INNOVAZIONE SOCIO-TERRITORIALE – ELENA BATTAGLINI

Innovazione socio-territoriale: delle ragioni per cui è importante riconoscerla prima di finanziarla

Introduzione

Ulrich Beck, ben quattro anni prima della pandemia Covid -19, nel suo volume Metamorfosi del Mondo (2016) l’aveva annunciato (e argomentato): stiamo vivendo un passaggio epocale in cui l’idea che avevamo in tema di Stato, Comunità sociale, Impresa, Mercato non corrisponde più all’esperienza sociale quotidiana, svolta all’interno di queste importanti istituzioni della Modernità.

Conseguentemente, termini come economia ed innovazione, che organizzavano, dall’interno, pensieri, contenuti e significazioni di quel mondo, nonché quelle dinamiche che pretendevano di descrivere, se non di interpretare, sono ormai obsoleti e richiedono, specie da parte delle comunità scientifiche, di essere ridefiniti al fine di essere risignificati dalle policy e dalla politica.

Prima ancora che riflettere sul pacchetto di interventi del Recovery Plan per l’economia italiana, così come il WWF ci ha chiamato a fare, il nostro contributo tenterà di definire i significanti dell’innovazione-socio territoriale, quali siano i drivers e gli effetti attesi, al fine di individuare le caratteristiche della loro possibile governance.

Come Fondazione Di Vittorio, con ‘innovazione socio-territoriale’ intendiamo quel processo che si riferisce alla costruzione dell’identità locale, all’immaginazione e negoziazione di un idea condivisa e sostenibile di futuro, alla reinvenzione partecipata degli spazi pubblici urbani e, infine ma non ultima, alla produzione di conoscenze che comprende anche la conoscenza tacita degli abitanti relative al territorio di appartenenza. Per come l’abbiamo interpretata e operativizzata nelle nostre ricerche, l’innovazione socio-territoriale costituisce una delle dimensioni del concetto di territorializzazione (Turco 1988, Raffestin 2012, Battaglini 2014, Dessein et al. 2016), ossia del processo attraverso cui gli attori sociali percepiscono la specifica natura del luogo in cui si insediano e attribuendo simboli, significati e valori alle risorse, alle caratteristiche locali e al suo genius loci, reificano, strutturano e organizzano lo spazio, all’interno di un processo attraverso il quale uno spazio diventa luogo e, successivamente, territorio.

Negli studi condotti in tema di sviluppo locale, abbiamo preferito quindi riferirci alla portata semantica della territorializzazione anche per tentare di andare oltre la normatività e la logica globalizzante di concetti quali lo sviluppo sostenibile o di resilienza, in modo da tenere conto degli specifici contesti spazio-temporali in cui essi si dispiegano. Alla territorializzazione delle diverse comunità si collega, infatti, la nozione del senso del luogo che è site and time specific: significativo sia dal punto di vista situazionale che contestuale.

Il termine ‘senso del luogo’ (sense of place) è stato sviluppato in architettura e nelle teorie urbane e regionali degli anni Sessanta e Settanta (Christian Norberg-Schultz, Kevin Lynch, Edward Relph e molti altri). A questa si sono aggiunti i termini place-shaping e place-making che problematizzano delle questioni centrali dell’attuale ricerca urbana Carmona, Heath e Tiesdell (2010).

Spesso associate al New Urbanism, le recenti tendenze nella pianificazione urbana vedono la creazione di luoghi come un prerequisito per la rivitalizzazione dello spazio pubblico. Il termine ‘senso del luogo’ verrà quindi qui utilizzato per descrivere il carattere distintivo o l’unicità di determinate località; le qualità e gli attributi che distinguono un luogo da un altro che emergono normalmente dalla sua storia e dalle sue impostazioni culturali e ambientali.

Innovazione socio-territoriale come visione condivisa di futuro

Il lemma ‘wicked problems’ della Springer Encyclopedia on Sustainable Development Goals definisce come wicked (problem intrattabili): «as intractable social issues that defy traditional problem solving approaches because they are characterized by high levels of complexity and ambiguity, and involve multiple stakeholder groups with strongly divergent values and perspectives».

Mai come oggi, infatti, gli orientamenti e l’implementazione di innovazione e sviluppo territoriale sono caratterizzate da alti livelli di complessità e capziosità, in quanto coinvolgono diversi attori sociali e comunità con valori, interessi, significati e prospettive spesso divergenti. La loro caratterizzazione value-driven mette quindi in discussione l’applicazione dei tradizionali approcci di agenda-setting e problem-solving, intrecciando fondamentalmente tre macro-variabili:

1. attribuzione di valori e interessi spesso dissonanti nell’ innovazione e sviluppo del territorio.

