SPAZIO APERTO UNO SPAZIO LIBERO PER IDEE VISIONI E CONFRONTI

 

A partire dalla data odierna (25 Aprile 2026) viene aperta questa rubrica che consentità a tutti i soci ed amici di esprimere, idee, valutazioni, opinioni su qualsiasi argomento senza le limitazione che invece si manterranno per tutte le attività dell’associazione e cioè le problematiche attinenti Roma Capitale.
“I contenuti pubblicati in questo spazio riflettono esclusivamente le opinioni degli autori e potrebbero  non rappresentare la posizione  dell’associazione.”

Un nuovo centro o un nuovo riformismo all’altezza dei nostri tempi?


Mentre nel campo progressista tornano a moltiplicarsi gli appelli per la costruzione di un nuovo centro, Romano Prodi,
 indica una strada diversa. Non chiede la rinascita di un’area politica moderata. Chiede un nuovo riformismo.

Ma se il problema è il riformismo, allora forse la domanda non è dove ricostruire il centro, ma dove si stia formando oggi una proposta capace di tenere insieme cambiamento e governo, innovazione e coesione sociale, equità e solidarietà.

Per oltre trent’anni la politica italiana ha continuato a interrogarsi sul destino del centro. Dopo la fine della Democrazia Cristiana si sono succeduti numerosi tentativi di ricostruirne uno nuovo. Nessuno, tuttavia, è riuscito a svolgere la funzione che il centrismo aveva avuto nella Prima Repubblica.

Il motivo è semplice. La Democrazia Cristiana non era soltanto un partito di centro. Era una sintesi politica e sociale che teneva insieme democrazia rappresentativa, attenzione alle classi popolari, collocazione occidentale ed economia di mercato con responsabilità sociale. Anche il Partito Socialista, soprattutto nella sua componente autonomista e riformista, tentò in alcune fasi di svolgere un ruolo analogo.

Quei valori non sono scomparsi. Si sono invece dispersi all’interno di culture politiche e schieramenti differenti.

E poi il contesto economico sociale nazionale ed internazionale e’ profondamente cambiato!

È qui che la riflessione di Prodi assume comunque un significato particolare. Parlare di riformismo significa spostare l’attenzione dall’identità dei soggetti agli obiettivi della politica. Significa chiedersi come affrontare le nuove grandi trasformazioni economiche, sociali, ambientali e tecnologiche senza rinunciare alla coesione democratica. In altre parole, significa costruire un cambiamento credibile anche per le nuove generazioni che nutrono diffidenza e sfiducia nella politica dei partiti.

La questione assume una rilevanza ancora maggiore alla luce del dibattito sulla riforma elettorale che il Governo sta promuovendo.

I progetti governativi  vanno  nella direzione di rafforzare ulteriormente la logica bipolare attraverso un forte premio di maggioranza e una crescente personalizzazione della competizione politica. Se questa impostazione fosse confermata, il confronto politico sarebbe inevitabilmente orientato verso la costruzione preventiva delle coalizioni e l’individuazione delle leadership. Si tratta di esigenze comprensibili in un sistema che privilegia la governabilità (anche se la luga durata del governo attuale ne smentisce la necessita’) ma  esse rischiano di comprimere i tempi necessari alla maturazione di nuove culture politiche e di nuove sintesi riformiste. Il rischio non è quello di impedire la costruzione delle alleanze, ma di favorire sintesi prevalentemente elettorali prima che politiche. Insomma prima vincere le elezioni e poi capire in che direzione andare. E i risultati si vedono: si governa smentendo tutto quello che si era annunciato per prendere i voti.
Una modifica all’attuale imperfetta legge dovrebbe soprattutto riguardare il rapporto eletto e cittadino, un rafforzamento del proporzionale  potrebbe forse  offrire una rappresentazione più fedele delle diverse culture presenti nella società italiana e favorire percorsi di aggregazione fondati sui contenuti prima che sulle convenienze elettorali, ma il nodo resta comunque politico. Nessuna  legge elettorale crea idee, classi dirigenti o culture politiche. Può solo favorirne oppure ostacolarne lo sviluppo.

