LA MISURA E L’ANIMA DEL DISEGNO DI ROMA – PIERO MEOGROSSI

 

La misura e l’anima

del disegno di roma…

 

di Piero Meogrossi

 

Forse la parola adatta per il percorso da fare è nostos, il viaggio di ritorno mentale e di ricostruzione topografica tramite cui poter riconoscere le stratigrafie di Roma Mediterranea che reinterpretando la storia dell’arte e dell’architettura testimoniano i Bi-Sogni del passato per il bene della contemporaneità.

Quarant’anni di lavoro e di viaggi condensati nei restauri dell’archeologia, nei progetti di architettura e mostre d’arte (Roma, Creta), scoperte in Italia (teatro Veneziano della Memoria) e all’estero (disco di Festos a Creta), disegni e conferenze per investigare le testimonianze diffuse specie a Roma e rimarcare labirinti distanti tra loro eppure legati dalla medesima rete geografica consolidatasi nel mondo culturale Euro Mediterraneo.

Si pensi alla villa riscoperta a Codevigo (PD) in laguna Veneta, un restauro eseguito agli inizi del XVI secolo dal mecenate Alvise Cornaro a la maniera de li antichi, il primo teatro a scena fissa ove accogliere il Ruzante per consentirgli di recitare nella sua commedia Betìa il Culibeo da li soleri arti e seguri manovrato coi periaktoi di scena, e illuminare mediante triangolazioni locali i caposaldi di un territorio antico, pur distante da Roma, che rimandava alla trattatistica di Vitruvio tradotto da fra Giocondo partecipe del sodalizio del Cornaro.

L’azione di quel gioco teatrale aiutava a rinvenire la rete propria all’anima della Polis volata sopra il Campidoglio Romano che riaccendeva le visioni di rinascita per Roma e l’Italia, le stesse annunciate dall’impresa culturale della compagnia di Pomponio Leto i cui membri, artisti e intellettuali cacciati dal papa veneziano Paolo II, sarebbero ritornati a Roma per perseguire laggiù la battaglia per il sogno d’amore (Hypnerotomachia Poliphili, Francesco Colonna).

Analoghe ombre chiaroscurali (De umbris idearum, Giordano Bruno) evocano quel nomos topografico ereditato e disperso nei trattati, quando ancora i documenti del viaggio a Roma, diffusi dalla rivoluzione Gutenberg, eleggevano i racconti mitopoietici mediterranei – come quello della principessa Europa rapita da Zeus la prima volta a Creta e poi in Sicilia e nella Megali Ellas con Dedalo –, registri epocali attraverso cui evocare l’arrivo dei popoli in Etruria e poi nel Lazio, quando si insegnava a rifondare con forza e amore l’economia della casa.

La forza della polis Romae riapre la scena teatrale che richiama le storie dell’oikos-nomos intrecciate sempre coi territori, trame geografiche per narrazioni labirintiche di miti, luoghi calpestati da orme di una convivenza eterotopica vissuta con arte e scienza per alimentare reti sociali, studi per sinergie progettuali di un passato sottovalutato, modelli archeo-astronomici integrati su cui indagare ancora se vogliamo che le verità scientifiche della topografia Romana vengano maggiormente ascoltate (Filippo Coarelli). La ricerca trentennale stimola quel nomos che interpretando le ragioni della storia Romana apre a vasti confronti con le culture mediterranee alimentate da pratiche di geo-topografia, dimensioni visibili e invisibili di sapienza resettate nel calendario lunare-solare arcaico per favorire nuovi sviluppi economici, doppio bisogno nel rispetto delle leggi di natura con cui leggere diversamente luoghi topici, conoscenze spazio temporali storicizzate che fanno comprendere la complessità relativa al duplice processo storico della geografia e dell’antropizzazione (naturgeschichte e naturwissenschaften).

Per queste ragioni gli Etruschi incontratisi con Alba Longa e con i Micenei approdati nel Lazio a metà dell’VIII secolo a.C. si attestarono al guado dell’isola Tiberina, proprio là dove un codice doppio e integrato, soddisfatte le ragioni economiche locali e quelle geo-topografiche, avrebbe fondato la nuova città-stato Mediterranea (Andrea Carandini), l’urbs condita illuminata da un duplice mapping tra terra e cielo.

Il tempo della fondazione della Roma Quadrata nel dies Paliliae (le XI Calendas Maias di Varrone) associato al passaggio primaverile della Pasqua e rapportato alle posizioni dei pianeti visibilmente allineati e compresi fra la luna e il sorgere del sole, è fenomeno astronomico evidentemente conosciuto dai sapienti esploratori Micenei che accreditando l’azione pragmatico religiosa catturarono in coelo l’AXIS PALILIAE ROMAE trasferito sul campo dei sette colli e trasformato in gagliarda infrastruttura urbana (fig. 1).