2. Il ruolo delle città e dei territori nella fattualità (Beck 2016) dei rischi globali.

3. La crisi dei modelli decisionali improntati sulla razionalità strumentale.

Vorrei qui soffermarmi su questi ultimi due fattori:

Il ruolo emergente dei territori

I rischi globali (cambiamento climatico, depauperamento delle risorse, migrazioni) hanno effetti che vanno assunti nella loro ‘fattualità’ (Beck 2016: 85), laddove si dispiegano. Essi distribuiscono forme di diseguaglianza sociale che spesso sfuggono alle tradizionali categorie analitiche come stato-nazione, classe, sviluppo e di altre categorie analitiche con cui tentavamo di descrivere se non di interpretare le implicazioni della crisi sociale ed ecologica della Tarda Modernità. Le città, in particolare sono, a rischio, come ‘community of fate’ (Beck 2016): comunità unite da un destino comune, la sopravvivenza dai rischi globali.

La ‘fattualità’ dei rischi, cioè la loro dimensione territoriale e sociale, sono esattamente le dimensioni espunte dalla visione sottesa alle politiche nazionali che non considerano le conseguenze delle proprie decisioni nei diversi contesti spazio-temporali e che presuppongono un potere legittimato a imporre prescrizioni univoche.

In tempi di cambiamento epistemico, di metamorfosi del mondo, cambiando le cornici di riferimento, cambia tutto: la natura delle tecnologie, i processi di creazione del valore economico (da modelli lineari di produzione-possesso-consumo di beni a quelli di creazione- condivisione-fruizione), le reti globali (dalla globalizzazione delle merci alla globalizzazione dei dati), i valori patrimoniali (dalla proprietà degli assets)  e, infine, le organizzazioni che, da un modello lineare di sviluppo top down, si devono aprire sempre più a modelli ecosistemici.

Battaglini E. (2020). Innovazione socio-territoriale: delle ragioni per cui è importante riconoscerla prima di finanziarla. In S. Lenzi, a cura di, Costruiamo il futuro dell’Italia Sostenibile e solidale. Il contributo di idee di esperti ed esperte delle discipline sociali, economiche e di settore. WWF, E-Book, pp. 10-16. Codice ISBN 9788890662980E

Questi cambiamenti, da sistemi chiusi (privati e pubblici) a ecosistemi, rendono i territori i luoghi privilegiati della convergenza tra business innovation e social innovation, laddove le città diventano ‘spazi del vivere-sapere’ e del pensiero collettivo che potrebbe organizzare l’esistenza, e la socialità, delle comunità umane (Levy 2002). Dunque non solo i territori sono gli ambiti in cui si manifestano gli impatti della trasformazione, ma potrebbero diventare essi stessi gli attori della trasformazione e i soggetti in grado di governarsi nel nuovo paradigma epistemico.

La crisi dei modelli decisionali improntati sulla razionalità strumentale

Nello stato moderno i processi decisionali hanno prevalentemente fatto appello ad una razionalità ‘comprensiva o sinottica’ che, di fatto, implicava che le decisioni organizzative o le stesse azioni di policy potessero essere effettuate e implementate attraverso scelte controllabili nei loro effetti e computabili nei loro benefici (De Marchi, Pellizzoni, Ungaro, 2001).

Similmente l’approccio tradizionale delle politiche dello sviluppo e dell’innovazione teneva conto della corrispondenza tra obiettivi, mezzi delineati e fini conseguiti. A fronte della complessità e della fattualità dei problemi territoriali in relazione ai rischi ambientali, finanziari e occupazionali, è necessario altresì considerare le fasi di stallo delle politiche, i loro effetti inattesi, le quantità mutevoli di risorse e di interessi da esse mobilitati, i possibili nuovi attori e quindi si considera cruciale che si tenga conto dell’intreccio delle relazioni esistenti tra processi decisionali e l’attuazione delle politiche proposte.

