PARRESIA DI MICHELE CAMPISI – RUBRICA AUTOGESTITA

VISIONEROMA E’ LIETA DI OSPITARE  “PARRESIA DI MICHELE CAMPISI”  RUBRICA AUTOGESTITA

Parresìa………….e vuole essere – come ogni VERITA’ – terrificante.

A che punto è la notte? Questa insolita rubrica, sanguigna e sulfurea come i baffi “puntuti” di Dalì, vuole essere un frammento di ricerca dell’obbligo – netto e preciso – di asserire il VERO. Come la lampada di Demostene illuminando la sua povera dimora ne rischiarava ogni ragione nascosta nel buio, così la ricerca delle soluzioni utili alla comunità può disvelarsi dietro le oscure maschere della nostra città. Non sempre la Verità è piacevole o è facile da raggiungere. Oggi, tra mille fonti di notizie e mille altre opinioni questa esigenza di natura etica si è piegata verso i confini dell’incertezza, dell’opinabile relatività. Le trasformazioni di questi ultimi vent’anni hanno tolto a Roma valori enormi. La Bellezza, le relazioni sociali, la Storia, i luoghi della sua identificazione e le tradizioni che fanno di ogni comunità una civiltà. Alcune cose sono ormai definitivamente distrutte, altre si stanno trasformando, modificando nel significato. Ci hanno abituato a credere che l’Economia e la Finanza sono le forze che fanno crescere il mondo ma, abbiamo capito che parlavano della crescita di alcune posizioni privilegiate e della città come terra disponibile per qualsiasi avventura. Oggi siamo costretti a vivere in una grande e disordinata Bruttezza, senza regole che ci garantiscono quel che deve prevalere al di sopra di ciascuno di noi: il “Bene Comune”, paradigma del quale è appunto la città. L’ordalia turistica ci ha seppellito nel ruolo di comparse. La Cultura, la nostra magnificenza e lo splendore, violate dall’infinità dei cantieri e dalla sciatta disorganizzazione della vita comune, ci salveranno ancora una volta! Ci porteranno verso quel sublime che presiede l’anima dei nostri vecchi marmi.

 


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GLI ARTICOLI


 

Note su: Se il Colosseo finisce nell’Arena, Rossella Rea su LEFT pp. 50-53 (n. 11 de 19-25 marzo)

di Michele Campisi

Ogni inizio contiene una fine, colmo di tutte quelle cose che l’hanno preceduto e se pieno è il domani di incertezze del futuro, il presente lo è di rimpianti per tutto ciò che non vi sarà più. A nostre spese impariamo ciò che ci attende. Quasi mai è meglio o più bello di ciò che abbiamo lasciato; già la sua distanza lo riempie di nostalgiche mancanze.
Consolatorio e ingannevole allora diventa ogni idea di positiva presunzione del progresso che abbiamo costatato portarci verso la deriva di un’ignota situazione la cui unica certezza è la “bruttezza” che usualmente ci circonda di questo tempo contemporaneo che ancora una volta nelle innumerevoli altre volte accadute ci attende.
Tra i paradossi più penosi del nostro tempo vi è l’oscena abitudine in cui abbiamo ridotto la rarissima opportunità di far crescere lo spirito imparando dal bello di un monumento, di un’antica architettura, stravolta nel circuito del grande numero di consumatori di un turismo “mordi e fuggi”. Ciò è massimamente vero, incarnandone un ideale modello, nel caso del Colosseo di Roma: tra le opere più visitate del mondo con i suoi 7,5 milioni di visitatori l’anno pronti lì e in fila per essere spremuti alla luce abbagliante di un carrozzone fatto di fugacissime mostre, di deambulanti masse umane e presto di qualche popoloso festival mediatizzato. Ma quanto lontano nel tempo e nei modi appare l’inizio di questa popolare avventura!
Nel preziosissimo libro di Michela di Macco, il Colosseo, funzione simbolica storica e urbana, edito esattamente cinquant’anni or sono da Bulzoni e poi recentemente riproposto, vi è narrato il significato completo di questa imponente mole sublime, impossibile a definire semplicemente come edificio. Vi sono scritti gli intrecci col potere ed il ruolo assunto nei confronti delle civiltà che lo hanno posseduto: dall’aurea romanità laicale del Barbarossa ai Guelfi e Ghibellini; dalle filologiche inventive umanistiche, alle “passio” martirologiche della Cristianità riformata. Questo imperdibile ecocardiogramma del monumento si conclude con l’arrivo dell’incantato mondo di un trascendente sogno poetico preludio ad un ben terraneo disincanto turistico perché il Colosseo del Tour romantico è l’antesignano come appunto del Turismo “mordi e fuggi” dov’è ora giunto.
Dalla fine del Settecento a tutto l’Ottocento il viaggiatore partiva da Weimar, da Parigi o da Londra per andare a cogliere tutte le lentissime e perduranti emozioni che il chiarore lunare donava a tutti quei convenuti nel riflettersi misterioso sui radiali murari, nelle penombre arcuate degli antichi calcestruzzi, sulle sconnesse articolazioni degli enormi blocchi di travertino, sull’umidità odorosa dell’arena scoppiettante di qualche mendicato calore di una piccola vampa. Pagine sublimi della De Stael, di Lord Byron, ci portano nel notturno più ricercato d’Italia cui il cardinal Camerlengo verso la metà dell’Ottocento già sostiene come pratica di una fascinosa “fruizione”. Da lì in poi, nel fortunoso crescendo, di guerre e sedute mistiche, di intense preghiere e inutili parate di cigolanti carrarmati, di comitive di “regazzini” dei quartieri, di eleganti coppie straniere, di torpedoni di polverose gite paesane e profumati scali turistici, l’oggi preme dalle cronache di nuovi e più affollati destini.