 

Declinatane in terra la misura del suo angolo con la mappa visibilmente letta in cielo, quella misura geo-topografica immateriale avrebbe dato luogo al cardo di Roma mediante “triangolazioni sacrali unitariamente intese”, così da mettere ordine ad un territorio disperso e da unificare con l’allineamento in cielo dei pianeti conosciuti, anima invisibile di Roma volutamente tenuta nascosta dagli storici ma non dalla storia topografica dell’AXIS riscoperto

(Piero Meogrossi, 1987-2019).

Documentazioni e testimonianze tramandate della Polis evocano il mistero dei 27 sacraria Septimontium quando i sacerdoti agrimensori del tempo Romuleo volendo unificare l’economia dei villaggi collinari, i pagi protetti dalla dea della pastorizia Pales, adottarono robusti artifici topografici mediante caposaldi strategici, un quadro di spazialità di luoghi eterotopici trasportati in ogni direzione (Michel Foucalt) eppure misurabile a partire dal Palatino, nella valle del Colosseo, dentro il Campo Marzio, sopra i sette colli e oltre: labirinti all’apparenza dispersi sono ancora oggi uniti al cielo da sistemi monumentali proprio grazie alle loro parti separate in terra (religio a religando, Cicerone) (fig. 2).

 

Il sistema urbano di Roma congegnato per sintesi topografiche conserva insomma i tracciati di tanti luoghi sacri che nonostante le trasformazioni subìte nel tempo fanno cogliere un processo di pianificazione unitariamente inteso, un quadro urbano assiomatico che storicizza e rompe di continuo le simmetrie naturali dell’origine come accade nel Campo Marzio visionario di Piranesi a cui spesso gli studiosi dell’urbs si rivolgono ammirati ma, in assenza dell’infrastruttura che supporta l’altera historia, difficilmente riescono a coglierne le verità nascoste.

La complessità della rete geografica urbana è condensata invece dalle misurazioni esatte dei monumenti che articolano il disegno diacronico-sincronico di una Roma tra terra e cielo, identità distesa e assimilabile allo “stretto cunicolo spazio temporale” della fisica quantistica senza tempo, passaggio per attraversare il ponte di Einstein-Rosen stratificato tra l’antico e la distopia contemporanea, forme fisiche da rimettere in equilibrio funzionale preservando le forme simboliche dei maggiori caposaldi materiali, vasta materia da tramandare come memento dell’architettura di Roma e della sua FORMA (fig. 3).

 

Misure e relitti accumulatisi in epoche diverse attorno e lungo il ramo vitale dell’AXIS sviluppano “non-luoghi” visibili ed invisibili (Marc Augé), mappe di micro e macro ambiguità tutte legate in modi diversi a quel tracciato ordinatore le cui componenti storicizzate fanno rileggere in sommatoria il racconto urbano denunciato dai percorsi strategici e dalle esperienze umane per un kallos topografico unitario, su cui dobbiamo meditare meglio se vogliamo davvero capire quanto la mente ed il territorio siano la stessa cosa (Franco Farinelli).

Si impone dunque il riordino dell’antica rete istruita dalla dea Atena-Minerva la cui statua svetta oggi dalla torre del Campidoglio quasi a proteggere ancora la FORMA URBIS ROMAE Severiana del Templum Pacis dalla cui tavola marmorea emerge il valore della diagonale che rimarca il ruolo di quella compatta mappa geografica, anima naturale ed antropica dell’intero codice urbano a cui va restituita dignità per rendere praticabile in rete il diritto-dovere di conservare, di tutelare, di innovare, di gestire, di tramandare (tav 4).

Quel codice antichissimo, supportato dal doppio scudo dell’Ancilis Romae disceso dal cielo in terra (Ovidio, Fasti III), protegge la forma segretata di

 

  1. Labirinto della Roma Etrusco Romana (PM 1994).
  2. Piattaforma del Sole in valle Streniae (PM 1994).
  3. La Forma urbis romae di Lanciani e l’AXIS URBIS (PM 1993).
  4. La Forma urbis romae e la misura dell’AXIS (PM 1994).
  5. Luna & Sole a supporto dell’Ancilis Romae (PM 1993).
  6. AXIS PALILIAE tra Palatino, Valle, Oppio, Celio (PM 1987).

 

  1. Colossum Flaviorum e Via Sacra Haterium (PM 1994).
  2. Toponimi Palatini per l’Hypnerotomachia Poliphili (PM 1996).
  3. Il cantiere per il Colosseum in specie Ovi (PM 1989).
  4. Portale di Memoria per gestire la Forma Urbis (PM 1994).
  5. Roma quanta fuit ipsa ruina docet (PM 1987).

     

 

 

Roma come al tempo di chi osava svelarne il nome segreto, coordinate geografiche ed archeologiche condensate lungo il tracciato Luna-Sole nascosto in mezzo ai 12 sacra ancilia che assicuravano al territorio di Roma la continuità dei cicli del tempo e le spazialità dei diversi labirinti, materia appunto per nuovi confronti culturali sulla Roma caput mundi. (fig. 5).