A tal fine occorre maggiormente considerare e valutare le misure proposte ‘nel loro farsi’ e quindi riferirsi a: a) tutti i soggetti, siano essi pubblici o privati, che assumono quella data misura nelle proprie azioni, decisioni, strategie, b) il modo in cui vengono trattati i temi e i problemi dai diversi attori che implementano le diverse azioni proposte, c) i condizionamenti indotti da altri processi concomitanti e i vincoli posti dalla composizione delle arene o, più in generale, del sistema decisionale, d) i canali di comunicazione in uso tra i diversi attori, e) le eventuali variazioni subite da un sistema di ruoli precostituito.

Innovazione socio-territoriale come interfaccia tra science e policy

Le città, specie quelle metropolitane, sono il fulcro delle politiche relative alle sfide poste dalle transizioni socioeconomiche. Nella prospettiva della cd ‘economia della conoscenza’, specie in ambito urbano, il trasferimento di conoscenze e know-how, nonché le attività di networking tra gli attori socio-economici, è da considerare cruciale. Esiste, infatti, una correlazione diretta tra gli ambiti di applicazione delle transizioni urbane, la capacità politica di discutere, proporre e agire, e la propensione del settore privato, della società civile, dei lavoratori, dei cittadini a partecipare attivamente.

Dal punto di vista della scienza e della tecnologia, quando si affrontano temi quali la sostenibilità urbana, l’innovazione e l’inclusività sociale, uno dei problemi principali riguarda la co-costruzione di strumenti di interfaccia tra politiche pubbliche e ricerca scientifica: i risultati di analisi, studi rigorosi e metodologicamente consistenti risultano spesso dispersi tra diverse fonti, a loro volta, inaccessibili, utilizzati solo parzialmente o in maniera casuale, nelle politiche urbana e nei processi decisionali.

Inoltre, il livello di partecipazione sociale alla scienza e allo sviluppo tecnologico è ancora insufficiente: in genere, la cittadinanza europea promuove iniziative all’interno di un quadro di razionalità strumentale piuttosto che attraverso impegni ‘reali’ (Cardullo e Kitchin 2017), mentre gli attori urbani (lavoratori, imprese, consumatori, cittadini, movimenti e associazioni) sono spesso fondamentali per l’implementazione di politiche pubbliche efficaci, dovendo essi affrontare le loro conseguenze.

Le sfide poste dalle transizioni urbane richiedono, dunque, un approccio globale, multisettoriale, multilivello, che valorizzi le sinergie tra i vari sottosistemi di policy e che metta in rete l’eccellenza scientifica con i processi decisionali.

È proprio questa la prospettiva di analisi e ricerca–azione policy-oriented attraverso cui la Fondazione di Vittorio si occupa di politiche industriali ‘di nuova generazione’ e di economia territoriale. Mediante partnership e progetti internazionali di ricerca con le più importanti reti europee (tra cui UERA-JPI Urban Europe), con i maggiori istituti di ricerca e università a livello nazionale ed europeo, la mission FDV è quella di mettere in rete conoscenze, studi e spin off attraverso le politiche pubbliche che le strutture sindacali attivano, supportano, implementano nei diversi territori.

Conoscenze, scambi di esperienze di analisi, buone pratiche sono, infatti, ritenute strumento importante per l’infrastrutturazione knowledge-based delle politiche pubbliche regionali atte ad accompagnare e supportare le nuove sfide che le transizioni economiche, e l’Europa, pongono.

Crisi come opportunità d’innovazione territoriale

Ogni volta che nella storia si sono avvicendati salti di paradigma, l’umanità si è scissa in persone impaurite e i costruttori di futuro: coloro i quali sono entrati in conflitto con fatti e persone e coloro che hanno invece ritenuto più opportuno e sano utilizzare il disagio come indicatore di direzione. Hanno quindi abbandonato vecchi schemi di pensiero in favore di nuovi modi di guardare il mondo e di fare politica.

Ma cosa intendiamo quando parliamo di innovazione e, in particolare, di innovazione orientata al benessere delle persone, delle comunità e dei territori?

L’innovazione non è un’idea, non è costituita solo da prodotti o brevetti ma è un campo d’ideazione, un processo che fa leva sull’economia della conoscenza e dell’apprendimento, quali driver fondamentali dello sviluppo. La CGIL, negli anni, ha via via abbandonato un’idea strettamente economicistica dell’innovazione. Anche alla luce di esperienze territoriali che stiamo analizzando, ci stiamo sempre più rendendo conto che l’innovazione derivi da processi il cui carattere è intrinsecamente sociale e relazionale: la produzione e la diffusione delle conoscenze per l’innovazione sono essenzialmente radicate in reti di relazioni tra persone e organizzazioni. Da recenti studi sull’innovazione sociale, sappiamo che essa abbia basi innanzitutto territoriali: le conoscenze mobilizzate per favorirla non sono puramente scientifiche o industriali ma sono innanzitutto simboliche, dal momento che catalizzano significati condivisi, conoscenze tacite, tradizioni e know-how locale.