Ed allora tornando al tema: il punto è come ricostruire un riformismo adatto alla societa’ del 2026.

La domanda decisiva non è chi guiderà il prossimo centro. È chi sarà capace di costruire una sintesi politica credibile per l’Italia dei prossimi dieci anni.

Ed è anche su questo terreno che andrà valutata l’esperienza politica aperta da Elly Schlein.

Resta tuttavia un interrogativo. I tempi politici che ci separano dalle prossime elezioni sono brevi e la necessità di mantenere unita un’area progressista ancora frammentata tenderà inevitabilmente a privilegiare la costruzione della coalizione rispetto all’elaborazione di una nuova cultura riformista.

È quindi possibile che la sfida indicata da Prodi non trovi pieno compimento nell’immediato.

Ma proprio per questo essa potrebbe rappresentare non tanto il tema della prossima campagna elettorale, quanto la questione politica decisiva del prossimo decennio.

CM


Una nuova legge elettorale di cui non avremmo bisogno

Archiviato il referendum, sulla simmetria del processo penale, messa nel dimenticatoio la normativa sullo status giuridico di Roma Capitale, ora lo scontro politico ( rectius partitico) si è spostato sulla legge elettorale.
La storia delle riforme  delle norme per la scelta dei nostri parlamentari nasce da lontano.
I Padri Costituenti non ritennero di inserire il sistema elettorale nella Carta, per evitare di ingessarlo.
All’inizio della storia della nostra Repubblica il sistema elettorale scelto era quello proporzionale, con la espressione,nella scheda,di preferenze.
Il metodo scelto, però, privo di una soglia di sbarramento per i partiti, ben presto fece sorgere problemi per la governabilità del Paese, tanto da far pensare ad un premio di maggioranza per garantire la stabilità dell’Esecutivo.
Tuttavia, quella norma che garantiva al raggruppamento di partiti che avevano ottenuto la maggioranza di fruire di un limitato premio, fu bollata come:”legge truffa”e non venne mai applicata.
Si giunse, così,all’inizio degli anni novanta,del secolo scorso, quando il movimento referendario,promosso da Mario Segni, dette vita, con le due consultazioni popolari del 1991 e del 1993, ad una vera e propria rivoluzione del sistema elettorale, impedendo la scelta del sistema elettorale maggioritario.
Purtroppo, la volontà popolare, che aveva portato alla normativa sulla elezione diretta del Sindaco(sulla base del doppio turno di collegio), non ha portato ad una legge chiara, come gli elettori del referendum volevano: basata su un sistema maggioritario puro, con un doppio turno ed anticipato da primarie regolate dalla legge.
Le successive riforme hanno operato, nel tempo, limitando sempre più la valenza maggioritaria e recuperando il peso del sistema proporzionale, con l’unico correttivo dello sbarramento.
Sono, però, sparite le preferenze e le liste sono formate con dei nominati dai partiti,non sempre meritevoli.
Ora, si vuole eliminare totalmente il maggioritario, facendo sparire i collegi territoriali.
Si cerca di tornare al proporzionale, con sbarramento, ma assistito da un rilevante premio di maggioranza, che porterebbe chi ha ottenuto il 42%fino a fruire del 60%( altro che la pudica “legge truffa”.
Prima di entrare nel merito di questa discutibile riforma, è necessario ricordare che le leggi sulle regole del gioco debbono oessere fatte da tutte le forze politiche e che sarebbe opportuno che detta riforma non venga fatta a pochi mesi dalla fine della legislatura.
Nel merito, poi, preoccupa la totale mancanza di preferenze, per un Parlamento di scelti dalle segreterie dei partiti e, pertanto, privi di ogni autonomia.
Inoltre, preoccupa la abnormita’ del premio.
Si afferma che questo serva a garantire la governabilità, ma si dimentica che la attuale legge ha portato ad un Governo durato per la intera legislatura.
Inoltre, non credo che questa ipotesi di legge riavvicinerà i cittadini al voto, poiché non possono scegliere gli eletti, ma solo ratificare scelte altrui, spesso finalizzate a combattere la disoccupazione degli eletti.
Decisamente, non abbiamo bisogno di questa legge. I veri problemi del Paese sono altri ed assai gravi!