 

Le connessioni tra miti e territorialità, amplificando le visioni del disegno di Roma centrale, supportano coi dati scientifici dell’archeologica ritrovati letture inaspettate e spiegano le posizioni in rete dei monumenta rispetto alla matrice dell’AXIS, quel cardo invisibile di Roma perpendicolare al decumanus della via Lata che sistema e illumina le mappe del tempo del Septimontium arrivate coerentemente fino alle età imperiali e oltre, per rimarcare siti anche lontani come la villa Adriana a Tivoli o la Villa dei Quintili sull’Appia.

Le mappe che rimettono in luce la sapienza topografica di così tanti luoghi del passato mettono a confronto quelle evidenze culturali che danno reale consistenza a misurazioni partecipate e tracciano percorsi di conoscenza in modalità unitariamente intesa, modello integrato che non ha bisogno di visioni utopiche oggi ritenute obsolete (Massimo Cacciari), ma di impegni praticati con portali di memoria se si vuole assicurare la sopravvivenza tramite la via eterotopica per educarci a ritrovare l’anima di quel disegno disperso, mai perso (fig. 6).

 

Ed ecco allora riapparire tra i documenti di Roma la statua colossale del Colossum che attestando la presenza simbolica del cielo in terra rappresentata dall’AXIS in viam Sacram, offre riferimenti al ruolo sacro della topografia anche lungo l’altera via Sacra diretta al Palatino e fa altresì comprendere le ragioni sacrali dell’imperatore Adriano quando, fatta smontare la collina Velia, vi fece erigere il tempio di Venere e Roma facendo scivolare quella statua itinerante in parallelo al tracciato del XXI Aprile fin dentro la valle del Colosseo (fig. 7).

 

Caposaldi archeologici fanno dunque da riferimento ai centri geometrici di monumenti strategici depositati lungo quell’AXIS che ordina fabbriche create in epoche diverse come sistema interconnesso, un DNA consacrato lungo quel tracciato invisibile che unisce il Sanctuarium arcaico del Gianicolo al templum Lunae in prossimità del guado Tiberino mentre sul colle Palatino centra il Lupercal ipogeo, il templum Apollinis, il Labirinthum Flavio, il templum Solis ed in valle il centro dell’arco di Costantino e dell’Amphiteatrum Flaviorum in specie Ovi per poi risalire sul colle Oppio e marcare il centro della sala ottagonale della Domus Aurea… ed ancora ben altrove (fig. 8)

 

Quell’AXIS rivisitato da Claudio sul colle Celio tramite la piattaforma del Claudianum, si offrirà nelle epoche imperiali come matrice sacra per articolare gli impianti dei Fora, quelli dell’Horologium, dell’ara Pacis, del Campum Martis… di tanti siti rapportabili sempre al latum della via Lata, la via del Corso su cui fa perno il sistema a croce nascosto sopra la Città Eterna, l’infrastruttura fisica e immateriale dei monumenta destinati a riempiere i vuoti dello spazio temporale anche nella Roma barocca di Sisto V.

Venute meno le ritualità per una topografia sacra, il neo umanesimo sostenibile con l’“animismo laico per la crescita culturale che prepara l’apocalypsis dei non-luoghi della storia” (Serge Latouche) proprio grazie il supporto dell’AXIS può celebrare ogni labirinto di Roma con Arte e Scienza e riesumare conoscenze certo non sante ma ancora sacre, adatte perciò a resettare e rileggere i dati riassunti della ricerca topografica mediante le triangolazioni abduttive suggerite dall’apagogè aristotelica (Umberto Eco)(fig. 9).

 

La cultura occidentale, sempre più rivolta a disperdere memoria, deve allora raccogliere le formae in sidera (Piero Maria Lugli) e irrobustire le visioni dinamiche della fisica attraverso le forme del visibile e dell’invisibile, che convertendo i nodi energetici della storia Romana in motivazioni ragionevoli della geografia urbana, sviluppa azioni glocali a sostegno di formule globali e locali da proiettare alla via eterotopica utile a conseguire il bene comune, bi-sogno del cives consuma-attore stimolato del sogno antico a tutelare e a innovare il territorio (fig. 10).

 

Per questo i viaggi della mente nella storia dispersa di Roma si rendono accessibili anche con i disegni in bianco e nero delle “visioni piranesiane dell’archeologia di Roma sperimentate da un architetto” (Adriano La Regina) che nel raccogliere “i palinsesti ermeneutici dell’architettura che aprono nuove frontiere dell’archeologia”(Franco Purini) ha ricercato ombre oniricoiconografiche- topografiche di Roma nel tentativo di farle ruotare assieme per evocare l’anima e le misure tra terra e cielo, supporto di un pensiero Neo Antico storicizzato da secoli nelle forme fisiche documentate dalle forme simboliche riconvertite come ORMA_AMOR_ROMA (fig. 11)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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