Documento preparatorio iniziativa su Carcere Lavoro Reinerimento e Recidiva

LAVORO, REINSERIMENTO E RECIDIVA

Per un sistema romano di accompagnamento dal carcere al lavoro

1. Il punto di partenza

Il reinserimento delle persone detenute non può essere considerato soltanto una questione assistenziale. È contemporaneamente una politica sociale, una politica del lavoro e una politica di sicurezza.

Il problema decisivo è la recidiva. I dati utilizzati dal CNEL nel programma “Recidiva Zero” mostrano una fortissima correlazione tra inserimento lavorativo e riduzione del ritorno nel circuito penale. Questi numeri devono essere utilizzati con prudenza, perché le persone che riescono ad accedere al lavoro costituiscono anche una popolazione selezionata. Ma il rapporto tra occupazione stabile e minore recidiva appare comunque molto significativo.

Da qui deve partire una politica nuova:

non semplicemente dare un’occupazione durante la detenzione, ma costruire un percorso che conduca dal carcere al mercato ordinario del lavoro e continui dopo la scarcerazione.

La sequenza dovrebbe essere:

formazione mirata → lavoro durante la detenzione → impresa → uscita dal carcere → continuità lavorativa → autonomia → riduzione della recidiva.

2. Roma: si lavora, ma prevalentemente dentro il carcere

I dati disponibili sui cinque istituti romani mostrano che l’attività lavorativa esiste.

Risultavano occupati:

  • Rebibbia Nuovo Complesso: 285 detenuti, pari al 18%;
  • Regina Coeli: 185, pari al 17%;
  • Rebibbia Reclusione: 128, pari al 45%;
  • Rebibbia III Casa: 32, pari al 42%;
  • Rebibbia Femminile: 134, pari al 35%.

Complessivamente circa 764 persone.

Il problema emerge quando si guarda alla natura di questa occupazione.

Nel Lazio circa il 92% dei detenuti che lavorano è alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria: pulizie, distribuzione dei pasti, manutenzione e altri servizi necessari al funzionamento degli istituti.

Al 31 dicembre 2025, nell’intero Lazio, 1.433 detenuti lavoravano per l’Amministrazione penitenziaria e soltanto 160 per soggetti esterni.

Di questi ultimi:

56 lavoravano presso datori esterni in semilibertà;
31 erano in lavoro esterno ex articolo 21;
42 lavoravano per imprese all’interno degli istituti;
30 per cooperative;
1 svolgeva lavoro autonomo.

Il vero problema romano e laziale appare quindi evidente: il collegamento con il mercato ordinario del lavoro è ancora estremamente limitato.

3. Un confronto significativo: Lazio e Lombardia

Al 31 dicembre 2025 il Lazio aveva circa 6.647 detenuti e la Lombardia 8.809.

I detenuti occupati presso soggetti diversi dall’Amministrazione penitenziaria erano però:

Lazio: 160, pari a circa il 2,4% della popolazione detenuta.

Lombardia: 782, pari a circa l’8,9%.

La quota lombarda è quindi circa 3,7 volte quella laziale.

Una parte importante della differenza è spiegata dall’esperienza di Bollate.

Nel 2025 risultavano lì circa 392 detenuti alle dipendenze di soggetti privati: circa 220 lavoravano per privati all’interno dell’istituto e circa 170 all’esterno.

Bollate da sola rappresenta dunque una quota molto rilevante dell’intero lavoro penitenziario lombardo rivolto al mercato esterno.

4. Cosa insegna Bollate

L’elemento più interessante non è una particolare agevolazione economica.

È il modello organizzativo.

A Bollate l’impresa entra nel carcere.

All’interno dell’istituto operano imprese e cooperative che svolgono vere attività economiche: assemblaggio, call center, sartoria, catering, lavanderia, lavorazione del vetro, progettazione CAD, recupero di apparecchiature elettroniche, vivaismo e altre lavorazioni.

L’esempio di Bee.4 è significativo: centinaia di contratti attivati, decine di partner commerciali e un’attività economica che vende realmente servizi al mercato.

Il principio è importante:

non creare un lavoro artificiale perché esiste un detenuto da occupare; individuare un’attività per la quale esiste una domanda reale e preparare il detenuto a soddisfarla.

Quando ne esistono le condizioni, il rapporto può poi proseguire fuori dal carcere attraverso l’articolo 21, la semilibertà e infine la normale occupazione.