Piero Sandulli



Che le celebrazioni degli ottant’anni della Repubblica facciano ritrovare ai partiti politici lo spirito costruttivo dei Padri Costituenti

Ottant’anni fa,con il voto che decretò che la nuova Italia dovesse avere la forma repubblicana, da una parte si concluse il percorso che portò al voto mediante la consultazione universale realizzando la parità di genere ( per la verità le donne avevano partecipato al voto già nel mese di marzo per le elezioni amministrative), attribuendo a tutti i medesimi diritti, dall’altra si avviò, con quella votazione, il percorso che porterà, diciotto mesi dopo, alla approvazione della Costituzione, che costituì il vero completamento del voto referendario.
I lavori della Assemblea costituente sono, ancora oggi, portati ad esempio in quanto realizzarono una piena e sincera collaborazione tra i diversi schieramenti politici, riuscendo a produrre una sintesi che ancora oggi è attuale ed esplica i suoi effetti positivi.
Furono, infatti,filtrati ed amalgamati i diversi percorsi politici dei partiti e delle culture antifasciste, che trovarono coronamento nel dettato dell’architrave portante della intera Carta: l’articolo tre “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali “.
Oggi il percorso iniziato ottant’anni fa, per merito dei nostri Padri costituenti, cui dobbiamo e dovremo sempre la nostra gratitudine per il metodo di lavoro adottato e per il prodotto di esso, va, però, completato.
C’è ancora molto da fare per realizzare a pieno la Costituzione: va realizzata la effettiva parità nei salari; va definito,finalmente, il ruolo del sindacato, nel rispetto dell’articolo 39; va assegnato a tutti uno stipendio dignitoso che garantisca la nascita di nuove famiglie;va realizzato il giusto processo; vanno ben definiti i ruoli dello Stato centrale e delle regioni; va completato lo status della Capitale d’Italia.
La festa di oggi, dunque, non è solo una celebrazione, ma un nuovo inizio di un percorso ancora lungo.
L’auspicio è che le celebrazioni degli ottant’anni della Repubblica facciano ritrovare ai partiti politici lo spirito costruttivo dei Padri Costituenti e l’obiettivo del Bene comune, che,da tempo, sembra essersi perduto!
Auguri Italia!
Piero Sandulli


Un paese che non riesce a svolgere un ruolo internazionale

L’Italia, pur essendo una grande economia e un Paese centrale nel Mediterraneo, appare oggi priva di una linea di politica estera chiara e autorevole. Il suo peso internazionale potrebbe essere molto maggiore, ma manca una visione strategica stabile, coerente e continuativa.

Nel passato, invece, l’Italia ha saputo esercitare un ruolo significativo sulla scena internazionale grazie a figure come Alcide De Gasperi e, più vicino a noi, Aldo Moro o Bettino Craxi, capaci di interpretare gli interessi nazionali con autonomia e visione politica.

Oggi, al contrario, molte scelte sembrano dettate più dagli equilibri interni o dagli allineamenti internazionali che da un progetto autonomo capace di valorizzare il ruolo dell’Italia in Europa e nel Mediterraneo. Ne deriva l’immagine di un Paese dalle grandi potenzialità diplomatiche ed economiche, ma incapace di trasformarle in una reale influenza geopolitica.

Eppure stiamo vivendo uno dei momenti più drammatici e delicati del dopoguerra, che richiederebbe ben altro livello di iniziativa, autorevolezza e capacità strategica da parte del governo, anche alla luce di retaggi storici e culturali che continuano a condizionare parte della sua visione politica.

