PROGETTO: RSA E ASS. DOMICILIARE, LA SANITA’ DEI CITTADINI – DOTT. STEFANO CADEMARTORI E DOTT. PIERGIORGIO TUPINI

Introduzione

di Gabriele Gandelli

Ci sono giunti due documenti da parte di Piergiorgio Tupini sulle RSA e da parte di Stefano Cademartori sull’Assistenza Domiciliare che completano il quadro sugli interventi che dovrebbero fare il SSN e le Regioni. Sono argomenti che non sono di pertinenza Comunale, ma che che la Città di Roma può fare propri e in taluni casi predisporre, per esempio per le RSA un piano di intervento, visto che per esempio da un punto di vista immobiliare ne è direttamente interessata.

Perché già da ora non studiare le esigenze della popolazione e agire di conseguenza, perché non interessare il Terzo Settore sull’argomento sia per l’Assistenza Domiciliare che per le RSA?

Sono entrambi documenti illuminanti di come si potrebbero risolvere alcuni annosi problemi della sanità incidendo sull’efficacia sanitaria vedi proposta di Stefano Cademartori e poi sulla razionalizzazione dei costi della sanità divenuti ormai insostenibili.

Gli interventi  di Stefano Cademartori e di Piergiorgio Tupini mettono a nudo le carenze e le difficoltà delle strutture e propongono  soluzioni alternative.

Come già scritto parlando di RSA nel progetto sociale, sarà importante il raccordo con il Terzo Settore con progetti concordati e sviluppati lasciando alle Istituzioni il controllo. Considerando inoltre che molti over 65 rimasti soli saranno ancora per molti anni autosufficienti e senza gravi patologie, sarebbe positivo se riuscissimo a bypassare le RSA, e trovare una sistemazione socialmente più efficace per farli sentire ancora integrati e non isolati, ricordiamo quanto scritto: vicinato con i parenti prossimi; vita nelle proprie case con servizi di assistenza condivisa (infermiere di quartiere, portierato diffuso, medici specialisti, assistenza a basso costo di artigiani ecc.) servizi utili anche alle famiglie bisognose e ai disabili, edifici per loro pensati con un massimo di 15/20 anziani che vogliono vivere in comunità, con retta che tiene conto della pensione percepita e della situazione economica. Ognuno con la propria camera, con bagno e un piccolo disimpegno con poltrona e TV, arredata magari con alcuni mobili di sua proprietà, con servizi in comune sala ristorante/bar, salette TV, palestra, con spazi all’aperto e personale specializzato, e il medico che ogni settimana, o alla bisogna passa presso la struttura, con materiale medico sanitario e di pronto soccorso a disposizione, convenzioni con ditte artigiane per mantenere l’efficienza della struttura. Strutture ben raccordate con i centri di interesse, per consentire facili uscite per lo svago e le compere. Vorrebbe dire sgravare di costi il SSN.

Troviamo, inoltre, interessante e socialmente giusto quanto auspicato da Piergiorgio Tupini per la “riqualifica” delle badanti; ci sarebbe inoltre un’emersione del nero.

Il compito futuro, dopo gli eventuali commenti che ci saranno, sarà di armonizzare le proposte per farne un documento complessivo interconnesso da presentare alle forze politiche e alla cittadinanza.

 

Gabriele Gandelli

 

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L’ASSISTENZA SANITARIA DOMICILIARE NEL SSN

di Stefano Cademartori

Specialista Pneumologo, già Dirigente Pneumologo e Responsabile Terapia Subintensiva Respiratoria Osp. S.Filippo Neri Roma, già Dirigente Pneumologo in assistenza territoriale.

Il Sistema Sanitario Nazionale garantisce percorsi assistenziali a domicilio a persone non autosufficienti e in condizioni di fragilità fisica, psichica e/o sociale.

