TORRE DEI CONTI RIFLESSIONI A FREDDO MICHELE CAMPISI

TORRE DEI CONTI: RIFLESSIONI A FREDDO

 di MICHELE CAMPISI

 

​Ciò che è accaduto fortunatamente non è consuetudine delle nostre città, sebbene quanto accaduto debba allarmare tutte le comunità cittadine e non solo quelle dov’è stato vissuto il fatto!

​Parliamo della Torre dei Conti. Ne parliamo dopo qualche giorno e per scrivere poche considerazioni che abbiano senso. Ci siamo dati come regola quella di attendere. Di aspettare che il grande trambusto mediatico si fosse calmato.
Questi giorni sono stati pieni di discussioni e pareri di ampio spettro! Termine che usiamo senza nascondere l’ambiguità che vi è contenuta. Dai social intasati di anonimi post ai soloni accademici che fino all’altro ieri hanno guidato la macchina delle valorizzazioni; assessori defenestrati; dirigenti in pensione. Tutti in genere, chiamati a testimoniare sulle cronache nazionali e locali, hanno depositato il proprio giudizio.

Sarebbe già un’impresa metterli insieme e ricavarne utilmente una soluzione. Persone che possiamo dire, conoscono bene lo stato dei monumenti in Italia e che tuttavia si sono adoperati in “farraginose” trovate facendo parlare di sé più degli utili consigli.

​Non si può dire dunque che siamo a corto di soluzioni. Non è stato possibile eludere un tema di questo tipo e non perché ricchi siamo di genialità come: le pietose prove delle torri contemporanee – anche se i ricorrenti venti di guerra possano convincere qualcuno della loro utilità – o lo spianamento caro ai vecchissimi sventramenti che a Roma hanno ritrovato unapolverosa nostalgia.

​La questione è però tremendamente seria e non ha bisogno affatto di gradazioni ironiche ed estemporanee. Apre una finestra forse, anche prevedibile, sui fenomeni che la macchina ormai ingestibile dell’appalto dei Beni Culturali è in grado di produrre. Lo sanno le imprese, lo sanno i dirigenti non i legislatori. Non c’è infatti, tranne che in un profilo disordinato e a bassissimo impatto, una regolamentazione specifica del restauro architettonico. Bisogna cioè produrre attività di cantiere nello stesso modello di una qualsiasi infrastruttura. Compreso i tempi attuativi corresponsabili delle finalizzazioni della politica finanziaria. Ma il futuro sembra prospettarsi diverso: la sua “estetica” contiene già la decrescita.

​Intanto c’è un nodo apparentemente poco significativo per certuni che coincide con l’immagine e la cultura materiale della città. È crollato l’interno di una torre. La torre di per sé è l’icona della “Forza” e della sicurezza. L’emblema è ricorrente in araldica e prediletta proprio per il senso della “Fortezza”: virtù che spazia dall’animo umano alla comunità insediata e racchiusa dentro mura. Roma ebbe questi presidi all’epoca di Aureliano. Prima di allora, la città invalicabile, finiva verso il contado con le sole insule che poi lungo le consolari davano corso al paesaggioagricolo, alle ville-rurali, ecc.

​Che venisse una cosa come il Medioevo, quella civiltà di quasi un milione di abitanti e pressappoco dieci secoli, forsedurante l’epoca di Augusto, non l’aveva prevista nessuno: avvenne. Gli abitanti si ridussero. Finché col “Sacco di Roma” del 1527 divennero poco più di un centinaio di migliaia di romani provinciali in penitente rassegnazione.

​In questi giorni non può non tornare alla mente una figura come Antonio Cederna. Quanto si sarebbe trovato sbigottito davanti a tanta disquisizione! non è fatica immaginarlo. Quante volte fu chiamato a “piangere” l’ennesimo crollo.

Questi pochi appunti sulla storia della città, sembra non averci ben insegnato che sotto i nostri piedi e a qualche metro di distanza dai nostri giornalieri percorsi, scorrono civiltà che hannodato forma a questa città. La forza della nostra civiltà è proprio il riconoscere valore irrinunciabile a tutti quei fatti esistiti nei modi diversi della singola comparsa: civiltà trascorse che ci hanno preceduto. A sostegno di queste ragioni potrei invocare saggi di personalità che la cultura contemporanea, così sintetica, non riesce più a ricordare e non riuscirà mai più ad eguagliare.

​Ci esporremo ben volentieri alle minacciose sequele dei “critici” al passo coi tempi nel ricordare oltre a Leonardo Benevolo e Italo Insolera, tutti quelli che hanno fornito chiavi risolutive per l’etica della Conservazione.

​Se a qualcuno fosse scappato qualche secolo, bisognerà infatti ricordare che proprio per la retrograda visione di una storicità “classicista” e gerarchica, colpevole di migliaia di delitti, abbiamo ancora del Medioevo una depressiva coloritura! Fatta di scarti e derelitti spontanei, per lo più indegni di misurarsi con la retorica di un passato “nazionalista”. Questo anche se la mistica dannunziana ne aveva provato perfino una silloge poetica. Ebbene si dirà che quel periodo è lungo ben oltre le celebrate stagioni imperiali ed anche rinascimentali! Si dovrà ricordare proprio la rarità in cui oggi consiste la possibilità di confrontarsi con quella “Roma delle cento torri”. Fosse solo per questo, una barbara e “vandalica” prospettiva promossa dal genio in libertà dei nostri intellettuali, non può avere alcuna ragione.

​Sia accaduto come sia, bisognerà inoltre trarre illuminata lezione da questo evento. Ci affidiamo ad un rimpianto maestro come Paolo Marconi, uno dei pochi che a quella Torre dei Conti aveva dedicato ragionamenti preziosi. In questa c’è non un semplice pezzo di storia architettonica della città; c’è tutto il senso di quella cultura della “manutenzione” che ci ha dato in pratica l’interezza delle nostre città. Egli aveva dedicato per primo all’argomento, fin dal 1984, un libro come: Arte e cultura della manutenzione dei monumenti.

​Da lì in poi intrecciando le sue vicende con quelle di Giovanni Urbani, che aveva sperimentato in Umbria un piano sulla “conservazione programmata”, si era dato corso ad una nuova visione della città e del Restauro non più come evento, ma come “ratio” della conservazione. La fine degli anni novanta, l’avvento della Valorizzazione come espressione del mercato moderno che “butta via” e non mantiene nulla, decretò il disastro e l’attuale grave crisi dei Beni Culturali che ci portiamo oggi nel silenzio degli interessi commerciali. Il Restauro è pari allarealizzazione di una memorabile opera; l’intervento valorizza soprattutto lo sponsor politico, il bravo e ubbidiente dirigente e l’archistar di turno!

​La nostra civiltà dovrà presto occuparsi di questo passaggio che richiede atti di coscienza etica coinvolgenti le comunità civiche. Non quelle ammassate file di mandrie turistiche in coda sulle porte dei grandi attrattori, ma una rinnovata visione di una città che voglia ricucire il nesso con un territorio complesso e non semplificabile per sintesi strumentali.

Michele Campisi

 

 

 

 

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