Claudio Minelli


Calcio e scelte razionali

Ricordo che alla fine di novembre di ogni anno all’approssimarsi del Natale,alla fine di novembre, arrivava in Giunta, tra le cosiddette fuori sacco ( non inserite nell’ordine del giorno) la delibera relativa all’allestimento del Presepe in piazza Navona.
Grande la perplessità del Sindaco e di molti Assessori, convinti che la organizzazione del Natale, che cade sempre il 25 di dicembre, poteva prevedersi per tempo e non andare alla delibera all’ultimo minuto.
Passano gli anni, cambiano le circostanze, ma evidentemente il trascorrere del tempo prende sempre di sorpresa chi deve prevedere eventi certi.
Invero, è da tempo( almeno sei mesi) che si conosceva la data della finale degli internazionali di tennis e quella del derby ( che era già poco logico collocare alla penultima di campionato, così come quello di Torino posto addirittura a fine torneo).
La speranza che senza prevedere per tempo gli eventi, quelli poi si risolvano da soli, come sempre e’ fallace.
Questa volta, per cavalcare la bramosia dei guadagni derivanti dalla diffusione televisiva delle gare, unita alla necessità di svolgimento contemporaneo delle gare,per garantire la intangibilità dei risultati (regola da rispettare esclusivamente nelle ultime due giornate di campionato), si è dato vita ad un gigantesco ingorgo nella giornata di domenica 17 maggio!
Correttamente, per ragioni di ordine pubblico e di sicurezza degli spettatori del tennis e del calcio, il Questore di Roma ed il Prefetto della Capitale hanno inteso differire tutte le partite delle squadre interessate alle competizioni europee, alle serata di lunedì 18 maggio, ore 20,45.
La decisione presa e’ condivisibile, anche se qualche perplessità deriva dall’orario di inizio suggerito. Invero, in passato si è evitato di far disputare il derby di Roma in tarda serata, per timore che il buio possa agevolare i disordini ad opera dei sedicenti tifosi, invero veri teppisti che allignano intorno agli stadi, spesso senza entrarvi.
Tuttavia, meglio far disputare le partite il lunedì, rispetto alle ore 12,30 della domenica, nello stesso luogo ( Il foro italico) dove in contemporanea si disputano tutte le finali del torneo di tennis.
Purtroppo, la Lega calcio di serie A, sempre restia al controllo dei Giudici statali, dimentica della sua allergia al controllo giurisdizionali, ha ora,per inseguire la bramosia di guadagni, adito il tribunale amministrativo regionale per il Lazio nella speranza di ripristinare il caos della domenica ed i pericoli alla incolumità degli spettatori.
L’unica cosa che resta dubbia è: dove e’ scritto che nel mondo del calcio di vertice debba essere bandita la razionalità!
Tutto ciò senza dimenticare che la FIGC è acefala, quindi non in condizione di fingere da arbitra, autorevole compositore della vertenza!
Piero Sandulli
Vice Presidente della seconda sezione della Collegio di Garanzia dello Sport.



Federico Bardanzellu: invito a una riflessione da parte degli associati.