L’assistenza domiciliare è prevista come LEA ( Livelli essenziali di assistenza ) del tutto gratuita, senza limitazioni di età e di reddito per i pazienti riconosciuti bisognosi di tale prestazione..

L’assistenza domiciliare viene erogata dal CAD (centro di assistenza domiciliare), struttura distrettuale.

Il Distretto è il contenitore fondamentale attraverso il quale l’ASL coordina e raggruppa vari i servizi territoriali (assistenza sanitaria di base ,attività di emergenza sanitaria territoriale, attività ambulatoriale, , CAD, Case della Salute, DEA di presidi ospedalieri, assistenza residenziale territoriale ,assistenza farmaceutica territoriale, attività protesica, centri vaccinali) esso si coordina inoltre con le realtà ospedaliere locali.

L’offerta strettamente sanitaria del CAD viene erogata attraverso un programma di trattamento medico, infermieristico e riabilitativo coordinato dal Distretto e quest’ultimo può raccordare il programma medico con un eventuale sostegno del Comune di residenza a cui spetteranno le prestazioni di carattere sociale e il supporto alla famiglia in senso lato ed ampio.

L’accesso all’assistenza domiciliare viene richiesto dal medico di base , dall’Ospedale in fase di dimissione (continuità assistenziale) o può anche essere richiesto dai familiari in accordo col MMG o Pediatra di libera scelta.

In ogni caso il primo passaggio è quello della cosiddetta Presa in carico che viene operata da una equipe del CAD costituita generalmente dal Responsabile del Servizio e da alcuni esperti del settore correlato al caso clinico ( ad esempio se paziente respiratorio uno Pneumologo, se plegico un Fisiatra e il Fisioterapista ,il Coordinatore infermieristico per le competenze specifiche, ecc.).

Superata questa prima fase si predispone un Piano assistenziale integrato (PAI ) in cui si prevederanno tutti i bisogni e le necessità assistenziali.

L’assistenza domiciliare potrà essere programmata (ADP), cioè limitata al tempo necessario alla gestione coordinata dell’episodio o Integrata (ADI), consistente in un insieme integrato di trattamenti sanitari e sociali domiciliari erogati da parte di diverse figure professionali (medici, infermieri, riabilitatori, assistenti sociali, ecc.) in una logica distrettuale con il coinvolgimento del Medico di Medicina generale o pediatra di libera scelta.

Le malattie che consentono l’avvio dell’ADI sono:

Malattie terminali

Malattie progressivamente invalidanti

Incidenti cardiovascolari acuti in fase di domiciliazione

Gravi fratture in anziani

Forme psicotiche

Riabilitazione in pazienti vascolari, neurologici, ortopedici

Broncopneumopatie croniche

Dimissioni protette da ospedali

Ogni altra forma di patologia cronica invalidante

 

Le cure domiciliari integrate potranno essere di intensità bassa ( primo e secondo livello ) , per pazienti che non necessitino di assistenza quotidiana o di intensità elevata (terzo livello ) , per paziente da assistere 7 giorni su 7 ( es. SLA avanzate o altre molteplici situazioni complesse ), talora anche con assistenza 24 ore su 24 (ospedalizzazione domiciliare ).

A prescindere dalle forme di ADI la responsabilità come coordinatore è sempre del MMG o pediatra di libera scelta che si riserverà degli accessi programmati cadenzati.

Ovviamente potranno esserci variazioni del programma , per miglioramento , anche con dimissioni dal progetto assistenziale o passaggi da ADP ad ADI per peggioramento fino alla ospedalizzazione in casi ingestibili a domicilio.

L’assistenza domiciliare può essere erogata anche a pazienti di altre regioni che risiedano per lunghi periodi fuori sede in accordo con l’ASL di temporanea residenza.

              Esperienze e riflessioni personali

Ho voluto iniziare questo breve articolo ricordando i criteri sintetici che , dalla legge di riforma sanitaria, con modifiche e integrazioni successive hanno portato alla attuale organizzazione di assistenza sanitaria pubblica sul territorio.

