LE LETTURE DI UGO

 

LE LETTURE DI UGO

A CURA DI ANTONIO BOTTONI

 

OGNI SETTIMANA VENGONO PRESENTATI UN LIBRO ED UNA FOTOGRAFIA


Antonio Bottoni

Appassionato di Etica ed Economia, pittore, amante della musica attende con trepidazione un nuovo Rinascimento Italiano. Commercialista e Revisore Contabile. Sensibile alleb innovazioni tecnologiche ha anticipato i tempi proponendo ai propri collaboratori e ai propri clienti un nuovo e agile metodo di lavoro: dal “basta carta” a favore di documenti solo in formato elettronico, a postazioni di lavoro in remoto e assistenza informatica e digitale. Insomma, quello che un decennio dopo si sarebbe chiamato smart working!


CLIKKARE SULL’IMMAGINE DEL LIBRO PER  ACQUISTO ON LINE

 


Una serie di itinerari alla scoperta della Roma di Pitagora, partendo dalla misteriosa Basilica Neopitagorica di Porta Maggiore, scrigno del pensiero del filosofo di Samo. Il concetto di un ordine del mondo che prende forma nel numero è il principio guida che ci permette d’interpretare alcuni monumenti e complessi urbanistici dalle origini di Roma alla contemporaneità. Analizzare la nascita e lo sviluppo della tradizione pitagorica romana significa metterla in relazione con le altre correnti della cultura esoterica che hanno animato la capitale. Il pitagorismo a partire dal XVIII secolo, viene ricondotto alla Massoneria, della quale costituisce un punto di riferimento imprescindibile, per poi confrontarsi nel Novecento con la Teosofia di Madame Blavatsky, l’antroposofia di Rudolf Steiner e il tradizionalismo pagano di Arturo Reghini e Julius Evola. Un altro aspetto che emerge da questo testo riguarda l’arte, la musica e l’architettura che, fra Ottocento e Novecento, utilizzano ampiamente le forme geometriche di derivazione pitagorica per elaborare quel processo di astrazione che caratterizza gran parte dell’arte contemporanea.


Terme di Caracalla, foto di Claudio Colis

Facendo ricorso alle più recenti acquisizioni degli scavi archeologici e degli studi, il volume presenta in maniera sintetica ma completa i Fori imperiali, uno dei siti più rappresentativi di Roma. Oltre alla storia delle indagini del sito, si espongono le vicende legate alla trasformazione della sua immagine e del suo assetto urbanistico nel corso dei secoli, senza tralasciare il valore simbolico che talvolta fu attribuito ad alcuni dei complessi che vi si trovano. Particolare attenzione viene infine riservata allo stato attuale dell’area, alla sua accessibilità e all’offerta rivolta ai visitatori in termini di fruibilità. La ricca bibliografia che chiude il testo permette di approfondire le diverse tematiche trattate.


“TEUTOBURGO A ROMA” foto di Roberto Morassut


Non un partito, ma uno «spartito», un manifesto per rilanciare il ruolo politico della società civile, grande ricchezza del nostro paese. Il mondo così com’è non ci piace: guerre, crisi climatica, crisi economica, crisi dei diritti, disuguaglianze, povertà. Eppure il tempo che stiamo vivendo è un’occasione: proprio questo è il momento per cambiare rotta, invertire la marcia. Serve uno spartito che cambi la musica, un piano, un metodo diverso. È da questa consapevolezza che nasce Piano B, un progetto collettivo che unisce diversi esponenti della società civile allo scopo di proporre un’alternativa al modello di sviluppo dominante. Da dove iniziare? Al centro del discorso politico va riportata la persona, intesa in tutte le sue dimensioni. Ciò significa abbandonare la prospettiva individualistica: la persona è tale perché è in relazione con il resto dell’umanità e tutte le forme di vita, è aperta all’altro e all’infinito; la persona esiste solo in rapporto al luogo in cui vive, all’ambiente nel quale si colloca, all’insieme dei rapporti che costruisce. Puntare sulla persona significa prendersene cura dalla nascita alla morte, investendo sulla sua educazione e formazione; preoccuparsi del lavoro e dell’abitare; adoperarsi per la tutela dell’ambiente, per la rigenerazione dei territori e delle forme democratiche dello Stato. Significa, inoltre, ripartire dalla Costituzione e impegnarsi per metterla in atto. Piano B muove dalla certezza che l’attuale modello di sviluppo è malato, il progresso economico di per sé non garantisce la felicità: la domanda più profonda di «ben-vivere» ci spinge a porre l’attenzione su altri fattori, come la salute, l’istruzione, la qualità della vita relazionale, la crescita e la ricchezza delle opportunità. Per realizzare questo progetto, alle due mani tradizionali dell’economia (mercato e istituzioni) deve unirsi una terza mano – delle imprese e delle organizzazioni sociali responsabili – e una quarta – della cittadinanza attiva. Un sistema a quattro mani è l’unico in grado di promuovere la crescita e la vitalità della società civile, che è la vera forza della democrazia. La sfida per un futuro più desiderabile passa da un rilancio della partecipazione. Per rispondere alla complessità del presente, Piano B propone dunque un nuovo paradigma sociale e civile, declinato in diciassette parole fondative e fortemente legato ai concetti di generatività, solidarietà e sostenibilità, così presenti nel pensiero e nelle azioni di papa Francesco. Per ognuna di queste parole si parte dall’interpretazione angusta e limitante della cultura contemporanea per aprire l’orizzonte verso una visione più ampia e generativa, che mette in connessione il pensiero con le buone pratiche che già esistono nel nostro paese, ma che spesso restano in sordina. Un progetto politico ambizioso, quello del Piano B, che mira a far risuonare la sinfonia dell’Italia attiva, facendo emergere una visione comune, in grado di incidere sull’opinione pubblica e sulla politica. Com’è già accaduto in occasione della recente riforma costituzionale promossa dalla società civile, che ha portato a introdurre nella Costituzione lo sviluppo sostenibile e la salvaguardia dell’ambiente, per la tutela delle future generazioni. Continuando su questa strada, la scommessa di Piano B è quella di diventare un punto di riferimento aggregante, che aiuti a orientare il cambiamento verso un benessere diffuso, equo e sostenibile.