Sul numero 11 del bellissimo settimanale LEFT del 19-25 marzo 2021 un importantissimo articolo di Rossella Rea ci mette in guardia dai moltissimi rischi che pericolosamente comporta la realizzazione di una idea, forse anche buona, come quella di ricreare il piano dell’arena al di dentro del Colosseo che attualmente esiste solo per una parte pari a grosso modo 1/3 dell’intera superfice.

Attualmente si è concluso il bando assegnato ad Invitalia con una procedura standard di gara; come cioè se  quest’opera fosse uguale ad un tronco di autostrada, un pontile o un’opera di ingegneria infrastrutturale. Quel primo progetto fu invece, come deve essere in questi casi, il risultato della stretta collaborazione tra i diversi studiosi che occorre consultare nelle precise competenze non riducibili alla generalità di un appalto pubblico. Quell’intervento venne fuori da un lungo studio che vide impegnati con Piero Meogrossi, il solitario architetto “perscrutatore” dell’antichità: la Facoltà di Ingegneria della “Sapienza”, l’Istituto archeologico Germanico e la Soprintendenza archeologica romana.

L’intervento, funzionale alla ricomposizione della continuità architettonica tra la cavea, la galleria di servizio circostante l’arena e l’arena stessa, fu filologicamente realizzato all’originaria quota d’età flavia, progressivamente innalzata in epoche successive. La realizzazione fu resa possibile dall’assenza di strutture conservatesi in elevato, tali da pregiudicare l’intervento. In quella circostanza fu anche valutata la fattibilità di un più esteso ripianamento fino a metà dell’arena proseguendo il piano già realizzato nell’anno 2000, in prosecuzione della quota flavia. Oltre questo punto la realizzazione diventa difficoltosa poiché la quota non è più univoca e cambia: l’arena del III secolo è infatti più alta di circa 30 cm rispetto al piano originario.
La ricostruzione dell’intero piano, ci dice Rossella Rea e ci conferma Piero Meogrossi, oltre dunque a non configurare una originale ricostruzione, si basa su motivi superati dagli eventi e dagli interventi già eseguiti. La sua realizzazione non porterebbe alcun beneficio alla crescita di una più numerosa massa di utenti: il numero di presenze non può infatti, per esigenze evidenti e pressanti di ogni tipo di sicurezza, superare le 300 unità (così previsto dal piano di evacuazione).
L’archeologa del Colosseo, ricordiamo che Rossella Rea, andata recentemente in pensione, per più di venti anni è stata funzionario responsabile del monumento avendone condotto e coordinato anni di studi, ricerche, analisi, rilievi, carotaggi, scavi archeologici, restauri che infine delineano oggi un quadro molto preciso delle modalità di costruzione dei sotterranei e delle successive modifiche.