Il momento di crisi attuale , con le critiche all’assistenza territoriale e ai casi drammatici delle residenze per anziani (RSA) a mio parere hanno evidenziato ancor più quanto, in una visione sanitaria ospedalocentrica, specie in alcune Regioni, le carenze del territorio rendano squilibrata l’offerta sanitaria .

Nella mia personale esperienza inoltre , quasi a prevederlo , volli passare , dopo una lunga carriera dapprima universitaria ma soprattutto ospedaliera a lavorare sul territorio ,perché scontento e incredulo nel constatare che gli sforzi per tirare fuori i malati dalla criticità venivano resi spesso vani dalla inefficienza del territorio, incapace di dare continuità all’attività svolta in Ospedale. I miei colleghi di Ospedale mi presero per folle ma sono assolutamente convinto di aver fatto una scelta giusta passando i miei ultimi anni di carriera nel SSN a scarrozzare nelle campagne di Cerveteri, Ladispoli, Fiano, Capena, Sant’Oreste e successivamente nella realtà ambulatoriale di Tor di Quinto.

E non sono del partito di coloro che pensano che i tagli ai posti letto siano stati erronei; ho visto infatti quanto realtà di Ospedali piccoli o piccolissimi, nati spesso nel contesto di campagne elettorali o per smania di apparire dei singoli Comuni siano inutili. Meglio un Ospedale vero , attrezzato , di dimensioni adeguate, in grado di fronteggiare quasi tutte le realtà ,anche emergenziali vere, piuttosto che una miriade di ospedaletti capaci solo di essere” trasferitori” di malati in Ambulanza.

Tuttavia senza aver reso adeguata ed efficiente l’assistenza territoriale , si porranno solo le premesse per un’accentuazione dello squilibrio tra Ospedale e territorio con una sofferenza dell’offerta assistenziale ed una mancata soddisfazione dell’utenza.

Ecco i problemi principali che ho potuto constatare con mano:

-carenza di risorse umane e di organici

-mancanza di formazione vera, pratica, sul campo non solo teorica

-mancanza di strumenti e mezzi diagnostici per portare veramente” l’ambulatorio a domicilio”

 

Carenze di personale

Sicuramente questo è un grosso problema che andrà affrontato. Il personale medico può essere con rapporto di dipendenza o inquadrato come specialista ambulatoriale esterno ,ruolo particolare che è particolarmente rappresentato nel territorio, con rapporto ad orario, cioè con attribuzione di ore settimanali variabili per quantità, spesso insufficienti a coprire le necessità e a far sì che i tempi di attesa siano adeguati. In misura minore alcune figure di medico possono essere offerte da personale di cooperative.

Per quanto riguarda gli infermieri e i fisioterapisti possono essere dipendenti o frequentemente legati a cooperative con problemi contrattuali e di trattamento economico inadeguato. Anche in questi ruoli spesso gli organici sono insufficienti a coprire con tempestività le esigenze.

Formazione

A mio parere questo argomento fa il paio con la carenza di organico.

Il personale di tutti i ruoli fa frequentemente corsi di formazione spesso anche interessanti e completi, quello che ho trovato spesso carente è stata la formazione pratica. Da qui una mia convinzione ed un suggerimento : per il personale di assistenza territoriale bisogna prevedere un tirocinio pratico obbligatorio da svolgersi in ambiente ospedaliero o in ambienti specialistici qualificati del SSN , strutturato come si vorrà, ma adeguato a formare il personale non solo in teoria ma anche in pratica con obbligo di conoscere e saper praticare le principali attività connesse alla propria specialità o al proprio ruolo professionale. Potrebbe essere una osservazione banale ma vi assicuro che vedere uno specialista o un professionista sanitario non essere ben avvezzo a praticare una qualsivoglia attività diagnostica o terapeutica connessa al proprio ruolo, spesso semplicemente per carenze formative, segna un senso di frustrazione e dubbi sulla reale utilità del servizio. Ovviamente non è un discorso che riguarda tutti, ma dobbiamo assicurarci che in maniera estesa ogni professionista possa offrire una prestazione di qualità.