 


Il Faro del Gianicolo pubblicata da Trastevere app

Roma, 24 marzo 1944: in una cava sulla via Ardeatina, i tedeschi uccidono 335 uomini sparando a ognuno un colpo alla testa. Sono prigionieri politici e partigiani di tutte le forze antifasciste, civili e militari, molti ebrei, alcuni detenuti comuni e ignari cittadini estranei alla Resistenza, sacrificati in proporzione – che poi si rivelerà sbagliata per eccesso – di dieci a uno in seguito a un attacco partigiano in via Rasella, costato la vita a 33 militari del Reich. È il più grande massacro compiuto dai nazisti in un’area metropolitana e segnerà profondamente la storia e la memoria italiana del dopoguerra. Dell’eccidio delle Fosse Ardeatine molto si sa. Poco invece si conosce delle vicende individuali delle vittime, alle quali – tranne poche eccezioni – fino ad ora nelle cerimonie e nelle pubblicazioni era dedicata solo una riga con le generalità in un lungo elenco. Questo libro per la prima volta racconta la loro storia, una per una.


La casa dove vissero Federico Fellini e Giulietta Masina a via Margutta, foto di Bruno Letta.

Il volume di Filippo Coarelli inaugura una collezione di “Storia dell’arte romana” in più volumi, che vuole soddisfare l’esigenza di disporre insieme di dati aggiornati e di adeguata riflessione storiografica. Con un metodo originale l’autore basa la sua indagine sul dialogo continuo tra i dati archeologici e la tradizione classica sulle origini di Roma (tradizione elaborata successivamente ma, sostiene, ormai confermata dagli scavi ben più di quanto si pensasse fino a poco tempo fa). Il discorso che ne nasce, ancor prima che formale e stilistico, è anzitutto volto a tracciare un quadro di contesto. Nei secoli più antichi, quelli della Roma dei re, la città si trovava all’incontro di due mondi artistici ricchi e vivaci – quello etrusco a nord e quello greco-italico a sud – e costituiva una periferia artistica dove influenze e modalità espressive di varia provenienza si intrecciavano e interagivano con la sensibilità locale. Nell’età dei re, Roma apparteneva a un territorio relativamente omogeneo, quello dell’Italia tirrenica, i cui segni si colgono nell’urbanesimo, nell’autorappresentazione dell’aristocrazia, nella celebrazione del sovrano, nei templi e nell’introduzione della scrittura. Nella prima parte dell’età repubblicana iniziano a prender forma componenti proprie, in un continuo scambio di somiglianza e differenza rispetto ai mondi circostanti. Il quadro politico è cambiato, con il mutamento di regime politico all’interno, con l’espansione nel Lazio e la creazione di colonie.


“Carlo Alberto Salustri: Trilussa che ha esaltato la sua Roma del popolo e dei borghesi nei suoi versi.” Foto di Loredana Roccatano Lodico in Foto Romane e del Lazio.

La statua è dello scultore Lorenzo Ferri. Il professor Ferri aveva lo studio a Monteverdevecchio, insegnava alla scuola Manzoni e le sue opere sono oggi conservate al Museo Ferri di Cave. Di particolare suggestione il Presepe monumentale. Nella figura inginocchiata davanti alla Sacra Famiglia lo scultore ha rappresentato se’ stesso. Commento di A.B.




Il volume raccoglie i risultati della ricerca promossa da Unindustria per affrontare il tema della Capitale e delle sue prospettive di crescita nel quadro delle sfide di status, posizione, contenuti delineate dalla “Legge Delrio”. Diverse dimensioni della crescita metropolitana si intrecciano con l’intensificarsi della competizione territoriale e la necessità di sostenerla, adottando forme organizzative d’area vasta e regionali, guardando alla cooperazione per attrarre e radicare attività produttive ad alto valore aggiunto e capitale umano fortemente qualificato in un contesto capace di offrire servizi, accessibilità e qualità della vita. Corposi riferimenti scientifici e documentari internazionali, analisi comparative e di contesto, accompagnano la pubblicazione che assegna a Roma Capitale Città Metropolitana, alla Regione che la integra a livello nazionale, ai territori e alle imprese, una posizione centrale nella politica europea, sottolineandone il dato fisiologico distintivo nelle sfide innovative assunte dal Paese. La tradizionale visione di una Roma monocentrica è superata in favore di una nuova visione tendenzialmente policentrica, articolata in 11 Unioni di Comuni che includono i municipi romani trasformati in comuni autonomi. A questo si affianca la visione di una regione Lazio, anch’essa policentrica, funzionale alla costruzione di Agende territoriali sussidiarie che vedono insieme Regione, Roma Capitale Città Metropolitana, Province del Lazio.


“Si spengono i rumori, si accendono le luci, la notte scende sull’Appia Antica…” foto di Alberto Vitelli

Quest’opera è un libro nel libro in cui Manganelli scrittore da un lato illumina “Pinocchio” di una luce nuova e dall’altro dà forma all’ennesimo paesaggio della propria poetica. Il classico di Collodi diventa così più terrificante ma anche più euforico, più enigmatico ma anche più ricco di risonanze metaforiche e simboliche. E in particolare il percorso di Pinocchio, personaggio insieme umano, animale, vegetale e ultraterreno, mosso sin dall’inizio da “una vocazione metamorfica e insieme teatrale”, da un “occulto, multiforme futuro”. Questo percorso, infatti, altro non è se non l’attraversamento del Regno dei Morti, che ha il suo centro nel cuore del libro, ma che si estende a tutta la topografia collodiana.


La pace dei droni pubblicato da Marco Fiocchi

È un’autobiografia collettiva quella che ci racconta Matteo Amati, dalla quale non emerge solo un ’68 diverso da quello che vede protagonisti studenti e operai, ma tutta «un’Italia diversa» – come scrive Guido Crainz – «minoritaria per vocazione e per essenza, generosa per natura e per scelta». Dall’infanzia a Bagni di Tivoli, a fianco dei lavoratori nelle cave di travertino, alle battaglie per l’obiezione di coscienza, dall’esperienza nelle baracche dell’Acquedotto Felice con don Roberto Sardelli alla comunità di Capodarco, dal movimento per il recupero delle terre incolte alla creazione di cooperative sociali: anche quando approda all’impegno istituzionale, la vita di Amati procede senza sosta a fianco degli ultimi, in difesa dell’integrazione e dei diritti degli emarginati, dei portatori di handicap fisici o di disagio psichico. E non mancano gli incontri: don Luigi Di Liegro, Giulio Carlo Argan, Luigi Petroselli, Pio La Torre, Antonio Cederna, Danilo Dolci, visti come maestri e come compagni di strada, sfilano insieme a uomini e donne che non trovano posto nelle ricostruzioni ufficiali, ma che di quelle storie hanno fatto parte e non vogliamo dimenticare. Prefazione di Guido Crainz.