L’attuale parte del piano ha favorito la conservazione delle sottostanti murature, grazie a una continua circolazione dell’aria che garantisce la riduzione del tasso di umidità permanente. Una copertura integrale, anche se utilizzata per periodi brevi, altererebbe il microclima consolidato, generando problemi conservativi. L’insieme delle strutture restaurate, costituisce un sistema molto delicato nel quale è possibile intervenire solo ed esclusivamente con operazioni puntuali utili alla comprensione dell’arredo tecnico di una complessa macchina che permetteva il funzionamento dei sistemi come i diversi montacarichi, uno dei quali già riproposto.
Questi aspetti della visita, che sostituiscono i momenti di sublimazione di un tempo, sono quelli che accolgono il maggiore stupore dei visitatori che inaspettatamente si trovano a riscoprire del passato non meno miracolose invenzioni del nostro tecnologico contemporaneo; esperienza ora da concedere solo a pochi dopo l’ulteriore spremitura di un biglietto dedicato ad un numero chiuso.
La sintesi finale di questo importante articolo è ancor più crudele. Perché infatti devolvere una così ingente somma alla realizzazione di un intervento non necessario ancorché potenzialmente dannoso che assimilerebbe il Colosseo alle tante altre arene teatralizzate? Incomprensibile anche alla luce delle molte esigenze emergenti dallo stato critico in cui oggi versa il monumento non certo in buono stato di salute. “Primo tra tutti vi è lo smaltimento delle acque piovane e di falda, problema enorme su cui si sono cimentati i tecnici dal XIX secolo, tuttora in attesa di una soluzione definitiva. Inoltre, il Colosseo non è un monumento isolato, ma è parte preponderante di uno spazio architettonico dai contorni ormai illeggibili: la sua area di rispetto, profonda 17 metri, conservatasi lungo il versante labicano, ripristinata solo lungo un tratto del fronte meridionale grazie a un intervento condiviso con il Comune di Roma, è in attesa di completamento.” Il portico circondava l’ovale per tre lati e si conservano resti noti solo agli studiosi a queste idee non mancano proposte di recupero architettonico e funzionale dell’intera area monumentale.
Non sembrano dunque mancare i motivi di un meritevole ripensamento sussistendo molti dubbi sul metodo del procedimento prescelto. “Un progetto di tale rilevanza non può essere considerato alla stregua di un progetto ordinario, ma deve prevedere un’ampia concertazione preventiva con organismi tecnici chiamati su specifiche competenze, come avvenuto per la costruzione parziale dell’attuale piano; una prassi che richiederebbe il concorso di una verifica suprema con l’approvazione di quello che un tempo era il comitato di settore, organismo ormai emarginato a beneficio di una libera mano della incompetente decisione politica.
Qual mai sarà il risultato finale? scontato ed anche banale, lo raccoglieremo nell’usualità di un clamore mediatico che gli interessi economici messi in ballo sapranno propagare ad arte.

Gettonatissime serate come quelle delle massime “ugole in tormento” che abbiamo appena schivato dalle pendici degli Horti Barberiniani con le saghe dei lamenti Neroniani, torneranno oggi ad accompagnare i pellegrinaggi ai martiri di una laicissima società votata alle masochistiche pene del “mordi e fuggi” e ad un uovo da spremere oggi anche di notte, con roboanti fari policromi illuminatori, incrociati allo stridore sintetizzato di una melodia dodecafonica……………..ma non cercate la luna: d’invidia o di vergogna è sprofondata sotto il secchio negli inferi irraggiungibili neppure coi mitici ascensori di Massimo Decimo Meridio, il gladiatore di Ridley Scott scampato a Marcomanni e imperatori incazzati per finire, com’è iniziato il suo tempo, tra le spettacolari ribalte di un Broadcast ministeriale.


Arch.Michele Campisi

Nato a Sambuca di Sicilia – Agrigento il 4 Settembre 1954, è uno storico dell’architettura, architetto e restauratore. Laureatosi a Palermo con Paolo Marconi ha pubblicato già nel 1980 una storia della nascita della tutela in età borbonica e poi numerosi altri saggi su riviste specializzate come il Bollettino d’Arte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Ha partecipato col Ministero e l’Istituto Centrale del Restauro alle attività svolte sui monumenti antichi dell’area centrale di Roma e per oltre quarant’anni ha diretto cantieri su monumenti ed in contesti archeologici. Tutte queste attività sono state condotte nell’approfondimento dei contenuti specifici della disciplina ed hanno dato luogo a “report” e saggi riguardanti teoria e storia del Restauro. Con Cangemi ha partecipato alla redazione del volume : La Villa di Vincenzo Giustiniani a Bassano Romano.

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