5. Anche Milano ha costruito una filiera

Accanto a Bollate esiste una struttura pubblica di accompagnamento.

Comune di Milano, Città Metropolitana, Amministrazione penitenziaria, AFOL e organizzazioni sindacali hanno realizzato sportelli per il lavoro all’interno di Bollate, Opera e San Vittore.

Il CELAV del Comune riceve inoltre le segnalazioni provenienti dagli istituti, dall’UEPE e dai servizi territoriali e accompagna le persone verso il mercato del lavoro.

Si crea così una filiera:

carcere → sportello lavoro → formazione → impresa → articolo 21/misura alternativa → lavoro esterno → uscita dal carcere.

È questa continuità, più della singola iniziativa, che appare particolarmente interessante per Roma.

6. Roma non parte da zero

Anche a Roma sono già presenti strumenti importanti.

Roma Capitale e l’Amministrazione penitenziaria hanno sottoscritto protocolli che interessano tutti e cinque gli istituti romani e comprendono uno specifico intervento sul lavoro.

Opera inoltre il COL Antonio Gramsci, specializzato nell’orientamento e nel reinserimento lavorativo di detenuti ed ex detenuti.

Nel febbraio 2026 il Campidoglio ha organizzato l’iniziativa “Dalla Reclusione all’Inclusione”, coinvolgendo imprese, cooperative, istituzioni e terzo settore con l’obiettivo di creare un collegamento più stabile con il sistema produttivo.

La Regione Lazio interviene attraverso programmi di formazione e tirocini, tra cui “La Libertà di Lavorare”.

A Rebibbia sono inoltre partite iniziative produttive concrete.

Tra queste figurano laboratori di torrefazione e riparazione delle macchine da caffè, pizza e rosticceria, officine e lavanderia.

Alcune procedure introducono un principio particolarmente interessante: non soltanto l’obbligo di formare detenuti, ma anche un numero minimo di assunzioni.

Per quattro interventi esaminati sono previsti complessivamente almeno 32 percorsi formativi e 11 assunzioni.

È un’impostazione da sviluppare: misurare l’esito occupazionale, non soltanto l’attività formativa.

7. Il problema romano: molti strumenti, una regia insufficiente

Roma dispone dunque di iniziative, professionalità, incentivi e strutture.

Ci sono Comune, Regione, Ministero della Giustizia, DAP, UEPE, COL, imprese, cooperative, formazione professionale e terzo settore.

Quello che non emerge ancora chiaramente è un unico percorso che accompagni sistematicamente la stessa persona prima e dopo la scarcerazione.

E soprattutto manca una misurazione pubblica degli esiti.

La domanda fondamentale dovrebbe essere:

su 100 persone che escono dalle carceri romane, quante escono avendo già un lavoro?

E poi:

quante lavorano dopo 6 mesi?
quante dopo 12 mesi?
quante dopo 24 mesi?
quante tornano nel circuito penale?

Oggi questi dati non risultano pubblicati in maniera organica.

È una lacuna fondamentale.

8. Gli strumenti normativi esistono

Non si parte neppure da un vuoto legislativo.

La legge Smuraglia consente importanti agevolazioni contributive e fiscali alle imprese e cooperative che assumono detenuti, persone ammesse al lavoro esterno ed ex detenuti nelle condizioni previste dalla normativa.

Il programma nazionale Recidiva Zero promosso dal CNEL punta inoltre a trasformare le singole esperienze in una politica strutturale.

Anche la piattaforma nazionale SIISL può essere utilizzata per mettere in relazione persone sottoposte a esecuzione penale e domanda di lavoro.

Si sta infine sviluppando una riflessione sull’utilizzazione degli appalti pubblici come strumento per favorire l’inserimento lavorativo.

Esistono quindi già molti degli strumenti necessari.

9. Recuperare un’intuizione senza ripetere gli errori del passato

Roma ha già conosciuto politiche volte a creare percorsi preferenziali per il lavoro di persone provenienti dal carcere e da situazioni di grave disagio sociale.

Quell’intuizione rimane valida.

Le degenerazioni che successivamente hanno interessato una parte del sistema cooperativo romano non devono portare ad abbandonare l’obiettivo.

Bisogna invece modificare radicalmente il metodo.

Non privilegiare una determinata cooperativa o creare circuiti chiusi di affidamento.

Bisogna creare condizioni favorevoli per qualsiasi impresa qualificata che sia disponibile ad assumere detenuti ed ex detenuti, attraverso procedure trasparenti, concorrenziali e controllabili.