Il colosso di Costantino, foto di Tatina Viola

Siamo arrivati all’ultimo giorno di servizio delle MA 100 sulla Roma-Lido, dopo più di 40 anni di esercizio. Le ultime MA 100 il 31 luglio 2018 andranno definitivamente in pensione, perché ormai non potrebbero in alcun modo superare le verifiche USTIF – l’Ufficio speciale trasporti a impianti fissi.
Ne abbiamo raccontato la storia, che poi sarebbe la storia della Roma-Lido e della nostra Ostia degli ultimi 20 anni, oltre a parlare delle caratteristiche tecniche di questi treni, per capire cosa non è andato in questo esperimento che risale agli anni di Veltroni Sindaco.
Purtroppo per noi questo periodo storico è stato l’ultimo in cui si è parlato di dare un futuro alla Roma-Lido con cognizione di causa, avendo una visione.
Da questo momento in poi è stata solo agonia.
Un libro scritto sia per gli amanti del trasporto pubblico in generale, che e soprattutto per gli amanti della storia del nostro territorio in particolare, ma anche un testo in stile Odissea Quotidiana, che racconta con ironia la storia della Feccia del Male.


“Siamo diventati famosi…” foto pubblicata dal Comitato pendolari della Roma Lido

This book entails the first complete English translation of Giuseppe Vasi’s Itinerario Istruttivo Diviso in Otto Giornate (1777). Unlike other guides to Rome written in the eighteenth century, Vasi’s was woven into a more extensive oeuvre dedicated to the documentation and visualization of the Eternal City. In the introduction, this book tells the dynamic story of Vasi’s comprehensive representation of Rome from part to whole that he pursued his entire professional career. Titled Eight Days in Rome with Giuseppe Vasi, the book follows the author, mapping his itinerary onto Giovanni Battista Nolli’s Nuova Pianta di Roma (1748). In addition, it provides contemporary photographs of the buildings and urban spaces he illustrates and describes in the text to provide modern readers with a better understanding of the evolution of the city’s urban environment. Finally, this project analyzes how historical travel literature such as Vasi’s can expand our present knowledge of a city’s evolution, and those who contributed to its development, including the female saints, matrons, artists, and architects often left out of the guidebook tradition and history in general.

Questo libro costituisce la prima traduzione inglese completa delle ” Otto Giornate a Roma con  Giuseppe Vasi ” (1777). A differenza di altre guide di Roma scritte nel XVIII secolo, quella di Vasi era inserita in un’opera più ampia dedicata alla documentazione e alla visualizzazione della Città Eterna. Nell’introduzione, questo libro racconta la storia di Roma  nel suo sviluppo  vista dal  Vasi,  durante tutta la sua carriera professionale. Intitolato Otto giorni a Roma con Giuseppe Vasi, il libro segue l’autore, mappando il suo itinerario sulla Nuova Pianta di Roma di Giovanni Battista Nolli (1748). Inoltre, fornisce fotografie contemporanee degli edifici e degli spazi urbani da lui illustrati e descritti nel testo per fornire ai lettori moderni una migliore comprensione dell’evoluzione dell’ambiente urbano della città. Infine, questo progetto analizza come la letteratura di viaggio storica come quella di Vasi possa espandere la nostra attuale conoscenza dell’evoluzione di una città e di coloro che hanno contribuito al suo sviluppo, comprese le sante, le matrone, gli artisti e gli architetti spesso esclusi dalla tradizione e dalla storia delle guide turistiche.


Il foro della Pace, foto di Sandro Sciosci

Il volume è il catalogo della mostra di Roma (Mercati di Traiano, 28 settembre 2002 – 19 gennaio 2003). La mostra espone 240 opere che rappresentano divinità, ritratti di imperatori, animali, barbari prigionieri, elementi di arredo ed architettonici, elementi di rivestimento, colonne, capitelli, blocchi di cava ecc. Opere anche di grandi dimensioni come la statua colossale di imperatore seduto in porfido che proviene da Israele, oppure del tutto inedite come la ricostruzione del trofeo con barbari inginocchiati che vede per la prima volta riuniti assieme i due esemplari custoditi a Napoli e a Copenaghen.


La bottega del marmoraro, foto pubblicata dalla Bottega del Marmoraro

Con un percorso inedito, non privo di affondi leonardeschi e caravaggeschi, la pubblicazione celebra Rubens e il suo tocco di Pigmalione, alla ricerca di una nuova definizione del naturalismo seicentesco. Il volume è il catalogo della mostra “Il tocco di Pigmalione. Rubens e la scultura a Roma” alla Galleria Borghese di Roma (14 novembre 2023 – 18 febbraio 2024). La pubblicazione restituisce l’intenso dialogo di Rubens con la scultura: non solo quella antica, appassionatamente ‘riportata in vita’ dall’artista fiammingo nei disegni realizzati nel corso del suo importantissimo soggiorno italiano (1600-1608), ma soprattutto quella moderna. Della produzione plastica rinascimentale (in primis Michelangelo) Rubens fu tenace osservatore, di quella a lui contemporanea fu fervido ispiratore e spesso un inatteso punto di riferimento anche per gli scultori italiani. Grazie al suo patrimonio straordinario, il museo romano mette in scena confronti altrove impossibili, a iniziare da quelli tra la grafica di Rubens e i marmi di Gian Lorenzo Bernini. Inoltre, la mostra e il catalogo valorizzano l’importanza per l’artista di Anversa del modello tizianesco, ancora compulsato dai suoi seguaci fiamminghi negli anni venti proprio dentro alle sale della dimora pinciana.


Piazza del Popolo , foto di Roksolana Pypchak

Una guida-passeggiata a Roma attraverso i film e la vita di Nino Manfredi nell’anno del suo centenario; l’infanzia a Castro de Volsci, l’arrivo nel quartiere di San Giovanni, il ricovero al sanatorio Forlanini, le lunghe notti del ’43, la Roma del dopoguerra con le partite di pelota allo Sferisterio Barberini e gli americani a Ciampino, il boogie-boogie, l’Accademia di teatro e i primi successi al cinema. Nino Manfredi, attore, regista, cantante, musicista, teatrante, è stato l’altra voce di Roma, la voce di un romano venuto da “fuori”, un attore fra i più versatili della storia del cinema, che ha spaziato nei generi e nelle epoche. Nino ha raccontato la Roma dei Papi con Luigi Magni e la Roma di Rugantino con l’omonimo musical, la Roma del fascismo con Zampa e Damiani e la Roma del dopoguerra con Scola, la Roma degli immigrati e la Roma del terrorismo. Ha vestito i panni del contadino romano e di Pasquino, del monsignore e dell’immigrato, rappresentando sempre le due facce opposte della città.