Nei processi di innovazione, ciò che conta sono i passaggi intermedi necessari per riconoscere, equipaggiare, sostenere le idee e i dispositivi socio-economici creativi, generativi che si producono all’interno dell’ambiente locale. Questa prospettiva suggerisce che le innovazioni non siano generalmente sostenute solo dall’universo organizzato della scienza, ma facciano anche affidamento agli sforzi di un mondo informale, incorporato in un ambiente geografico locale, dal quale emergono e si sviluppano le idee creative: sono le risorse cognitive, immateriali locali, le tradizioni intellettuali che danno forma al particolare background o milieu creativo  che caratterizza ogni processo d’innovazione territoriale. Per noi l’innovazione è dunque costituita da quei processi territoriali, in cui le idee (prodotti, servizi, modelli, procedure o campi di infrastrutturazione come particolari piattaforme digitali) incontrano bisogni sociali e conducono a nuove relazioni e a un migliore uso di beni e risorse che potenzi la capacità di agire della società.

Specie nelle città, di fronte alle sfide poste dalla crisi economica e ambientale, si stanno configurando, dal basso, esperienze di open innovation che stanno sperimentando nuove idee di socialità e di solidarietà economica, in totale discontinuità rispetto al modello di sviluppo neoliberista. Promosse da organizzazioni sociali, da gruppi informali di cittadini, da nuove modalità di fare impresa, nonché da fondazioni private e da corpi intermedi quali le organizzazioni sindacali, queste esperienze stanno costruendo degli ecosistemi capacitanti e partecipativi in cui stanno prendendo forma strumenti e pratiche di empowerment di comunità volte alla salvaguardia di istanze e diritti sociali come la sostenibilità, l’equità, l’assistenza, la previdenza, il welfare, e la formazione che l’arretramento della sfera pubblica lascia inevase.

Se si vogliono comprendere i drivers dell’innovazione territoriale bisogna, dunque, andare oltre la superficie delle imprese e delle istituzioni formali individuando la formazione dell’innovazione socio-economica nelle connessioni, nelle relazioni tra attori, organizzazioni, gruppi, imprese, singoli cittadini (da cui proviene l’impulso creativo) e le macro-istituzioni locali o nazionali (il cui ruolo è quello di sostenerle, istituzionalizzarle o metterle a sistema).

In questa transizione, le nostre Camere del Lavoro, in tutto il territorio nazionale costituiscono, sempre di più, degli interfaccia cognitivi tra ecosistemi della conoscenza e comunità di pratiche ai fini della rappresentanza dei bisogni sociali lasciati inevasi dalla sfera pubblica. Proprio laddove lo Stato arretra e i dispositivi di welfare rendono rischi e tutele sempre più individualizzate, l’azione negoziale sindacale, in rete con organizzazioni, università o altri soggetti innovativi, sta via via occupando ambiti di rappresentatività pubblica tradizionale, reinterpretando il nesso indissolubile tra diritti sociali, diritti del lavoro e cittadinanza, all’interno di una visione di sviluppo territoriale, di cui la politica industriale costituisce una dimensione imprescindibile.

In molte Camere del Lavoro, alcune delle quali ubicate in aree di crisi industriale complessa, come ad esempio a Savona, sono stati attivati processi e progetti che stanno ‘riconoscendo’, connettendo e gradualmente portando ‘a sintesi’ innanzitutto i valori e gli interessi in gioco diversamente attribuiti dagli attori sociali alle risorse, alle vocazioni del proprio territorio. Nell’ambito di queste organizzazioni, e degli spin off che si stanno gradatamente costruendo, la tecnologia digitale utilizzata – con modalità generative di produzione e riproduzione di valori territoriali di inclusione, scambio sociale win win – sta definendo degli ecosistemi cognitivi in cui coesistono spazi di autonomia e meccanismi di relazione che rinnovano i legami dell’insieme urbano.