Mezzi diagnostici per uso domiciliare

Capita frequentemente che un paziente del territorio debba eseguire qualche indagine complementare alla valutazione clinica per arrivare alla diagnosi del caso in oggetto.

Potremmo pensare ad un a radiografia del torace, ad una ecografia, ad una emogasanalisi, ad una spirometria, ad un ecocardiogramma o ad altre tecniche di indagine utilissime e spesso risolutive per l’atto diagnostico, oggi facilmente eseguibili a domicilio.

Come si fa nella maggioranza dei casi? Ambulanza, ricovero improprio, talora ricorso a privati che in qualche modo sopperiscono alle carenze in maniera spesso “forzata” ma fortemente squalificante per l’essenza stessa dell’assistenza territoriale. Oggi tutto questo appare non più sostenibile, bisogna risolvere questo gap assistenziale.

 

Conclusioni

Ecco alcune riflessioni, anche banali ma realistiche, rapportate ai vari problemi a mio parere risolvibili.

Se per esempio nella attuale pandemia avessimo avuto alcuni semplici mezzi da usare a domicilio, una radiografia del torace o a una ecografia polmonare , accoppiate ad una disponibilità di adeguati mezzi di protezione individuale per i vari operatori e per i medici di medicina generale o i pediatri di libera scelta, avremmo potuto assistere a domicilio i malati sospetti Covid ed avremmo potuto quanto meno limitare a pochi casi l’ assistenza “solo telefonica”, senza reale ed obiettivo controllo, evitando di eseguire ricoveri spesso soltanto in condizioni estreme, al di là di ragionevoli tempi di prudente osservazione .

Con le conseguenze che tutti abbiamo osservato.

Dott. Stefano Cademartori

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IL TUNNEL BUIO DELLE RSA

di Piergiorgio Tupini

Già Dirigente ASL, presidente dell’accademia della cultura enogastronomica, esperto di questionI socio sanitarie

 

 

In Italia mancano strutture adeguate per garantire agli anziani non autosufficienti una vecchiaia dignitosa. Però, quando è giunta la notizia dei primi casi d’infezione da Coronavirus che metteva a rischio le persone più anziane, a onor del vero, ho pensato che gli anziani inseriti nelle Residenze Sanitarie Assistenziali RSA, vivendo in ambienti protetti dai contatti con l’esterno, avrebbero subito un rischio basso a contrarre la malattia.

Invece, se ad ammalarsi di Covid-19 sono i giovani, a morirne sono i più anziani. L’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) ha dichiarato che sono stati 6000-7000 morti tra gli ospiti delle case di cura e delle strutture di degenza a lungo termine “la metà delle quali vittime del Covid-19” laddove erano carenti le cure efficaci e l’accesso alla terapia intensiva. La Lombardia, con l’elevato numero di decessi nelle RSA, l’ha confermato, forse perché l’obiettivo sanitario regionale è quello di curare le acuzie e le malattie croniche lasciando nel cassetto il rischio da malattie infettive straordinarie a carattere endemico. Troppe morti in Italia a causa del Coronavirus nelle RSA; i deceduti da COVID-19 sono stati 33.000, di questi, 1/4 circa sono gli anziani non autosufficienti morti nelle strutture residenziali, presumibilmente per  inadempienza o inosservanza delle procedure antiinfettive da COVID-19, ai quali va aggiunta l’esiguità dei dispositivi e attrezzature indispensabili per arginare il fenomeno all’interno delle strutture assistenziali, determinando la strage; anche la deficiente consistenza strutturale non ha agevolato gli interventi immediati ed efficaci d’isolamento. Oltre tutto, la situazione all’interno del Pio Albergo Trivulzio di  Milano, la RSA finita nel mirino degli inquirenti, per disposizioni regionali fin da gennaio avrebbe ricoverato pazienti con polmoniti e sintomi di insufficienza respiratoria, determinando il collasso dell’apparato assistenziale con ulteriori decessi, coinvolgendo responsabilità sia politiche e sia sanitarie.