“Stamattina va così…” foto di Mobilità Sostenibile VIII

Questo volume studia la trasformazione di quella che era stata la capitale dell’Impero Romano in una città ancora grandissima, ma svuotata della sua popolazione; ancora piena dei grandi e lussuosi monumenti antichi, ma impossibilitata a curarli, mantenerli, abitarli. In essa, la presenza del papato diventava via via più pervasiva, i monumenti cambiavano funzione, diventavano chiese, o davano asilo ad abitazioni private, anche modestissime. I risultati di mezzo secolo di archeologia medievale, incrociati con le fonti scritte e con i dati della storia ecclesiastica, politica, sociale, militare, economica, intellettuale e artistica, fanno di questo volume il più aggiornato e approfondito ‘profilo’ del paesaggio urbano di Roma apparso da ormai più di quarant’anni, che ingaggia il lettore in un viaggio lungo un millennio, dalla fine dell’era antica alle soglie del Rinascimento. Sarà una lettura essenziale per chiunque voglia capire i modi e le ragioni di questa millenaria trasformazione, e meglio comprendere la struttura e la storia della Citt


Apertura del Parco Archeologico del Celio e il nuovo Museo della Forma Urbis , foto di Michela Foianesi

Nell’anno del Giubileo, di una crisi politica senza precedenti per la città di Roma e di una campagna elettorale sulla quale incombono ancora gli scandali di Mafia Capitale, il volume collettivo Rome. Nome plurale di città propone una lettura articolata dei problemi e delle dinamiche della Capitale. Raccolti da Giorgio de Finis e Fabio Benincasa, quarantanove interventi di artisti e intellettuali di diversa provenienza ed esperienza culturale – dai beni comuni (Tomaso Montanari) all’accoglienza delle comunità migranti (Amara Lakhous), dalla crisi degli spazi abitativi (Paolo Di Vetta) a quella dell’immaginario “eterno” (Valerio Magrelli), dalla gestione dei musei (Pablo Echaurren) all’integrazione (Igiaba Scego) – compongono una visione larga e sfaccettata di ciò che è – e soprattutto di ciò che può ancora essere – la Roma contemporanea, scevra di autocommiserazione e libera dalle sabbie mobili del nichilismo urbano. Un’analisi di Roma da una prospettiva nuova, differente e trasversale.


“La cappa mazzoniana ” pubblicata da Lilli Ticchi in Roma Scomparsa


Stendhal ripercorre l’incendio della basilica di San Paolo del 1823, raccontando in una lettera nuovi dettagli che lo rendono forse corresponsabile di quella tragedia; Nikolaj Gogol’ sfugge al colera riparando a Roma e innamorandosi, oltre che della cucina locale, anche delle poesie di uno sconosciuto poeta, tale Belli, che riuscirà a incontrare nel salotto della principessa Volkonskaja; un giovanissimo Romain Rolland, a Roma con una borsa di studio, approfitta della lontananza dalla famiglia per farsi conoscere come pianista ed emanciparsi dall’oppressivo controllo della madre; Malcolm Lowry, sotto i fumi dell’alcol, aggredisce l’avventore di un bar per poi girovagare liberamente per la città incontrandone i gentili fantasmi; John Cheever, per conto del figlio, deve portare a termine a Villa Borghese una missione segreta che è al di sopra delle sue forze e per la quale gli occorrerà il sostegno morale di Esculapio… Cinque scrittori per un romanzo in cinque racconti il cui protagonista è la città che tanti hanno visitato ma pochi hanno davvero conosciuto.


“Hanno preso il trenino per Ostia a tempo debito, per arrivare in orario all’Epifania” foto pubblicata nel 2023 da Alessandra Morgani

 

Un eccezione parziale alla regola del libro che deve riguardare Roma, parziale perchè molti degli architetti del bel libro di Stefano Bucci hanno lavorato e lavorano a Roma.  Una scelta che sono certo Antonio Bottoni condividerà. C.M.

Partiamo da un grande classico contemporaneo, Le Corbusier, dalla sua definizione di architettura formulata nel 1955: «Fare architettura è come fare una creatura: essere riempito, riempirsi, esplodere, esultare, restando freddi in mezzo a circostanze complesse, diventare un cane contento». Impresa esaltante: l’architettura è notoriamente l’atto creativo che più influenza le nostre vite quotidiane con gli edifici, la gestione degli spazi pubblici, gli interventi nei centri e negli edifici storici.

Inevitabile che questa materia politica e civile appassioni un giornalista (forse architetto mancato, chissà) diventando il tema di fondo — in musica si direbbe un basso continuo — della sua produzione. Stefano Bucci, firma culturale del «Corriere» e de «la Lettura», ha raccolto interviste e incontri con 36 protagonisti/e internazionali dell’architettura (L’architettura ha tante anime. Conversazioni, in uscita il 10 novembre per Allemandi) apparsi sul quotidiano e nel supplemento tra il 2004 e il 2023. Bucci premette in incipit che nei suoi incontri «manca il lato tecnico, manca la teoria, manca il gergo degli “addetti ai lavori”, mancano i particolari costruttivi». Ed è un gran bene perché le sue curiosità coincidono con quelle di noi lettori e lettrici normali, privi di tali strumenti. Si va (in ordine alfabetico) da David Adjaye, famoso per il National museum of african-american history and culture di Washington, a Cino Zucchi (suo il centro direzionale Nuvola del Gruppo Lavazza a Torino) passando (solo alcuni nomi) per Renzo Piano, Massimiliano Fuksas, Zaha Hadid, Gae Aulenti, Jean Nouvel, Paolo Portoghesi, Arata Isozaki, Stefano Boeri, Franco Purini. L’assenza di tecnicismi permette a Renzo Piano, per esempio, di proporre una sua definizione di bellezza: «Una di quelle parole che vanno usate con grande attenzione, come silenzio, una parola che svanisce appena la evochi. Una parola che purtroppo ci è stata rubata dalla società dei consumi che l’ha trasformata in qualcosa di frivolo, inutile, superficiale». Fuksas (conversazione del 2004) racconta il profondo legame con il suo Centro della Pace di Jaffa («perché non è solo “estetica”»), riflessione che oggi appare addirittura profetica.

Adjaye ammette le responsabilità dell’architetto sostenendo che «il più importante problema dell’architettura è quello di rimanere all’interno del cuore delle persone, la luce non deve illuminare solo lo spazio architettonico ma anche il cuore degli uomini. Come architetto penso che l’architettura debba far percepire la gioia di vivere». Certo, vaste programme, avrebbe detto De Gaulle. Ma questa è l’aspirazione. Frank O. Gehry ha un metodo, diciamo, maieutico per aiutare i giovani architetti che lo hanno preso a modello ed evitare loro il successivo rito dell’uccisione metaforica del padre: «Quando mi capita di incontrarne metto la mia firma su un foglio di carta, poi faccio mettere la loro e dico “non copiate la mia, date dignità alla vostra”».