Da Venezia a Taranto, dalle aree di crisi industriale complessa del Nord e del Sud d’Italia, stiamo costruendo azioni negoziali che stanno innovando la tradizionale cassetta degli attrezzi sindacale. Esse sono volte innanzitutto al riconoscimento dei presupposti con cui ciascun attore assegna al patrimonio territoriale, cognizioni, valori, interessi diversi, orientando la nascita di nuove forme e legami sociali all’interno di progetti condivisi. La negozialità territoriale che stiamo sperimentando è volta a costruire forme di governance territoriale incrementale, che intendiamo innanzitutto come strumento di condivisione dei problemi e come modalità dialogica di mutuo-apprendimento.

Questa prospettiva sfida la tradizionale definizione di politica pubblica, soprattutto per quanto concerne la linearità e corrispondenza tra formulazione del problema, obiettivi, azioni e mezzi delineati e risultati conseguiti. A fronte della complessità delle dinamiche socio-territoriali, e in relazione ai rischi e alle sfide poste da una economia globalizzata, quest’idea tiene conto degli effetti inattesi delle politiche, delle quantità mutevoli di risorse e dei diversi interessi da esse mobilitati, dei possibili nuovi attori a cui le diverse politiche aprono ‘nel loro farsi’.

Le esperienze finora svolte in questi territori definiscono la rappresentanza e rappresentatività sindacale non tanto di un homo oeconomicus astratto ma di persone, di lavoratori che sono, al contempo, anche consumatori e cittadini che portano avanti i loro progetti di vita. Al fine del perseguimento di beni comuni territoriali, si tratta sempre più di individuare le alleanze tra le organizzazioni e i soggetti che offrano spazi di innovazione e disponibilità al cambiamento e avviare modalità di collaborazione che in contesti, seppur problematici, induca allo scambio, al mutuo apprendimento, all’apertura verso la complessità attivando e alimentando in tutti i partecipanti la fiducia, il reciproco riconoscimento e un comportamento sinergico.

Quale governance per l’innovazione socio-territoriale? Alcune riflessioni conclusive

Quale governance, dunque, per l’innovazione e l’infrastrutturazione territoriale di relazioni sociali inclusive e solidali? Una governance dell’infrastrutturazione inclusiva e solidale delle politiche territoriali d’innovazione:

coinvolge in una collaborazione win win gli attori, in senso sia orizzontale che verticale, nel ‘farsi’ politica pubblica;

si riferisce al tema dell’accessibilità delle infrastrutture e delle conoscenze innovative in termini di capacitazione (empowerment), specie dei gruppi e delle stratificazioni sociali più a rischio secondo il noto Capability Approach (Sen 1992) ;

aspira a coinvolgere altri attori interni ed esterni (upscaling istituzionale).

Un approccio alle politiche locali, da considerare nel ‘loro farsi’, richiede, quindi, di interfacciare ambienti cognitivi e comunità di pratiche locali già attive nell’innovazione socio-territoriale. Obbiettivo: veicolare nuove idee, consentendo l’upscaling istituzionale sia delle pratiche, sia delle comunità, gruppi, imprese profit o non profit, Bcorps oppure singoli individui o organizzazioni che le attivano/mediano/facilitano.

Nella infrastrutturazione delle politiche di innovazione, l’upscaling è un tema chiave. Come ho avuto modo di argomentare altrove (Battaglini 2019a, b), la domanda da porsi sul tema è la seguente: se si condivide che negli interstizi sociali, nelle periferie urbane e rurali, molte comunità locali, in assenza di Stato e laddove il Mercato, da solo, può produrre danni, non abbiano più nulla da perdere e, quindi, si stiano organizzando rispondendo, come possono, alla crisi, possiamo sostenere che queste esperienze e pratiche abbiano in sé i germi per immaginare un nuovo modello di convivenza e forse di sviluppo? Se sì, come alcuni economisti specie mainstream sostengono, dovrebbero assurgere a istituzioni. Ma siamo sicuri che le istituzioni – per come oggi sono configurate – possano costituire la forma adatta a ciò che di innovativo queste nuove pratiche esprimono?