Riporto l’odierna intervista di Tomaso Labate sul Cor.Sera a Luciano Violante, ex Presidente della Camera dei Deputati, con invito a una riflessione da parte degli associati.
Luciano Violante, trent’anni fa, il 9 maggio 1996, la sua elezione a presidente della Camera dei deputati. E quel passaggio sullo sforzo di capire i ragazzi di Salò. Chi l’aveva ispirata?
«La cosa che mi stupisce è che se ne parli ancora oggi, a trent’anni di distanza. Segno che quel nodo non è stato ancora sciolto del tutto. Nel metodo (mi ha ispirato) soprattutto Nilde Iotti. Che nel suo discorso di insediamento alla presidenza della Camera, nel giugno del 1979, aveva sottolineato che fare politica era, e secondo me è ancora, la scelta di sforzarsi di capire le ragioni degli altri. Non per condividerle ma per capirne i fondamenti».
E nel merito?
«La scelta di comprendere le ragioni dei vinti aveva segnato l’approccio della sinistra nel primissimo Dopoguerra. Prima cioè che i decenni successivi facessero prevalere la scelta della contrapposizione feroce tra antifascisti e fascisti soprattutto determinata dalle stragi fasciste. C’è traccia di un importante discorso che Palmiro Togliatti, segretario del Pci, aveva fatto nel 1945 ai giovani della federazione romana. Aveva detto di parlare con i loro coetanei che avevano fatto la scelta dei vagoni piombati e non quella della libertà; per provare a capire le ragioni di quella scelta sciagurata e perché i veri colpevoli erano gli anziani che li avevano mandati a uccidere altri italiani».
Violante, nel suo discorso lei scandì: «Occorre sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e delle libertà». Chi applaudì?
«Mi sembra tutti o quasi. Ma non era per gli applausi che parlavo».
Le critiche che la ferirono di più?
«Le critiche, che ci furono e che ci sono ancora oggi che sono passati trent’anni, non mi ferirono. Se fai politica le critiche devi metterle in conto. Devi rispettarle e cercare di capire se e dove hai sbagliato».
Le diedero del revisionista.
«Sì. Ma l’avevo specificato in premessa che non c’era alcun intento revisionista. Le racconto una cosa. Subito dopo quel discorso mi telefonò Arrigo Boldrini, presidente dell’Associazione nazionale partigiani, che era anche un amico».
Il leggendario «comandante Bulow», uno degli eroi della Resistenza. Era arrabbiato?
«Più che altro era sorpreso. Mi disse: “Luciano, che hai combinato? Sono tutti perplessi”. Proposi un incontro a porte chiuse con la dirigenza dell’Anpi. La tenemmo a Bologna. Ci confrontammo a lungo e ci capimmo».
Trent’anni dopo al governo c’è Meloni. Sbaglia chi le chiede di continuo una presa di distanza netta dal fascismo?
«Oggi Giorgia Meloni ha ricordato il 25 aprile del 1945 come “la fine dell’occupazione nazista e la sconfitta dell’oppressione fascista, che aveva negato agli italiani libertà e democrazia”. Sempre dalla maggioranza di centrodestra, bisogna segnalare che i giovani di Forza Italia hanno partecipato ai cortei del 25 Aprile a Milano. Sono passi importanti verso la condivisione universale del valore della Lotta di Liberazione. Al corteo di Milano alcuni imbecilli, che forse pensano di essere di sinistra, hanno urlato “saponette mancate” all’indirizzo della Brigata ebraica. C’è un po’ di strada da fare, anche da questa parte».
Sta dicendo che nell’epoca di Trump e Putin il pericolo del fascismo non c’è più?
«Nelle società occidentali ci sono gravi pericoli per la democrazia che non sono “fascismo” . Sono diversi e più gravi. Penso a un pezzo del mondo Maga, alle teorie di Peter Thiel e Curtis Yarvin, invitatissimi in Europa: un nuovo autoritarismo tecnologico che si fonda su una lettura antistorica della Bibbia, che ha un suo decalogo, per una teotecnocrazia governata dall’Uno».
E in Italia?
«Alcuni fenomeni esprimono una visione autoritaria. Non è il vecchio fascismo, è un nuovo autoritarismo».
Sta pensando a qualche episodio particolare?
«Penso, in particolare all’abuso della legge penale come strumento d’ordine. La pena non è mai uno strumento di ordine; la giustizia penale è lacerazione. La coesione sociale si raggiunge con la pedagogia civile, con il rispetto degli insegnanti, che devono trasmettere i valori di una società che oggi non riconosce il loro ruolo. D’altronde, se fai un decreto Sicurezza dopo l’altro, qualche domanda di fondo dovremmo cominciare a porcela, tutti».


 