La riflessione di Jean Nouvel andrebbe imparata a memoria da tanti sindaci italiani felici per i numeri del turismo di massa e quindi un po’ «disattenti» sui piani del commercio e della qualità dei negozi: «Voglio città sempre diverse una dall’altra. Voglio città uniche per fantasia, poesia, bellezza. Purtroppo però ci troviamo davanti a città che sembrano tutte shopping center con brutte luci, brutte strade, brutti colori»

Nel 2011 il vocabolo sostenibilità non era ancora entrato nell’uso quotidiano quanto lo è oggi, ma Stefano Boeri già spiegava parlando dell’imminente 2015: «L’orto dell’Expo vuole proporre anche un nuovo rapporto tra sfera urbana, sfera rurale e sfera naturale che veda le tre differenti sfere scambiarsi risorse e opportunità, senza che la prima, quella della città, continui a schiacciare e a dominare le altre due».

Franco Purini, nel 2006, puntava il dito sulla situazione dell’architettura italiana: «In Olanda, a trent’anni, un architetto ha già realizzato almeno un progetto importante. In Italia quello stesso giovane sarebbe ancora in attesa di una possibilità». Sono passati 17 anni e siamo ancora a quel punto. E a quegli stessi giovani sarebbe utile ripassare (testo del 2012) la lezione di Gae Aulenti su come si affronta l’intervento su un pezzo storico: «Tutto per me comincia sempre con un’analisi furiosa dell’edificio e del suo significato. La prima cosa è ritrovarne la funzione senza snaturarne la storia». Dunque nessuna presunzione, la capacità di mettersi al servizio culturale di ciò che si ha tra le mani.

Arata Isozaki (per le note vicende riportate dalle cronache non vedremo mai la sua avveniristica pensilina progettata per i Grandi Uffizi a Firenze) nel 2004 avvertiva: «L’architetto non deve mai essere un politico, non deve mai progettare pensando a tattiche o a strategia di potere. Deve inseguire prima di tutto i suoi sogni, sempre e comunque. Anche a costo di doversi scontrare con la realtà». Viene in mente per analogia la celeberrima esortazione di Pier Paolo Pasolini al direttore della fotografia Tonino Delli Colli durante le riprese di Accattone: «Non abbia paura che la luce sfondi, facciamolo questo carrello contro natura!».

Mettendo insieme tutte le tessere del libro (giornalistico, certo, ma unitario come un saggio per l’unico solco in cui procede) si ha la conferma di quanto davvero l’architettura sia importante per tutti noi, ci renda più o meno disposti a condividere lo spazio con gli altri e quindi a dialogare. Cioè a essere felici.

Ecco i nomi di tutti gli architetti intervistati da Stefano Bucci nel libro L’architettura ha tante anime (dal 10 novembre in libreria per Allemandi): insieme, le conversazioni costruiscono una storia dell’architettura recente vista dai suoi protagonisti. Eccoli, in ordine alfabetico: David Adjaye, Tadao Ando, Alejandro Aravena, Gae Aulenti, Stefano Boeri, Mario Botta, Guido Canali, David Chipperfield e Alessandra Chemollo, Mario Cucinella, Michele De Lucchi, Peter Eisennman, Yvonne Farrell e Shelley McNamara, Massimiliano Fuksas, Frank O. Gehry, Vittorio Gregotti, Zaha Hadid, Arata Isozaki, Diébédo Francis Kéré, Rem Koolhaas, Daniel Libeskind, Lesley Lokko, Thom Mayne, Rafael Moneo, Oscar Niemeyer, Jean Nouvel, César Pelli, Renzo Piano, Paolo Portoghesi, Franco Purini, Carlo Ratti, Richard Rogers, Kazujo Sejima, Wang Shu, Cino Zucchi

Commento di Paolo Conti sul Corriere della Sera.


“Con il naso all’insù a Piazza Navona” foto di Cinzia Fileti

 


Impossessarsi di tutti i nomi che hanno dato in vita a don Lorenzo Milani appare un’impresa impossibile e quasi sacrilega. Lo si chiamerà allora semplicemente μ. In un’edizione arricchita da alcune delle più belle foto di Lorenzo Milani e da alcuni versi del grande cantautore Fabrizio De André, è un omaggio al priore di Barbiana nell’anno in cui si festeggiano i 100 anni della sua nascita.


“Dove inizia il mare” foto di Domenico Bongiovanni pubblicata su Fb


Come si affronta il primo liceo? Ma è ovvio: devi avere tanti follower! Ne è sicuro Valerio, che con i suoi video diventerà un vero influencer. E invece è incastrato in soffitta tra le monete e i libri impolverati di nonno Leone. Tra quelle scartoffie, però, spuntano dei fogli con una mappa e una scritta: Per scoprire il segreto hai bisogno dei migliori auguri. Valerio è incuriosito: che segreto? Il nonno era forse impazzito? E, visto che ogni scusa è buona per non studiare, decide di indagare. Tra statue parlanti e api nascoste, Valerio dovrà seguire gli indizi per svelare un grande mistero: il nome segreto di Roma. Per fortuna ad aiutarlo ci sono Giulia, la sua migliore amica, Gian Marco, un simpatico libraio, e… Achille, il suo arcinemico, il pestifero fratello di Giulia. Che la caccia cominci!


Pubblicata da “Er traffico de Roma ” su internet

 

«In un periodo di così drastici cambiamenti, in cui la resistenza e la capacità di adattamento diventano valori fondamentali, immaginare le nostre città come organismi diffusi e in comunità con il resto del vivente, in breve immaginare le nostre fitopolis costruite come fossero delle piante, potrebbe regalare enormi vantaggi alla nostra specie e al pianeta.»

«Mancuso ridisegna la città del futuro prossimo, in cui la natura dovrà essere riportata all’interno del nostro habitat, in una armoniosa convivenza, che non ha nulla dell’utopia ma che si fa necessità operativa.» – Lella Baratelli per Maremosso

Da troppo tempo ci siamo posti al di fuori della natura, dimenticandoci che rispondiamo agli stessi fondamentali fattori che controllano l’espansione delle altre specie. Abbiamo concepito il luogo dove viviamo come qualcosa di separato dal resto della natura, contro la natura. Ecco perché da come immagineremo le nostre città nei prossimi anni dipenderà una parte consistente delle nostre possibilità di sopravvivenza. Nel volgere di pochi decenni, l’umanità è andata incontro a una rivoluzione nelle sue abitudini ancestrali. Senza che ce ne accorgessimo, la nostra specie, che fino a poco tempo fa viveva immersa nella natura abitando ogni angolo della Terra, ha finito per abitare una parte davvero irrisoria delle terre emerse del pianeta. Cosa è accaduto? Da specie generalista in grado di vivere dovunque, ci siamo trasformati, in poche generazioni, in una specie in grado di vivere in una sola e specifica nicchia ecologica: la città. Una rivoluzione paragonabile soltanto alla transizione da cacciatori-raccoglitori ad agricoltori avvenuta 12.000 anni fa. È certo che in termini di accesso alle risorse, efficienza, difesa e diffusione della specie questa trasformazione è vantaggiosa. Ma è altrettanto certo che ci espone a un rischio terribile: la specializzazione di una specie è efficace soltanto in un ambiente stabile. In condizioni ambientali mutevoli diventa pericolosa. Il nostro successo urbano richiede, infatti, un flusso continuo ed esponenzialmente crescente di risorse e di energia, che però non sono illimitate. Inoltre, fatto decisivo, il riscaldamento globale può cambiare in maniera definitiva l’ambiente delle nostre città e costituire proprio quella fatale mutazione delle condizioni da cui dipende la nostra sopravvivenza. Ecco perché è diventato vitale riportare la natura all’interno del nostro habitat. Le città del futuro, siano esse costruite ex novo o rinnovate, devono trasformarsi in fitopolis, luoghi in cui il rapporto fra piante e animali si riavvicini al rapporto armonico che troviamo in natura. Non c’è nulla che abbia una maggiore importanza di questo per il futuro dell’umanità.


