BOZZA DI LEGGE SULLA RIGENERAZIONE: FINALITA’ CONTRADDETTE DAGLI STRUMENTI INDIVIDUATI – RENATO GUIDI

La bozza di legge sulla Rigenerazione Urbana: finalità contraddette dagli strumenti per raggiungerle

di Renato Guidi

FINALITÀ E DEFINIZIONI

Tra le finalità e gli obiettivi elencati all’articolo 1, è condivisibile l’ambizione di porre l’accento sulla mitigazione dell’impronta ecologica del costruito, sull’azzeramento del consumo di suolo, anche a mezzo di un aumento della densità fondiaria e del ricompattamento dei centri abitati, obiettivi strategici tutti conseguibili nel medio periodo.
Gli obiettivi, ulteriori, di rinaturalizzazione dei c.d. brown fields e di conseguente “pareggio di bilancio non economico dei servizi ecosistemici”, purchè supportati da adeguati meccanismi di incentivazione e da semplificazioni procedurali, non possono che essere salutati con favore, così come l’incentivazione della mobililtà sostenibile.

Ve ne sono però alcuni che appaiono essere pure petizioni di principio di improbabile realizzazione.

Su tutti l’obiettivo  certo anch’esso condivisibile di tutelare i centri storici, i loro “valori identitari” dal fenomeno della proliferazione fuori di ogni misura della ricettività alternativa alle strutture alberghiere e di prevenirne la desertificazione tutelandone le attività produttive e commerciali.

Ma nella fase attuale di crescente ricorso all’home working, con i relativi effetti di desertificazione di larghi brani dei centri storici delle città, non ci si può non domandare se  voler regolamentare ulteriormente un settore, quello turistico e del relativo indotto, già pesantemente in crisi per il perdurare dell’emergenza sanitaria da Covid-19, la cura “ucciderà definitivamente il malato”.

Se si vogliono infatti  tutelare i piccoli esercizi commerciali nei centri storici occorre studiare, in dettaglio, quanti di essi traggano profitto e debbano la loro sussistenza proprio ai flussi turistici alternativi alla ricettività tradizionale.

 

COMPITI DELLO STATO IN MATERIA DI RIGENERAZIONE URBANA

Dall’elencazione dei compiti in capo allo Stato centrale si intuisce che l’intento sia quello, anche qui  condivisibile, di armonizzare gli approcci eterogenei seguiti dalle Regioni in materia di Rigenerazione Urbana.
La necessità di mostrare, in breve tempo, all’unione Europea, (al fine di ottenere il supporto finanziario richiesto dal drammatico periodo in corso), la coerenza con gli obiettivi di salvaguardia ambientale e di contenimento dei consumi energetici, porta ad individuare una “cabina di regia nazionale” che detti gliorientamenti e le regole da seguire per accedere ai finanziamenti previsti dal Fondo, anch’esso nazionale, previsto per la rigenerazione urbana.
Essendo la pianificazione urbanistica una materia concorrente, il meccanismo di finanziamento, degli studi preventivi, del supporto agli enti locali non dotati di strutture adeguate, della progettazione e della realizzazione degli interventi, è previsto che transiti, sul modello dell’erogazione dei fondi europei, attraverso bandi regionali, aperti alla partecipazione degli enti locali.

Fin qui tutto appare avere una certa logica e seguire una tradizione consolidata, ad esempio nel campo dell’assegnazione di fondi di provenienza comunitaria.

COMPITI DELLE REGIONI E DEGLI ENTI LOCALI IN MATERIA DI RIGENERAZIONE URBANA

Si esortano le regioni ad adempiere a compiti ad esse tradizionalmente demandati, come l’approvazione dei Piani Territoriali Paesistici entro sei mesi dalla promulgazione della legge e si assegnano loro dei compiti, come detto, legati alla redazione di bandi pubblici che, sia pure con esiti incerti (l’Italia si è sempre segnalata, in Europa, per la bassissima capacità di investire risorse ad essa assegnate dall’U.E.), rientrano nel dominio delle materie conosciute presso gli uffici regionali.

Anche qui si può condividere

Si comincia a non capire più il senso della proposta di legge quando si passa ad elencare i compiti dei Comuni e si battezza un nuovo, fantomatico strumento, denominato “Piano comunale di Rigenerazione Urbana” che minaccia di diventare un nuovo mitologico assoluto, accentrando in sé funzioni tipiche della Pianificazione Urbanistica, ambientale e di programmazione economica.

PIANO DI RIGENERAZIONE URBANA E STRUMENTI DI INTERVENTO

Le considerazioni già fatte, brevemente, circa l’aspirazione totalizzante del Piano, vengono qui variamente articolate, sino a sfiorare aspetti paradossali.
La Banca Dati del Riuso, elencando una serie di operazioni, tutte peraltro tecnicamente realizzabili a mezzo dell’utilizzo di Sistemi Informativi Territoriali, con l’ausilio di immagini satellitari e con il supporto di serissime istituzioni quali l’ISPRA, scontano il vizio di non esaminare i precedenti storici e di sovrastimare numero e capacità tecniche degli operatori comunali – sia pure supportati dalla cabina di regia nazionale.
L’aspirazione di disegnare una mappa in scala 1:1 di tutto l’esistente, al livello del singolo edificio, si è più volte dimostrata una pia illusione e prova ne siano i numerosi refusi e gli errori materiali di cui sono disseminati i Piani Regolatori delle città italiane, per la quale correzione si è quotidianamente costretti ad intraprendere procedure, normalmente estenuanti e dall’esito incerto.