L’upscaling istituzionale, il potenziale innovativo, trasformativo delle pratiche sociali volte all’adattamento e alla mitigazione degli effetti anche di questa ultima crisi, dipende dalle possibilità che hanno questi soggetti di ‘riconoscersi’ e, quindi, di legittimarsi all’interno di un contesto sociale. Dalla teoria sociale sviluppata da Honneth (1992), si può dedurre che il mancato riconoscimento, interno ed esterno, di queste pratiche ponga, a questi soggetti, gruppi e organizzazioni, il rischio di trovarsi isolati e soli nell’implementazione di quel processo, prodotto o procedura organizzativa che possa dar forma a nuove istituzioni sociali e, quindi, al cambiamento. Battaglini E. (2020). Innovazione socio-territoriale: delle ragioni per cui è importante riconoscerla prima di finanziarla. In S. Lenzi, a cura di, Costruiamo il futuro dell’Italia Sostenibile e solidale. Il contributo di idee di esperti ed esperte delle discipline sociali, economiche e di settore. WWF, E-Book, pp. 10-16. Codice ISBN 9788890662980E

Nelle pratiche sociali, infatti, il riconoscimento si attua soprattutto come stima: l’Altro viene considerato in virtù del valore del suo contributo alla vita sociale. Se quindi queste pratiche non sono comunicabili all’esterno perché non riconosciute dai soggetti che le pongono in essere, come si può pretendere che vengano riconosciute e legittimate istituzionalmente? La sfera sociale nella quale possono realizzarsi rapporti di riconoscimento deve essere, dunque, caratterizzata da relazioni non solo giuridiche, ma anche, e soprattutto, da riconoscimento comunitario, sociale. Come scrive Camozzi (2012): ‘In questo caso, la stima si tramuta in solidarietà, in approvazione solidale dell’altro. L’altro non viene soltanto «tollerato» in virtù dell’assunzione del principio del pluralismo e del rispetto di differenti stili di vita, ma viene «approvato» e «apprezzato» in virtù delle sue capacità e delle sue azioni.’ (ivi: 120)

L’innovazione, nella forma di innovazione sociale, è così intesa come apertura a nuovi modi di immaginare, vedere, vivere il mondo e la sua metamorfosi (Beck 2016: 181). La ‘metamorfosi del mondo’, e non solo la trasformazione dei nostri territori, infatti, trascina via con sé anche la confortante sicurezza di concetti con cui, fino ad adesso, si è tentato di descrivere e, in alcuni casi, di interpretare le implicazioni territoriali della globalizzazione e del neoliberismo.

La metamorfosi, e non, si badi bene, la trasformazione geopolitica, di cui parla il grande sociologo tedesco, sfida la nostra antropologia, il nostro modo di essere nel mondo e di pensarlo. E, anche alla scala delle nostre regioni e città, ci sprona a trasformare il «potenziale di indignazione, il potere della catastrofe annunciata» (Beck 2016: 171) in politiche territoriali efficaci per coniugare competitività economica, qualità della vita e coesione territoriale.

Cardini dell’innovazione sociale attorno a cui costruire modelli alternativi di sviluppo socio-territoriale innovativo, inclusivo e solidale sono, dunque, nuovi frames analitici, nuove prospettive da cui guardare i bisogni territoriali. La sopravvivenza di ormai obsolete categorie analitiche impediscono, infatti, di cogliere esempi di comunità che stanno, già adesso, implementando modelli di convivenza e solidarietà sociale che promuovono anche nuove modalità dell’abitare, del rapporto con lo spazio e con i servizi alle persone.

Si stratta dunque di riconoscere, intercettare e interconnettere queste buone pratiche, per recuperare lo scostamento in atto tra politica e società a partire da nuove lenti attraverso cui guardare la crisi globale. Servono, insomma, ‘altri occhi’ affinché questa crisi globale, accelerata e resa visibile dal Coronavirus anche a chi finora l’aveva strumentalmente negata, possa indurre a nuove possibilità di scelta.

di Elena Battaglini
Responsabile Area di Ricerca ‘Economia Territoriale’ – Fondazione Giuseppe Di Vittorio, CGIL*

 

*Elena Battaglini è dottore di ricerca in Sociologia dell’ambiente e del territorio, coordina l’Area di Ricerca ‘Economia Territoriale’ della Fondazione Di Vittorio della CGIL. Insegna sociologia urbana nel corso di Dottorato ‘Paesaggi della città contemporanea. Politiche, tecniche e Studi visuali’ dell’Università di Roma Tre. Ha svolto lectures e corsi nell’ambito di programmi di Master o di Dottorato in altre quindici università italiane e internazionali, tra cui il Trinity College di Dublino e l’Università di Campinas in Brasile. Ha pubblicato più di cinquanta articoli, saggi e volumi, sia in Italia che all’estero, in tema di innovazione, sviluppo e sostenibilità territoriale.

Riferimenti bibliografici

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