“Ecco lo scopo che dobbiamo raggiungere; non più barriere, non più frontiere” Giuseppe Garibaldi  
Foto di Pazza di Roma su Facebook

La Roma vissuta andando adagio è la caput mundi che raccoglie tanta bellezza e la città di ogni giorno, problematica e caotica, quella che è cresciuta negli ultimi decenni come mai nella sua storia millenaria. Agli occhi di chi la visita o di chi la abita, Roma offre ovunque luoghi degni d’interesse, sia nelle zone centrali sia in quelle periferiche. Si presta alla contemplazione e alla conoscenza, alimenta esperienze culturali e sociali. Rassicura e sorprende al tempo stesso. “Roma adagio” prova a suggerire itinerari fuori dai canoni, ci invita a osservare da vicino i dettagli più suggestivi di opere famosissime e a perderci negli angoli meno conosciuti della capitale. Ci accompagna, adagio, in una passeggiata fra l’eterno e il quotidiano.


Foto di Federico Strinati pubblicata su FB da Claudio Strinati


La vita straordinaria di Gaio Giulio Cesare diventa per la prima volta un’autobiografia. Nel suo turbinare di scelte imponderabili e di strategie politiche, di relazioni difficili con donne dalla personalità forte ma anche pronte al sacrificio di se stesse, nel rutilante susseguirsi di battaglie e campagne militari, la trama della sua esistenza compone i tratti di una figura complessa e sfaccettata. Capace di arrivare dalla sua Suburra alle cariche più alte dello Stato e a ineguagliabili trionfi, il suo temperamento – sempre in bilico tra freddezza lucida e sincera generosità, l’amore per la grande tradizione dei padri e una visione alessandrina del mondo – lo ha reso un simbolo ineguagliabile, destinato post mortem a diventare un dio. Dall’esilio volontario per sfuggire alla mano di Silla all’inizio della sua carriera politica e al pontificato, dalla congiura di Catilina alla campagna in Gallia, dal passaggio del Rubicone alla campagna africana e agli attimi precedenti il tragico epilogo delle Idi di marzo: nel memoriale che scrive a Gaio Ottavio – futuro Cesare Augusto – e in cui lo nomina suo erede, Giulio Cesare ripercorre in prima persona i momenti cruciali di un vivere al galoppo, in sella alla sua celeberrima Fortuna, nella consapevolezza che la vita è un lancio di dadi e la vittoria una dea con le ali. Brillante divulgatore delle vicende dell’antichità, Cristoforo Gorno si confronta, da romanziere, con una delle figure fondamentali di tutto il mondo classico, e con una scrittura capace di restituire sapientemente atmosfere e paesaggi, emozioni e momenti d’azione, psicologie dei protagonisti e intrighi di potere, disegna la parabola di un’esistenza in cui avventura, guerra, intelligenza strategica e abilità politica si trasformano nel racconto crepitante di un’intera epoca e di una città che diventa impero. Un romanzo di rigore storico e spessore letterario che solo un profondo conoscitore dell’età antica poteva concepire.


Fra le vie di Roma, foto di Giovanni Tarantelli

Un viaggio coinvolgente alla scoperta delle sentenze che hanno cambiato l’Italia. Giuliano Amato e Donatella Stasio aprono le porte della Corte Costituzionale, un’istituzione che è stata a lungo impenetrabile.

La Corte costituzionale incarna i diritti che la Costituzione riconosce a tutti noi, li nutre e li difende. Ha un potere enorme perché con le sue decisioni insindacabili incide profondamente nella vita delle persone, della politica e delle istituzioni. Eppure, pochi la conoscono, al contrario di quanto accade alle Corti supreme di altri paesi. Non c’è americano o israeliano che non sappia che cos’è, e che cosa fa, la propria Corte, percepita come coscienza del popolo e dei suoi valori. In Italia, invece, la nostra Corte è una semisconosciuta e questo analfabetismo è grave in tempi di “regressioni democratiche” che, in Europa e nel mondo, stanno mettendo a rischio lo Stato di diritto proprio con un attacco alle Corti. Perciò, a un certo punto della sua storia, la Corte italiana decide di cambiare passo e di “viaggiare” – tra i giovani, nelle carceri, nelle piazze – per farsi conoscere. E conoscere. Decide di essere il corpo e soprattutto la viva voce della Costituzione per contribuire a formare una vera “mentalità costituzionale” e una piena coscienza dei diritti. Questo libro racconta i cinque anni in cui quel cambiamento ha preso corpo, le difficoltà, le sfide, i traguardi, le donne e gli uomini che ne sono stati protagonisti, le loro emozioni, le decisioni più delicate. È un pezzo di storia del nostro paese, che i coautori hanno attraversato insieme dentro la Corte, in ruoli e con responsabilità diversi. In quei cinque anni emerge con chiarezza il “dovere” di creare un legame di fiducia con i cittadini, essenziale per la tenuta di una democrazia costituzionale. Questo è il senso politico della comunicazione istituzionale, che non conosce zone franche. La polis, la cittadinanza, ha il diritto di conoscere e di capire, e chi amministra giustizia in nome del popolo non può sottrarsi alla responsabilità di spiegare e farsi capire. Che non è una prerogativa esclusiva di chi fa politica né un compito da delegare a terzi, né un mezzo per guadagnare consensi. È un dovere di ogni potere dello Stato. Un viaggio negli anni dell’apertura della Corte costituzionale alla società civile, per conoscere un’istituzione che ha cambiato l’Italia. Quando nel mondo soffia il vento di sovranismi e populismi, quando i diritti fondamentali vacillano e si aprono scenari di riforme, le Corti costituzionali sono l’antidoto migliore contro le regressioni democratiche.


