CORONAVIRUS: IL CARNAIO DI REBIBBIA – AVV. GIUSEPPE DI NOTO

CORONAVIRUS: IL CARNAIO DI REBIBBIA

 

 

Io vorrei che pregassimo per il problema del sovraffollamento nelle carceri. Dove c’è un sovraffollamento c’è il pericolo, in questa pandemia, che finisca in una calamità grave”.

Con questo monito più volte Papa Francesco è intervenuto per denunciare il degrado e le condizioni in cui versano i detenuti, soprattutto in una fase di così grave rischio per l’epidemia.

Altri appelli per le condizioni in cui versano le carceri italiane, e tra queste Rebibbia, e per il rischio di contagio coronavirus sono stati lanciati contemporaneamente dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dal Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, dall’Unione delle Camere Penali e da numerose organizzazioni di volontariato.

Il Garante nazionale dei detenuti ha denunciato alla data del 1° maggio 159 contagi tra i detenuti e 215 tra gli agenti di polizia penitenziaria.

Per il Ministro della Giustizia, incredibile a dirsi, la situazione carceraria è sotto controllo perché il numero dei contagi sarebbe ancora contenuto.

A nulla rileva il mancato rispetto delle basilari norme di distanziamento sociale, ed ancor meno rileva il rischio di esplosione di un focolaio, né tantomeno il pericolo di nuove rivolte

Nel carcere di Rebibbia è caos totale.

Al monito del Papa ha fatto eco la perorazione di Don Roberto Guarnieri, da circa trenta anni operativo nel carcere romano.

I colloqui con i familiari sono sospesi e vengono effettuati via skype, ma le chiamate sono completamente a carico dei parenti a costi molto elevati e possono essere effettuate non più di una volta a settimana.

A marzo è esplosa una rivolta nel carcere di Rebibbia, in concomitanza con altre carceri, con la conseguenza che 13 detenuti hanno perso la vita nel nostro paese: una vera strage.

Dal carcere si è levata una lunga colonna di fumo, i detenuti si sono rifiutati di rientrare dall’ora d’aria e la tensione ha provocato gravi disordini.

I reclusi reclamano urgenti interventi sanitari e l’uso di tutti i mezzi per evitare la diffusione del contagio.

I detenuti sono costretti a vivere a stretto contatto tra loro in stanze di 3 metri per 4 con un bagno in comune, spesso in più di quattro persone.

Le regole di distanziamento sociale non esistono e per i detenuti non sono disponibili guanti e mascherine.

E’ una situazione gravissima da affrontare anche per gli agenti carcerari che vivono a stretto contatto con i detenuti.

L’allarme coronavirus provoca incertezza e disperazione, sentimenti che spesso sono causa di ribellione: i detenuti si sentono abbandonati a se stessi e temono di morire in carcere senza poter neppure salutare i loro parenti.

Ancora oggi, dopo la rivolta di marzo, a Rebibbia i carcerati si fanno sentire battendo contro le sbarre tutto ciò che hanno a portata di mano.

Da più parti, anche qualificate, si invoca un indulto o un’amnistia, istituti che una volta erano nell’esclusiva disponibilità del Presidente della Repubblica e che oggi purtroppo sono diventati merce di contesa politica ed elettorale nelle mani dei partiti.

Il coronavirus è un micidiale aggravamento del tenore di vita già pesante dei detenuti, che a buon diritto hanno comunque ragione di sperare di rivedere un giorno la luce del sole e di tornare nelle loro famiglie per riprendere il cammino interrotto di reinserimento nella società.

Ha pienamente ragione chi sostiene che il livello di democrazia di un paese si misura anche e soprattutto dalle condizioni carcerarie e dal rispetto della dignità umana.

I carcerati vivono in uno stato consolidato di estrema povertà, povertà di beni di consumo, povertà di condizioni di vita accettabili, povertà di igiene, povertà di affetti.

Aggiungere a questa situazione di degrado e di difficoltà il rischio reale e quotidiano del contagio significa negare il diritto alla sopravvivenza e la speranza di un recupero di vita normale, condizioni che non possono e non devono essere precluse neppure a chi si è macchiato di un grave delitto.

Il comitato familiare dei detenuti di Rebibbia ha lanciato il suo grido di dolore: “I nuovi arrivati vengono messi insieme a tutti gli altri. I detenuti vivono momenti di terrore, si sentono impotenti e impauriti per quello che potrebbe succedergli nelle piccole celle in cui sono costretti in quattro, cinque, sei persone. Non esistono tamponi per nessuno, non ci sono ambienti dedicati all’isolamento di quarantena, non esistono mascherine monouso, non ci sono disinfettanti, non ci sono guanti, non hanno modo di proteggersi.

Nella sezione femminile di Rebibbia due sanitari sono risultati positivi al coronavirus e sono stati effettuati tamponi su sette detenute che erano entrate in contatto con uno dei due: si teme che il contagio possa estendersi ed accresce tale preoccupazione soprattutto la presenza dei bambini che vivono in cella con le madri detenute.

Attualmente restano recluse nel carcere di Rebibbia femminile nove madri con altrettanti bambini: il rischio è sotto gli occhi di tutti.

 

Il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, è di recente intervenuto in proposito: “In una situazione del genere, in piena epidemia da coronavirus, è ancora più intollerabile che i bambini siano costretti a vivere con le madri nelle carceri. Bisogna farli uscire al più presto dalle strutture carcerarie. C’è anche una specifica raccomandazione dell’OMS di privilegiare l’uscita dal carcere delle persone vulnerabili ed in particolare delle donne con i bambini”.

Il Governo non sembra molto interessato al problema, impegnato com’è in tutt’altro contesto e neppure la stampa mostra particolare attenzione.

Il fondato timore è che debba succedere l’irreparabile prima che si prendano i necessari provvedimenti per scongiurare una nuova epidemia, questa volta tra i detenuti.

Speriamo non sia così.

 

 Giuseppe Di Noto

 

 

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