RFERENDUM LE RAGIONI DEL NO – PIERO SANDULLI

LE RAGIONI DEL NO

 

Visioneroma si occupa soprattutto di Roma e del suo futuro, ma le prossime scadenze elettorali avranno una enorme incidenza sulle vicende politico – amministrative della Capitale.

Il referendum costituzionale, sul quale saremo chiamati ad esprimere il nostro voto il prossimo 20 settembre, merita un’approfondita riflessione che possa consentire, a tutti, una meditata valutazione su una importante consultazione della quale, però, non siamo sufficientemente informati.

Vale, pertanto, la pena di fornire, al riguardo, alcuni elementi per consentire una consapevole espressione di voto.

1) Il referendum, in oggetto, è di natura confermativa; pertanto, non ha necessità di quorum, ma esso sarà valido con qualsiasi percentuale di votanti.

2) Conseguenza della non necessaria maggioranza dei votanti, essenziale nei referendum abrogativi, è che l’astensione non dà luogo ad una valutazione utile circa il voto (non si può, in sostanza, invalidare la consultazione per mancanza del quorum).

3) La consultazione riguarda il numero dei nostri parlamentari, numero che i padri costituenti hanno inserito nella Costituzione, a sancire l’importanza della rappresentatività del Parlamento (articoli 56 e 57). E’ sintomatico, al riguardo, che non sia stato, invece, costituzionalizzato il sistema elettorale, quasi a voler affermare che la garanzia di democraticità del Parlamento è costituita dal numero dei parlamentari e non dalla modalità con la quale essi vengono eletti.

4) Il sistema di elezione del Senato, su base regionale (art. 57, comma 3, della Carta costituzionale), appare legato a due essenziali profili: a) la rappresentatività regionale; b) il numero dei senatori eletti in ciascuna regione. Tale numero è, necessariamente, coordinato con quello totale dei membri eletti, al fine di garantire la corretta rappresentatività nel rispetto della dialettica parlamentare tra maggioranza e minoranza.

5) La riduzione del numero dei parlamentari produce un irrilevante vantaggio economico, che qualcuno ha calcolato in un valore rapportabile a meno di un caffè all’anno per ogni cittadino, ma rischia di rappresentare un preoccupante vulnus per la democrazia del nostro Paese.

Rese queste prime informazioni è necessario ripercorrere, brevemente, la storia di questa modifica costituzionale spinta dal vento dell’antipolitica, che ebbe a spirare forte a seguito del risultato elettorale del 2018.

Invero, alla base di essa vi era (e vi è) il desiderio di esautorare il Parlamento della sua funzione di mediazione democratica, trasferendo le decisioni importanti, per il Paese, su piattaforme mediatiche sulla base di quesiti rivolti direttamente ai cittadini. Detti quesiti, però, sono facilmente influenzabili dalle modalità di formulazione degli stessi e sono privi di ogni valutazione di opportunità e di concretezza, essendo privati del necessario approfondimento, ma basandosi sulla sola emotività.

In tal modo, si dà, al cittadino, la sensazione di essere protagonista di tutte le decisioni, rendendolo, invece, l’inconsapevole avallatore di scelte effettuate a monte da chi formula i quesiti con “riposta unica” e spesso predeterminata.

Fu il cosiddetto Esecutivo “giallo verde”, con il quale avviò la presente legislatura, a dar vita alla riforma costituzionale (doppia lettura delle due Camere). Per ben tre volte la votazione si realizzò sotto l’egidia e la spinta di quell’Esecutivo, per il quale la riduzione dei parlamentari costitutiva uno dei punti del “contratto” stipulato per formare il governo.

Nell’estate del 2019 (dopo il risultato delle elezioni europee, che capovolse le percentuali interne all’Esecutivo) al governo gialloverde si sostituì un Esecutivo cinque stelle/partito democratico (cosiddetto giallo rosso) che aveva tra i punti del “programma di governo (anche la terminologia dimostra l’assuefazione e l’affezione al potere di chi si manifestava ed aveva raccolto voti, quale elemento antisistema); ad esso spettò, dunque, il completamento dell’iter della Legge costituzionale per la riduzione dei parlamentari. Va, però, sul punto, ricordato che nel programma di governo era anche prevista la modifica della legge elettorale, modifica condizionante il consenso del P.D., che avrebbe dovuto essere avviata (e trovare completamento), prima della chiusura dell’intero percorso della legge integrante la modifica del numero dei parlamentari (art. 138 Cost.).

Della modifica della legge elettorale (l’attuale prevede rilevanti premi di maggioranza che con la diminuzione del numero dei parlamentari divengono preoccupanti) non vi è, al momento, nessuna traccia, mentre, al contrario, il 20 e 21 settembre prossimo la legge costituzionale potrebbe, sulla base del “referendum confermativo”, completare il suo percorso, senza il bilanciamento in senso democratico di una nuova legge elettorale, idonea a garantire rappresentatività ai territori e voce alle minoranze.

Spetta, quindi, ai cittadini operare, in forma di sussidiarietà sul tema, dove hanno fallito sia l’Esecutivo, che il Parlamento.

E’ necessario votare (l’astensione, come detto, non ha alcun valore) per evitare al Paese, per il futuro, una riforma destinata a limitare, preoccupantemente, la rappresentatività del Parlamento e la possibilità, per esso, di esprimere le diverse territorialità e voci. Evitando una modifica mossa solo da uno spirito antisistema, che non vuole modificare lo stesso in senso positivo, ma soltanto appropriarsi del potere godendo dei vantaggi e non limitandoli. Sono sintomatiche, al riguardo, le vicende delle alleanze politiche e del doppio mandato, con le quali sono stati traditi gli elettori a cui si era fatto intravedere un nuovo sistema di gestione della Cosa pubblica.

Solo la bocciatura della riduzione del numero dei parlamentari potrà poi consentire, in futuro, un’ampia e condivisa (tra tutte le forze politiche di maggioranza ed opposizione) riforma elettorale e del Parlamento, con il superamento del bipolarismo perfetto tra Camera dei Deputati e Senato della Repubblica. Se, al contrario, dovesse affermarsi il sì, confermando il numero ridotto dei parlamentari, il Paese rischierebbe di essere, per lungo tempo, bloccato da un perverso meccanismo che limita il dialogo democratico e non garantisce la piena rappresentatività dei territori, meccanismo che maschera per democrazia ciò che è, in concreto, demagogia.

 

Piero Sandulli

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