Invecchiamento progressivo della popolazione e aumento degli over 65 affetti da malattie croniche debilitanti è un quadro che rende quanto mai penosa l’attesa di un posto nelle RSA. Attualmente, le RSA ospitano circa 280 mila anziani, ma si prevede che nel 2035 gli over 65 saranno oltre 600 mila, per cui il fabbisogno di assistenza agli anziani non autosufficienti, richiederà almeno altri 200 mila posti letto. Infatti, la popolazione over 65, attualmente calcolata in 13,6 milioni di persone, raggiungerà i 17,8 milioni nel 2035, con un incremento del 31%; gli over 85 aumenteranno del 43%, dagli attuali 2,1 ai 3 milioni nel 2035 e sarà significativo anche l’incremento degli ultracentenari, attualmente 16mila, destinati a diventare circa 42mila, con un incremento del 170%. Calcolando un investimento medio per posto letto di 70 mila euro, entro il 2035 la spesa sarà complessivamente di circa 14 miliardi di euro, ma se si inseriscono nel calcolo anche gli anziani con deficit cognitivi acuti, l’importo complessivo degli investimenti dovrà essere di oltre 20 miliardi di euro.

Il ruolo del settore pubblico nel settore delle RSA è marginale rispetto a quello privato; quest’ultimo costituito da società profit e organizzazioni non profit, è in grado di generare una migliore redditività con l’aumento del fatturato, utilizzando economie di scala connesse al crescere delle dimensioni delle strutture di accoglienza, per cui il settore profit tende al progressivo abbandono dei complessi più piccoli per sostituirli con altre a capienza più elevata. Perciò, anche gli investimenti futuri tenderanno a essere concentrati su strutture di oltre 100 posti letto. Duff & Phelps REAG ha valutato che il mercato cosiddetto “senior housing & care”, in cui rientrano le RSA, sia attrattivo nei Paesi europei ove l’età media della popolazione e l’aspettativa di vita mostrano un consistente aumento, tanto che “negli ultimi anni Germania e Francia oltre alcuni Paesi del Sud Europa, come Spagna e Italia hanno registrato un aumento significativo del volume degli investimenti immobiliari in questa “asset class” raccogliendo tra il 2006 e il 2014 una media di 30 milioni di euro di investimenti, con un incremento medio annuo nel triennio 2015-2017 di 230 milioni di euro”.

I principali investitori sono i player istituzionali, sviluppatori, enti governativi e società immobiliari sia quotate che non. Nel 2017, anno record per gli investimenti corporate in Italia (circa 11 miliardi totali), il settore RSA ha registrato volumi pari a circa 550 milioni di euro. È stato stimato, che nel 2018 siano stati investiti complessivamente circa 5 miliardi di euro in Germania, 3 miliardi in Francia, 2 in Spagna e meno di un miliardo in Italia. Infatti, In Italia l’investimento resta poco appetibile a causa dell’eccessiva burocrazia e della difficoltà di accesso al credito rispetto ad altri Paesi europei, che hanno sviluppato strategie diverse di gestione dei sistemi sanitari, mirate a rispondere all’evoluzione socio-demografica. Francia, Spagna e Germania, hanno delegato alle regioni o agli stati federali l’erogazione dei servizi di assistenza agli anziani non autosufficienti, mentre in Italia la normativa di riferimento è suddivisa tra normativa a valenza statale, che detta sia i requisiti minimi di accreditamento al SSN e sia la disciplina dei fondi statali (Fondo Nazionale per le Politiche Sociali), e normativa Regionale che regola sia l’attività autorizzatoria e sia la regolamentazione, ai sensi dell’art. 3 D.L.vo 502/92, dell’integrazione tra i servizi delle R.S.A. con le attività complementari degli altri ser­vizi delle ASL, dei Comuni, di altri Enti.