MICHELANGELO GUZZARDI:  L’ARMA DEI CARABINIERI E LA LOTTA PER LA LIBERAZIONE
Da ex dell’Arma mi sta a cuore quanto accadde ai giovani Allievi Carabinieri della scuola che oggi si trova in Via Carlo Alberto dalla Chiesa.
I ragazzi, che ancora non avevano effettuato l’addestramento con le armi da fuoco e nonostante ciò,  furono impiegati tra la Montagnola e la Magliana, teatro di una battaglia eroica, in cui gli Allievi Carabinieri sconfissero e.bloccarono un’unità di paracadutisti tedeschi che tentavano di rientrare a Roma per soffocare la rivolta contro i nazifascisti.
Mentre i tedeschi venivano disarmati e resi innocui, intervenne una trattativa insidiosa che si concluse con un accordo che prevedeva il rilascio dei soldati nazisti, a patto che ripiegassero sulla via di fuga verso la Germania.
Gli Allievi Carabinieri rientrarono in caserma e i tedeschi, vigliaccamente, invece di allontanarsi da Roma attaccavano la Scuola Allievi Carabinieri,  espugnandola e catturando Allievi e Carabinieri, che furono caricati sui vagoni piombati e deportati nei campi di concentramento. Si solidifica, con questa vicenda, la partecipazione eroica dell’Arma dei Carabinieri alla lotta per la Liberazione, offrendo all’Italia sacrifici esemplari, come quello appena citato, come quello di Salvo D’Acquisto,  dei Martiri delle Fosse Ardeatine,  dei Martiri di Fiesole e di tante altre battaglie. Emerse in questo contesto l’eroismo e la grande attitudine al comando dell’allora giovane Tenente dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, Comandante di una Tenenza di montagna, che non esito’ nel mettersi al comando di una banda Partigiana fatta di Militari e Civili che partecipò alla Guerra di Liberazione.

PIERO SANDULLI: DIRITTO ALLA DIFESA
Il diritto alla difesa è garantito dall’articolo 111 della Costituzione e quel diritto è esercitato attraverso il patrocinio di un avvocato e non può, certamente, lo Stato a decidere come tale garanzia deve essere esercitata.
Ancora una volta la ( cattiva) abitudine assunta dall’Esecutivo di legiferare con decreti, evitando il dibattito parlamentare, mostra tutti i suoi limiti e questa volta l’intervento sulla Giustizia ha posto nel mirino il patrocinio dei Legali volendo indirizzare con misure premiali!
Uno Stato democratico si caratterizza proprio dalla modalità di garantire la tutela dei diritti, attraverso il libero patrocinio!
Giù le mani dalla libertà di patrocinio degli Avvocati!
Riaprire il Globe Theatre

Sì sono svolte lo scorso 24 aprile le esequie della consorte di Gigi Proietti la compagna di tutta la sua vita Sagitta.
La cerimonia si è tenuta in un luogo messo a disposizione dal Comune di Roma, destinato alla celebrazione dei matrimoni civili ( come è noto quelli concordatari si tengono nelle chiese).
Certamente Roma, con la concessione di una sala comunale, ha voluto dimostrare il suo affetto alla famiglia e,soprattutto, al grande Gigi che ha saputo illustrare la” Romanità”, regalandoci risate ed anche momenti di riflessione, tuttavia lascia perplessi la scelta di uno spazio destinato ad altra finalità.
I funerali religiosi vengono officiati nei luoghi di culto, mentre,per i non credenti, il  luogo dell’ultimo saluto resta un  fatto privato e la sua scelta non dovrebbe essere di competenza comunale. Peraltro,nel cimitero del Verano tale cerimonia si svolge nel tempio egizio.
Per i cittadini che hanno illustrato Roma il rito laico si svolge ( nei casi di chiara fama) nella sala della Protomoteca, per tutti gli altri, pure commendevoli Cittadini, non credo sia compito del Comune trovare un luogo,diverso dalle chiese o dal tempio egizio, dove far compiere l’ultimo saluto terreno.
Se, invece, si dovesse ritenere che in taluni casi, quando non è possibile destinare ad essi la Protomoteca, i cittadini romani debbano ricevere un tributo speciale, allora sarebbe opportuno dettare regole precise per tale attribuzione , destinando, per tale incompetenza, per il futuro, un luogo specifico.
Certamente Sagitta meritava questo unicum, anche per il tributo dovuto a Gigi. Tuttavia, ritengo che il miglior omaggio ai coniugi Proietti Romacapitale possa farlo riaprendo,al più presto il Globe Theatre di Villa Borghese, il concreto lascito di Gigi alla Sua città!


 

 

 

 

 

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