Vi è poi da aggiungere che, solo al termine dell’elaborazione di tale ambiziosissimo rilievo, l’amministrazione comunale, potrà procedere alla redazione del Piano di Rigenerazione, il quale, peraltro, dovrà competere, al livello regionale, con i piani presentati dalle altre amministrazioni comunali.
Questo approccio di stimolo competitivo, rivolto ad amministrazioni che non fanno mai i conti con valutazioni ex-post che ne controllino l’efficienza, rischia di diventare un formidabile strumento di sperequazione tra operatori economici e cittadini residenti in comuni “virtuosi” e quelli che non possono contare su un’amministrazione efficace e tempestiva.
È previsto, all’art. 12, che i privati possano concorrere alla formazione del Piano con proprie proposte, ma tutto appare troppo ed immotivatamente orientato in maniera verticistica e di accentramento nella mano pubblica.

Un’ulteriore dubbio viene sui limiti di efficacia del Piano di Rigenerazione: Come si situa nel rapporto con I Piani Regolatori, comunque essi siano denominati (Regolamenti Urbanistici, Piani Strutturali) ?
A tratti sembra che il nuovo strumento abbia l’ambizione di fagocitare tutti gli altri, come quando, ad esempio, tratta dei Cambi di Destinazione d’Uso in Centro Storico, per i quali non è sufficiente essere in conformità alle destinazioni previste dalla pianificazione ordinaria ma sussiste “l’obbligo di richiesta dell’atto abilitativo comunale per il cambio di destinazione d’uso dell’immobile”.
Ambizioso e fuori da una logica economica, poi, sembra essere l’obbligo di prevedere, per la rigenerazione urbana, un minimo del 25% di alloggi a canone concordato, una prestazione che, già prevista dai piani casa, era legata a premialità, in termini di superfici utili, ben più consistente del 20% qui previsto, o di cambi di destinazione d’uso in deroga agli strumenti ordinari.

ATTUAZIONE DEGLI INTERVENTI DI RIGENERAZIONE URBANA

Le modalità di attuazione diretta, tramite Ristrutturazione edilizia, così come ampliata dalle modifiche introdotte dalla Legge 120 del settembre 2021, demandano comunque all’inserimento nel Piano di Rigenerazione Comunale.

Al comma 4 dell’art. 11 vengono, in un solo passaggio, rispolverati due miti della pianificazione della fine degli ani ’70 del secolo scorso: il PdiR ex L457/78, individuato come principale strumento di attuazione del Piano ed il Programma Poliennale di Attuazione, non espressamente menzionato, ma delineato dalla necessità di stabilire priorità negli interventi.
Una domanda sorge, dopo l’esame del testo: i Piani di rigenerazione comunale che non dovessero mai superare il vaglio regionale, cosa comportano?
Le rigenerazioni urbane nei comuni “sfortunati” si potranno comunque realizzare? Ammesso che si possano realizzare è sicuro che non godranno degli importanti sgravi, contributivi e fiscali, previsti dal disegno di legge, con ciò delineando importanti disparità di trattamento tra operatori economici basati in città diverse

Al termine di questa analisi, veloce e non sistematica, della bozza di legge, non posso far altro che ribadire la necessità, che, se proprio non si riesce ad andare nella direzione, auspicata, della semplificazione normativa, almeno si dovrebbe cercare di non aggravare ulteriormente l’attuale quadro, già di per sé molto complicato.
Sarebbe opportuno, conservando tutti gli altissimi obiettivi di mitigazione dell’impatto ambientale fissati all’articolo 1 e salvaguardando il tentativo di dettare regole omogenee di rigenerazione urbana che siano, finalmente, valide su tutto il territorio nazionale, spostare l’accento sulla liberazione delle energie private che da questo testo rischiano di uscire, per l’ennesima volta, mortificate.
Non si chiede di abbassare, in nessun modo, l’asticella degli obiettivi da raggiungere, si suggerisce solo, con forza, di non ripercorrere le medesime strade, fallimentari, della pianificazione verticistica e pervasiva di tutti gli aspetti tradizionalmente demandati alla libera intrapresa.

Alle Regioni ed ai Comuni il compito del controllo, rigoroso, della perimetrazione delle aree su cui non intervenire, dell’incentivazione delle rigenerazioni in linea con le finalità, condivise, dettate dalla legge.

 

Non sarebbe stato più opportuno riproporre, implementando i lodevoli obiettivi fissati dall’articolo 1 della bozza analizzata, un dispositivo basato sulla struttura dei c.d. Piani Casa, che hanno in buona parte funzionato, al fine di ottenere i tempi brevi e la semplificazione richiesta, ormai da anni, da tutti gli operatori del settore?

 Arch. Renato Guidi

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