Non rientra nell’obiettivo di quest’articolo invadere le competenze esclusive dei professionisti dell’edilizia e della sanità sulla tipologia edilizia delle RSA né sul fabbisogno di risorse umane, ma si desidera osservare che le camere a 4 e 3 letti, rispettivamente di 32 e 26 mq, non hanno consentito l’idonea separazione funzionale tra i letti utile a limitare la diffusione del contagio da Covid-19, oltre al bagno in comune ogni 2 camere, sia pure per max. 4 assistiti -D.P.R. n. 384/78- in quanto agevolano la promiscuità sia tra gli ospiti e sia con i visitatori.

Lo scopo è, invece, quello di sollecitare la P.A. Stato e Regioni, a realizzare nuove strutture assistenziali per gli over 65 non autosufficienti secondo criteri di proporzionalità con la popolazione e di tipologia adeguata alle patologie emergenti. È necessario, perciò, che gli standard edilizi, dimensionali e qualitativi previsti dal DPCM 29 dicembre 1989 per la rea­lizzazione di RSA siano rivisti alla luce dell’attuale pandemia che ha sovvertito tutti I criteri di difesa nell’ambito di dette strutture; criteri che una lettura in chiave Covid-19 evidenzia quanto siano per lo più rispondenti alle esigenze economiche che condizionano la gestione di tali Residenze. È vero che sono previste camere con minor numero di presenze a 1 e 2 letti, ma sovente il criterio di opportunità, per riequilibrare domanda e costi, fa si che siano assegnate ai solventi,  con rette superiori a quelle dei posti contrattualizzati. Alcuni studi stimano che, per mantenere costante il rapporto tra posti letto nelle RSA e popolazione ultra 65enne non autosufficiente, bisognerebbe aumentare le dotazioni regionali nel rispetto degli standard internazionali (50 p.l. x 1.000 anziani) integrati da una serie di fattori correttivi che tengano conto delle condizioni di salute degli anziani per macroaree. L’indice di fabbisogno pesato per le diverse regioni presenta un range che va da un max. di 53,3 posti letto occupati x 1.000 anziani (Liguria) a un min. di 36,8 (Campania).

 

REGIONE+ 75

2017

+ 75   No               autosuffic.n. p. letto RSA
Abruzzo.162.05063.6861.736
Basilicata68.07926.7555.173
Bolzano/Bozen.51.53715.6673.793
Calabria208.28281.8552.274
Campania499.334196.2381.434
Emilia-Romagna     560.120172.06816.537
Friuli-Venezia Giulia161.99149.2457.562
Lazio634.469222. 2366.722
Liguria244.64966.0556.424
Lombardia1.140.955308.058      58.425
Marche203.24975.6094.457
Molise440.43015.88942
Piemonte580.249156.66728.442
Puglia424.557166.8514.287
Sardegna182.52677.026795
Sicilia515.775217.6571.503
Toscana497.553185.09011.623
Trento.58.48117.7784.562
Umbria119.73644.5422.281
Valle d’Aosta15.0664.06810
Veneto.557.154169.37530.281
ITALIA7.326.2422.136.177 278.363                              

tabella 1: popolazione over 75 non autosufficiente e posti RSA

 

Però, giungere all’individuazione di uno standard di offerta univoco sull’intero territorio nazionale è apparso difficile, proprio perché le Regioni non sono propense ad accettare standard di offerta definiti a livello nazionale prima che sia entrato a regime un sistema informativo completo sulla residenzialità e, soprattutto, sulla reale capienza del Fondo Sanitario o di altro Fondi per garantire un livello di offerta omogeneo.

