava quel minimo sindacale del pensiero, soddisfacente per tutti.
Con l’andar del tempo, però, quella frase scomparve dalla circolazione. Perché palesemente vacua; anzi indecente. Perché quel dopo sarebbe emerso da un campo di rovine. Perché sarebbe nato da processi che apparivano incontrollabili. E perché sarebbe stato, molto probabilmente, peggiore. Così come nessuno era in grado di garantire che le sofferenze subite, tra l’altro in modo sempre più disuguale, ci avessero, complessivamente, resi migliori.
Non a caso, nel tempo, le stesse previsioni economiche apparivano campate in aria; al punto di essere continuamente modificate, settimana dopo settimana. All’inizio, tutti a cavalcare il rimbalzo: certo i dati dell’economia avrebbero avuto, tutti, il segno meno nella prima metà dell’anno; ma poi ci sarebbe stata la ripartenza che avrebbe, già nel corso dell’anno, limitato i danni; per poi accentuarsi vigorosamente nel 2021. Il tutto in un arco di “più” e di “meno” che non avrebbe superato i dieci punti.
Da allora, però, ogni possibile diga venne travolta; e verso una discesa che non conosceva più limiti. E di rimbalzo non si parlò più. Nella implicita convinzione che si potesse progettare ripartenze solo dopa l’arrivo del vaccino salvatore. E che, per l’intanto, il problema non era quello di progettare il futuro ma di salvare il salvabile nel presente.
Abbondarono invece, e da ogni parte – scienziati, finanzieri, istituzioni internazionali, paesi, categorie – le previsioni e gli annunci di catastrofi. Normale durante un’epidemia che aveva colpito economie e società nei loro gangli vitali. Anormale, anzi preoccupante, che nessuna voce autorevole si alzasse per smentirli; e, ancor di più, che il livello delle risposte continuasse a rimanere del tutto impari rispetto a quello delle sfide.
Tutto ciò riconduceva fatalmente a ritornare alle, diciamo così, deficienze strutturali che avevano alimentato il disastro. Alcune apparivano insanabili. Altre, forse, no.
Da semplici e, singolarmente e collettivamente impotenti, testimoni del disastro, tentiamo di ricordarne le principali.
All’inizio, fu il caos. O forse peggio. Un sistema/mondo, quello della globalizzazione, dominato da due candidati all’egemonia – gli Stati uniti e la Cina – separati da una rivalità feroce e senza regole. Fino ad usare la pandemia come occasione per regolare definitivamente, in uno scontro a somma zero, i conti tra loro.
In conseguenza di ciò, tutte i consessi mondiali, che si trattasse dell’Onu, dell’Oms o del Fmi, come del G20 o del G7, si fermarono, nella gestione della crisi, al “carissimo amico”; anzi non arrivarono nemmeno a quello. Il Consiglio di Sicurezza non trovò nemmeno il tempo per riunirsi allo scopo di esaminare l’appello di Guterres per una tregua generale nei conflitti in corso; del G7 non rimase nemmeno la fotografia di gruppo; il G20 partorì una sospensione del pagamento dei debiti dei paesi poveri, subito contestato dai creditori privati.
Per tacere delle vicende dell’Oms e del Fmi, a tutti note.
In questo quadro, era difficile che le strategie di risposta alla pandemia – sanitarie, o economico sociali – fossero unitarie o anche solo sostanzialmente condivise. Si registrò certo il superamento di antichi vincoli, particolarmente in Europa – riconoscimento del ruolo degli stati, impegno crescente delle istituzioni nell’erogazione di fondi sempre più consistenti agli stati medesimi e, soprattutto, abrogazione di fatto del regime dell’austerità – ma senza sostituirli con nuove libertà. E, in quanto all’impegno nella lotta contro il coronavirus, si procedette in ordine sparso, in sotterranea concorrenza gli uni contro gli altri e, soprattutto in un clima di crescenti divisioni interne: virologi, partigiani di un lockdown rigido a tutela della salute contro industriali e infinite categorie di persone per le quali la riapertura diventava sempre più un’esigenza vitale, comuni contro regioni, comuni e regioni contro governi, partiti contro partiti, aree di un paese contro le altre; e, cosa in prospettiva più pericolosa di tutte, cittadini contro governi e autorità e cioè contro lo stato.
Ed è a questo tema, questa volta con particolare riferimento al nostro paese, che è necessario dedicare la parte conclusiva del primo capitolo di una storia ancora tutta da scrivere. A partire dal suo ritorno in campo, a testimoniare in modo indiscusso il famoso “nulla sarà più come prima“. Agli inizi del nostro percorso lo stato, in generale e le strutture pubbliche, in particolare, erano oggetto di un attacco costante e sempre più intenso, con l’obbiettivo della loro definitiva marginalizzazione; sul piano internazionale come su quello interno. Con l’arrivo della pandemia, vennero precipitosamente recuperati dallo sgabuzzino in cui erano stati relegati e posti al centro della scena e con poteri che non si erano mai sognati di avere.
Una droga potente; fonte di infinite tentazioni; e suscettibile di dare assuefazione. E, infine, giustificata dal fatto che, come molti ci dicevano, eravamo in guerra; e in guerra c’è chi comanda e chi deve, se non aderire, sabotare il meno possibile.
Ora, questo schema funzionò, con la relativa esaltazione degli eroi morti al fronte (e di nessun altro), solo in una breve fase iniziale; per sfociare poi in quella lotta di tutti contro tutti destinata a divampare proprio verso la fine del quadrimestre. E senza alcuna garanzia che le direttive del comandante in capo, come di qualsiasi altro, potessero essere recepite.
Tutto ciò rendeva ogni possibile successo aleatorio; e alla mercé dei sussulti della pandemia. E non per le palesi insufficienze, individuali e collettive dei protagonisti del confronto, pur palesemente evidenti. Ma perché erano mancati, si dall’inizio, i requisiti fondamentali per vincerlo.
Mancò, in primo luogo, l’Antagonista. Un soggetto sempre necessario nel confronto politico quotidiano; ma la cui presenza, sin dagli inizi della crisi era diventata assolutamente vitale; almeno per salvaguardare la possibilità di un futuro migliore. Superare la pandemia era ed è alla nostra portata. Rimediare ai suoi effetti distruttivi, leggi difendere coloro che, in partenza, erano destinati a patirne le conseguenze (con il relativo pauroso aumento delle disuguaglianze,) avrebbe dovuto, allora, essere al centro dell’agenda politica dedicata al “dopo”. Ma non è stato così: perché una causa, oggettivamente vinta in partenza, è stata rinviata a data da destinarsi; e per la prolungata assenza del soggetto vocato a difenderla; il movimento socialista.
In mancanza di questo, diventavano allora essenziali, nella gestione stessa della crisi: il ripristino ad ogni livello, e in particolare a livello locale dei diritti e delle pratiche della democrazia (in un quadro in cui le elezioni e la loro data non potevano più essere considerate, come stava avvenendo in altri paesi, un optional a disposizione del conducente), ma soprattutto la costruzione di nuove reti di solidarietà e di autogoverno e di autodisciplina collettiva (di gruppo, di categoria, di quartiere, di operatori del sistema scolastico, di sportivi, di operatori turistici e ancora).
Insomma la ricostruzione di una società solidale come antidoto all’altrimenti inevitabile definitivo fallimento dello e della politica.
Agli inizi del secondo quadrimestre la partita era ancora aperta. Ma non per molto

Alberto Benzoni

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