Foto di Alice Tessari

Il dialogo è tutto nelle relazioni umane e sociali, interromperlo non può che metterle a rischio. Eppure, è proprio questo che avviene quando si manifesta la paura dei Greci e dei Romani, un fenomeno recente in grande crescita: un’interruzione del dialogo fra noi e i classici, fra noi e la storia, fra noi e il passato.

I classici antichi sono diventati soggetti di cui aver paura. Non era facile prevedere che un giorno qualcuno avrebbe messo in guardia i giovani dalla lettura delle opere greche e romane, cospargendole di avvisi di pericolo o addirittura escludendone direttamente alcune dal canone; gli stessi che avrebbero accusato i classici di aver contaminato la nostra cultura con il razzismo, il sessismo, il suprematismo bianco, arrivando al punto di auspicare addirittura l’abolizione del loro insegnamento. Invece è accaduto. Si tratta di un fenomeno recente, ma soprattutto nuovo, inatteso, le cui motivazioni non possono essere ignorate: e come tutte le cose nuove e inattese, ha fatto sì che fosse necessario tornare a riflettere sullo stesso problema – che cosa sono i classici per noi? – da un nuovo punto di vista. Maurizio Bettini ci esorta dunque a tenere vivo il dialogo e a fuggire i pericoli insiti nella sua interruzione. Perché è proprio questo che avviene, quando si manifesta la paura dei Greci e dei Romani: un’interruzione di dialogo fra noi e i classici; non solo, fra noi e la storia, fra noi e il passato.



Foto di Nunzia Seva

Un nuovo prontuario, dalla A alla Z, ricco di consigli letterari per bambini di ogni età ideato dalle autrici del bestseller Curarsi con i libri: rimedi letterari per ogni malanno
Dal bullismo alla tempesta ormonale, dalla paura dei fantasmi ai problemi con i genitori, ci sono occasioni in cui un libro è in assoluto il rimedio più efficace. Forse perché il modo migliore per aiutare i bambini a superare un momento difficile è invitarli a leggere una storia che parli proprio di loro. I libri riescono ad affrontare problemi complessi ed emozioni profonde con trascinante allegria, con l’obiettivo di far provare qualche brivido ma anche, in ultima analisi, di rassicurare. In questa nuova opera le biblioterapiste Ella Berthoud e Susan Elderkin consigliano i testi più belli – a partire dai libri illustrati fino ai romanzi per ragazzi, attraversando il mondo dorato delle favole – per la bambina timida e presa in giro, per il ragazzino che non riesce a dormire, per la teenager che vuole essere indipendente, per chi ha il singhiozzo o ha subito una delusione d’amore, o semplicemente per tutti coloro che sono indecisi sulla prossima lettura. Allo stesso tempo Crescere con i libri si rivela prezioso per gli adulti che si trovano nell’invidiabile posizione di dover scegliere cosa regalare ai loro piccoli: genitori, nonni, padrini e madrine, amici, insegnanti, bibliotecari, librai, zii vicini e lontani. Organizzato come un dizionario medico, a ogni «malanno» viene accostata una cura, sotto forma di una storia, di un racconto breve, di una saga, il tutto suddiviso per età e complessità, dagli albi illustrati per i piccolissimi fino ai libri più adulti per gli studenti delle scuole superiori. Ricco di elenchi e liste utilissime, vi si scoprono i classici senza tempo e i titoli più moderni e contemporanei, famosi o meno. Crescere con i libri è il compagno ideale per iniziare i giovani lettori a uno dei grandi piaceri della vita.


Il Palazzo della Civiltà, foto di Ippazio Gori          

 

Racconto e non semplice cronistoria, perché le vicende di Roma si prestano alla trama di un romanzo. Nel libro la narrazione di eventi, personaggi, eroismi e miserie, s’intrecciano al mutare del panorama urbano e della vita quotidiana nello scorrere delle varie epoche. Ma il pregio della scorrevolezza dello scritto non rinuncia al rigore della ricerca storica e a spunti di analisi. La pubblicazione è perciò indirizzata sia ai giovani che vogliano farsi catturare dall’intrigo delle passioni degli uomini, sia ai più esigenti lettori che vogliano riflettere sul senso più profondo di ogni accadimento storico e politico. E poiché quella di Roma è una storia universale, le pagine non sono confinate nella sola città, ma diventano un affresco dell’intera Italia.


Foto di Livia Cannella

 

 

A oltre centoquarant’anni da Porta Pia, il programma di Roma capitale del Paese è ancora tutto da scrivere. Manca alla città – che pure è stata “caput mundi” -la visione del suo ruolo nazionale e globale: una visione condivisa, costruita non su slogan astratti ma su una vocazione riconoscibile. Proprio la crisi economica e morale che stiamo attraversando, però, può diventare un’opportunità per colmare questo ritardo. Un immenso patrimonio culturale, la qualità delle istituzioni universitarie e di ricerca, la sapienza creativa della sua industria (cinema, moda, design), la straordinaria vivacità delle sue piccole imprese, in particolare di quelle artigiane, così legate alla tradizione ma al contempo proiettate verso il futuro, consentirebbero agevolmente – suggerisce Pietro Abate -, se valorizzati nel modo giusto, di fare di Roma la città dell’intelligenza, dei servizi avanzati e dell’industria manifatturiera ad alto valore aggiunto, la capitale della cultura, della ricerca e dell’innovazione. Nascono così le riflessioni contenute in questo volume da cui scaturisce un’agenda programmatica per un cambiamento non “calato dall’alto”, ma frutto della mobilitazione dei suoi cittadini. Solo in questo modo il sogno di Roma potrà essere finalmente in grado di “competere con le altre grandi metropoli del mondo. Presentazione di Andrea Mondello. Prefazione di Dennis Redmont


Una nuova ciclabile (con intelligenza artificiale) foto di Marcello Mangione

Dopo il ricorso in appello di Mimmo Lucano, alla luce del quadro accusatorio e delle pene richieste dalla procura generale di Reggio Calabria, con particolare attenzione alle valutazioni di ordine etico e giuridico che caratterizzano l’intera vicenda Riace, cittadini solidali, studiosi di scienze sociali e giuristi propongono una riflessione sulla sentenza di condanna del tribunale di Locri. Muovendo da diverse prospettive disciplinari, e corroborati da numerose testimonianze dirette, gli autori mettono in evidenza che la condanna – su cui si basano ancora le richieste dell’accusa nel processo di appello – è solo apparentemente basata su prove di “inequivoco significato”. L’accusa in realtà si fonda, come si evince anche dal linguaggio adottato, su presupposti ideologici tra i più diffusi: dalla “pacchia dell’accoglienza” agli interessi di arricchimento personale o di vari vantaggi che sarebbero stati perseguiti da coloro che operavano in associazioni senza fini di lucro per scopi solidaristici e supplivano con il loro impegno alla incapacità delle istituzioni.