Recenti indagini riferiscono che il costo totale medio a giornata di assistenza in RSA in Lombardia è di euro 104,89 (di cui 92,24 per la gestione), con un contributo del FSR medio in base alla classificazione SOSIA di 41,30 euro; lontani dal rispetto della copertura del 50%. A fronte di questa situazione, in presenza di costi crescenti per cure specializzate, alcuni gestori riversano sulla quota sociale una parte degli oneri sostenuti. In alcune regioni una quota tra 50% e 70% della retta totale è libera, in altre esiste, invece, un cap per la retta totale. Cosi si è determinala una tendenza al rialzo della quota alberghiera delle rette, con aumento dei costi a carico delle famiglie e/o dei Comuni, pur mantenendo le spese sanitarie a carico dell’ASL.

L’Italia resta il fanalino di coda anche nella gestione della non autosufficienza senile, tassello fondante del livello di civiltà di un popolo.

Cresce ulteriormente, quindi, la differenza tra chi può pagare l’assistenza e chi non può, determinando il pericolo d’impoverimento associato alla non autosufficienza di un familiare e il rischio che non sia possibile accedere al posto per il quale si ha diritto al ricovero.

Pertanto, per fornire risposte rapide e concrete alla realizzazione di strutture destinate a soggetti anziani over 65 privi di autodifesa e al fine di abbattere le liste di attesa crescenti è necessario che:

  1. si tenga presente che l’umanità dovrà scontrarsi più frequentemente con malattie sconosciute a carattere diffusivo,
  2. le proiezioni demografiche mostrano che in Italia da oggi al 2035 sarà necessario progettare altri 200mila posti circa nelle Residenze Assistenziali, per gli over 65 non autosufficienti e rimasti soli,
  3. le Residenze vanno costruite con criteri che le rendano rapidamente adattabili o modulabili in caso di fenomeni tragici come le epidemie,
  4. il settore pubblico deve riconquistare il proprio ruolo nella partecipazione a tali strutture per evitare sia le distorsioni create dal profit a ogni costo, sia per garantire la presenza di personale qualificato e sia per evitare le tante strutture irregolari, figlie della lunga attesa presso le strutture esistenti,
  5. la garanzia di assistenza nell’ultimo scorcio della vita consentirebbe di mettere in circolazione parte dei risparmi oggi accumulati per motivi precauzionali, con intuibile incremento dei consumi e dei fattori produttivi nel periodo di vita attiva,
  6. l’esigenza di una discreta parte del milione circa di badanti extracomunitari, di cui molti irregolari e dotati di scarsa professionalità, ma con migliori attitudini al contatto con gli anziani, diminuirebbe ipotizzando anche il loro reinserimento nelle strutture da realizzare, previo adeguato corso di preparazione,.

 

Conclusione

La realizzazione di nuove RSA è un fattore di crescita culturale e sanitaria che conferma la centralità della vita umana con ricadute economiche e sociali certamente favorevoli.

La sensibilizzazione della politica in tal senso, per limitare le pesanti pastoie burocratiche e per garantire capienza e accesso al Fondo Sanitario o ad altri Fondi per la realizzazione di nuove RSA o l’adeguamento delle esistenti, può essere stimolata dell’incessante richiesta delle associazioni politico-professionali-culturali e sociali, nonché dei sindacati, ipotizzando sistemi di partecipazione pubblico-privato compreso l’intervento del comparto assicurativo, certamente interessato dopo la richiesta ai Lloyd’s del rimborso dei danni da pandemia di circa 200miliardi di dollari.

La conoscenza del rischio, cui è soggetta la parte più indifesa della società, impone una progettazione moderna e qualificata che tenga conto degli eventi straordinari prevedibili per allontanare l’impatto di vivere le RSA come luoghi di “fine vita”.

È la sfida imposta dal Covid-19 cui lo Stato è le Regioni hanno il dovere di fornire risposte concrete in tempi rapidi.

Dott. Piergiorgio Tupini

 

 

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