Il beneficio pubblico deve essere collegato al risultato ottenuto: persone realmente occupate e stabilmente reinserite.

10. La proposta: “Roma Lavoro e Recidiva Zero”

Visioneroma potrebbe proporre la costruzione di un vero Patto romano per il lavoro dopo il carcere.

Al tavolo dovrebbero partecipare Roma Capitale, Regione Lazio, Ministero della Giustizia/DAP, UEPE, istituzioni penitenziarie, Camera di commercio, organizzazioni imprenditoriali, sindacati, sistema della formazione e terzo settore.

L’obiettivo dovrebbe essere costruire una regia unica del percorso di reinserimento lavorativo.

Il principio fondamentale:

ogni detenuto prossimo alla scarcerazione che può e vuole lavorare dovrebbe avere, già prima dell’uscita, un percorso individuale verso il lavoro.

11. Come potrebbe funzionare

La presa in carico dovrebbe iniziare 6-12 mesi prima della scarcerazione.

Per ogni persona dovrebbero essere individuate competenze, formazione necessaria, situazione abitativa e sociale e possibilità di inserimento.

La formazione dovrebbe essere finanziata soltanto quando collegata a professionalità per le quali esista una domanda effettiva nel mercato romano.

Tra i primi settori da verificare:

manutenzione ed edilizia;
verde;
ristorazione;
turismo e alberghi;
logistica;
artigianato;
servizi;
alcune professionalità digitali.

Le associazioni imprenditoriali dovrebbero individuare preventivamente le aziende interessate.

L’obiettivo dovrebbe essere, quando possibile, formazione collegata a una concreta opportunità di lavoro, anziché corsi indipendenti dalla domanda.

12. Un Patto delle imprese romane

Potrebbe essere costituito un Patto delle Imprese per il Reinserimento, aperto a imprese ordinarie, cooperative e aziende partecipate.

Alle imprese aderenti verrebbero messi a disposizione in maniera coordinata:

agevolazioni della legge Smuraglia;
selezione dei candidati;
formazione;
tutoraggio;
supporto amministrativo;
strumenti nazionali e regionali disponibili.

Parallelamente andrebbe studiata giuridicamente la possibilità di utilizzare, negli appalti di Roma Capitale, clausole sociali, criteri premiali, appalti riservati o altri strumenti consentiti dal Codice dei contratti, evitando qualsiasi forma di affidamento privilegiato.

13. Il lavoro non basta

Il rischio di fallimento rimane elevato se una persona esce dal carcere con un contratto di lavoro ma senza casa, documenti, conto corrente, assistenza sociale o riferimenti territoriali.

Il percorso deve quindi integrare:

lavoro + abitazione + documenti + servizi + accompagnamento personale.

Un tutor dovrebbe possibilmente seguire la persona durante la fase finale della detenzione e nei primi 12-24 mesi successivi.

14. Misurare finalmente i risultati

 

Ogni anno Roma Capitale dovrebbe pubblicare una Relazione sul reinserimento lavorativo delle persone provenienti dal sistema penitenziario, indicando almeno:

numero delle persone prese in carico;
numero delle persone formate;
numero dei tirocini;
numero delle assunzioni;
occupati dopo 6 mesi;
occupati dopo 12 mesi;
occupati dopo 24 mesi;
settori e imprese coinvolte;
risorse pubbliche utilizzate;
tasso di recidiva dei partecipanti.

Una parte dei finanziamenti destinati ai soggetti che gestiscono i programmi potrebbe inoltre essere collegata ai risultati occupazionali effettivamente raggiunti e mantenuti nel tempo, e non soltanto al numero delle persone inserite nei corsi.

15. La questione di fondo

Roma non deve inventare tutto da capo.

Esistono norme, incentivi, COL, programmi regionali, iniziative del Comune, esperienze imprenditoriali, strumenti nazionali e un tessuto produttivo molto ampio.

Quello che manca è soprattutto metterli a sistema.

La sfida è passare:

dai progetti al sistema;
dalla formazione al lavoro;
dal lavoro interno al mercato ordinario;
dalla scarcerazione all’accompagnamento;
dal numero dei corsi alla misurazione dei risultati.

 

ROMA LAVORO E RECIDIVA ZERO

Non una politica assistenziale per chi esce dal carcere, ma una politica del lavoro, del reinserimento e della sicurezza della città.

 

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