per una “Lettera aperta a Zingaretti” – Rosanna Lampugnani

Visioneroma ospita volentieri questa proposta per una “Lettera aperta a Nicola Zingaretti”

di Rosanna Lampugnani

Caro Nicola Zingaretti, 

questa è una lettera aperta scritta dopo le tue considerazioni su Roma e la sindaca Virginia Raggi, fatte in occasione dell’intervista a Lilli Gruber.

Forse non è il momento di chiedere le dimissioni immediate della sindaca, ma una cosa deve essere chiara: non può esserci nessuno scambio Roma-Emilia Romagna: il Pd aiuta il M5S nella Capitale e il M5S aiuta il Pd nella Regione; il pericolo Matteo Salvini non può mettere in mora cultura, pensieri, strategia politica, tanto più di fronte alle evidenze di una città vicina al collasso. Il presidente emiliano Stefano Bonaccini è forte, ha ben governato e, dunque, vada in modo trasparente al confronto politico ed elettorale con la Lega e i suoi alleati, proponendo una squadra capace e affiatata, non creata con il bilancino correntizio e partitico. Si vedrà in campo aperto chi vincerà la battaglia.

Roma è altra cosa, non può essere ancora una volta terreno di scorribande di correnti interne al Pd e di potentati che non vogliono cedere non solo poltrone, ma supposte rendite di posizione: supposte, perché di fronte allo sfacelo in cui versa la città siamo proprio sicuri che la sinistra sarà in grado di riconquistare il Campidoglio? Salvini ha deciso di farne una ragione di vita: conquistare Roma (come conquistare l’Emilia Romagna e la Toscana, altra roccaforte Pd a rischio) significherebbe per lui diventare il dominus del Paese, pronto per il voto politico. E, dunque, diventa fondamentale non sbagliare l’analisi della situazione, ma é anche fondamentale abbandonare stereotipi e retaggi ideologici che stanno facendo strame del Pd in tante realtà.

Per questo voglio contribuire alla riflessione anche con la mia storia personale e professionale. Sono arrivata a Roma dalla Puglia nel 1978, quando da un anno era iniziato il rinascimento di Roma grazie ad Giulio Carlo Argan e poi Luigi Petroselli, insieme a Renato Nicolini, Carlo Aymonino, Walter Tocci e tanti altri bravissimi assessori. Seguivo da cronista dell’Unità quella straordinaria stagione, cui sono seguite altre meno brillanti, fino alle positive sindacature di Francesco Rutelli e Walter Veltroni. Poi è stato il declino fino all’arrivo di Raggi, votata da molti elettori di sinistra che per ribellarsi al correntismo esasperato del Pd e alla vicenda del sindaco Ignazio Marino hanno contribuito alla nascita di una delle peggiori sindacature della storia cittadina. Dal 2013 non vivo più a Roma, ma a Torino, città che ho trovato accogliente, efficiente, proiettata verso un futuro interessante, una città ben amministrata al punto da essere inserita tra le più virtuose nelle classifiche europee. Ma anche qui è arrivato il M5S alla guida della città,  realtà incomparabilmente più facile di quella romana e non solo per le dimensioni urbane (compresi i flussi di pendolari giornalieri), ma anche per il civismo diffuso, per il tessuto economico sostanzialmente robusto (nonostante la crisi del 2008-2012), per le connessioni con il resto d’Europa. Tuttavia la sindaca Chiara Appendino non ha retto alla prova amministrativa, il prima e il dopo è sotto gli occhi di chi vuol vedere davvero senza infingimenti. Ma proprio perché Torino non è Roma è necessario concentrarsi sulla seconda.

Dire che Roma è sporca, sprofonda nelle buche è dire ovvietà note in tutto il mondo, anche se i cumuli di immondizia davanti alle vetrine della boutique di un notissimo marchio francese in piazza San Lorenzo in Lucina, cioè nel salotto della città, alle 11 di un lunedì mattina gridava vendetta. Forse è un po’ meno ovvio l’imbattersi nel sistema dei trasporti urbani fuori dalle mura aureliane, in direzione delle periferie (come mi è capitato un anno fa) per scoprire inefficienze gravi: non c’è bisogno di andare, per esempio, nell’estreme propaggini della Tiburtina, contornata da lande desolate e sconosciute, basta intraprendere un piccolo viaggio verso Primavalle, verso Mattia Battistini per rendersi conto del perché i residenti in quei quartieri normalmente parlino di “andare a Roma” quando devono raggiungere il centro cittadino. Sono le periferie, ognuna con la propria storia, i propri problemi lasciati incancrenire, spesso luoghi di intolleranza e di violenza; periferie difficilmente rammendabili – per usare un’espressione di Renzo Piano – ma dove sicuramente Salvini metterà radici sempre più profonde.

Roma, la meravigliosa città, è stato il sogno della mia adolescenza, è diventata la mia città e l’ho capito sette anni dopo, quando d’estate ero in un piccolo trullo pugliese con mio figlio: dalla radio arrivò la voce di Antonello Venditti e io mi sentii a casa. Ma Roma non è più casa, come direbbe “Et” e non perché non ci vivo più, ma perché è diventata estranea a me e ancor più a se stessa. Ma é la città dove si può ancora lavorare per non farla inabissare definitivamente. Perciò, caro Zingaretti, Roma non merita di diventare terreno di scambio politico, ha bisogno della forza, delle idee e del coraggio di un partito che non tanto tempo fa era, ed era considerato, egemone. La battaglia deve essere chiara netta, bisogna scegliere il candidato migliore.

E se guardo all’esempio di Milano – oggi vera capitale d’Italia – è essenziale trovare un personaggio adeguato per Roma, perché, superando comprensibili risentimenti legati a forse frettolose fuoriuscite, non puntiamo su Carlo Calenda?

Rosanna Lampugnani

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