Copenaghen? No, Nomentana Foto di  Francesca Ciuffini

Ostia fu prima un piccolo avamposto militare di Roma alla foce del Tevere (IV secolo a.C.), poi, fra la tarda Repubblica e l’età imperiale, una colonia e un porto fluviale che si sviluppò fino a raggiungere dimensioni ben più ampie, estendendosi sulle due sponde del fiume. Della città il libro illustra, sulla base delle fonti e della ricca documentazione archeologica ed epigrafica, la storia, le istituzioni, i commerci, l’importanza per l’approvvigionamento dell’Urbe, le produzioni, le associazioni di mestiere, l’architettura abitativa, i culti e le relazioni con gli scali di Claudio e di Traiano, dalle origini al declino nella tarda antichità. Vengono inoltre prese in considerazione la storia degli scavi e degli studi, la fortuna del sito nella cultura moderna e contemporanea e la gestione dell’attuale Parco archeologico.


Foto di Giuglio Signorelli


Una rilettura del più importante monumento del Barocco, alla luce di aggiornate informazioni sul Concorso per il progetto del Baldacchino di San Pietro in Vaticano. Inoltre, la ristampa anastatica di una misura secentesca sull’oro da utilizzare nella decorazione, dettagliato computo metrico prodotto nella bottega berniniana. Un prezioso documento archivistico conservato in collezione privata, reso noto per la prima volta in tempi moderni.


Interno di una casa del ‘400 in via dei Coronari Foto di Carlo Guerrieri


L’uomo in questione è un professore universitario: Ranuccio Bianchi Bandinelli, massimo studioso italiano d’arte romana e tra i padri dell’archeologia moderna. Il che, negli anni trenta, faceva di lui un personaggio di cui il regime fascista andava fiero… Salvo che il professore, era un convinto antifascista.


La fontana della dea Roma, Foto pubblicata da Marinella Sgarroni

Il desiderio della città ideale ha attraversato la storia e se ne sono occupati filosofi, artisti, letterati, architetti, politici e scienziati sociali. L’utopia di Tommaso Moro ha segnato il mondo nuovo della modernità che il Rinascimento e le scoperte geografiche sembravano rendere possibile. Nel ‘700 l’Illuminismo ha offerto al mondo un futuro segnato dalla ragione e dalla scienza di cui la città è considerata simbolo e precipitato. Saranno i filosofi e gli architetti a rendere visibile il sogno della città perfetta che il secolo successivo farà proprio anche grazie ai grandi mutamenti politici che, però, insieme alle speranze alimenteranno anche gli incubi. Le utopie producono la propria negazione con le distopie. A partire dal ‘900 saranno le scienze sociali a riflettere sulle potenzialità e i limiti del sogno utopico, spesso centrato sulla tecnologia, di una città ideale di un futuro prossimo venturo. A far sognare contribuirà anche il cinema. Il libro conduce per mano il lettore in questa avventura con una grande ricchezza di riferimenti e di testimonianze per portarlo a chiedersi se sia oggi veramente possibile costruire una città in cui valga la pena vivere


La cultura ci sostiene pubblicata da Pillole di cultura

Sei prestigiosi intellettuali di destra si sono confrontati con sette prestigiosi intellettuali di sinistra esponendo il proprio punto di vista su questa dicotomia e sui concetti più cari alla destra (Dio, Patria, Famiglia) e alla sinistra (Libertà, Uguaglianza, Felicità).
Destra e sinistra riacquistano senso. Dopo più di trent’anni, un’altra Guerra fredda distanzia l’Occidente dall’Oriente e rende conflittuali i reciproci rapporti. Intanto, per la prima volta nell’Italia repubblicana, tre partiti di destra hanno vinto le elezioni e tre formazioni di sinistra sono costrette a fare i conti con se stesse, a precisare la loro identità, a formulare un loro modello identitario di società, a progettare una loro strategia. La crescita delle disuguaglianze, la crisi del neoliberismo, il bipolarismo, tutto cospira verso un ritorno al primato della politica sull’economia costringendo entrambi i poli ad assumere contorni più definiti, ad abbandonare il consociativismo e adottare metodi più radicali. Dunque, destra e sinistra riacquistano senso. E, per esplorare il significato di questo ritorno, sei prestigiosi intellettuali di destra si sono confrontati con sette prestigiosi intellettuali di sinistra esponendo il proprio punto di vista su questa dicotomia e sui concetti più cari alla destra (Dio, Patria, Famiglia) e alla sinistra (Libertà, Uguaglianza, Felicità).



Foto dell’anno pubblicata da Open Arms

Sette piccoli capolavori da non mancare Sette luoghi da non perdere Sette personaggi dimenticati Sette date da tenere in memoria Sette perdite dolorose che hanno amputato la capitale d’Italia. «Roma, non basta una vita», come si sa, ma proprio per questo offre ancora l’ebbrezza di scovare curiosità sconosciute. Per uscire dagli itinerari consueti e provare il gusto della scoperta, il piacere dell’insolito o dell’ignoto, l’autore ci svela tanti piccoli e reconditi angoli della città: percorsi inediti per passeggiate curiose che ci possiamo regalare in qualche giornata romana. Dall’ultima e mirabile fontana di Gian Lorenzo Bernini, ignorata da tutti, al chiusino stradale sull’Aventino, dove ci si può calare nell’abitazione privata dell’imperatore Traiano, ancora totalmente affrescata; da una chiesa di Borromini, rimasta incompiuta, che custodisce una copia della Sindone e ora è un albergo di lusso ai piedi del Gianicolo, al Grand hotel di via Veneto dove nella sala da ballo fanno capolino, dipinti in grandezza naturale, 78 personaggi del bel mondo degli anni Venti.


In politica le istituzioni assumono spesso l’impronta di chi le rappresenta. Questo è tanto più vero per la Presidenza della Repubblica così come è regolata nella Costituzione italiana. Il ruolo che i costituenti assegnarono al capo dello Stato nel nuovo sistema politico non è privo nella sua indeterminatezza di qualche ambiguità, ma proprio grazie a essa chi è stato investito dell’alta carica ha potuto esercitarla secondo la sua interpretazione della necessità degli interessi talvolta mutevoli del paese. In questo volume, un’analisi approfondita delle personalità di coloro che sono stati chiamati di volta in volta a occupare la massima carica dello Stato e della loro attività nell’arco dei rispettivi mandati, ma anche un’indagine e una riflessione sulle forze e sulle istituzioni che sono state o sono al centro delle vicende politiche del paese, giudicate dall’angolo visuale del Quirinale. Attraverso documenti d’archivio spesso inediti, memoriali e testimonianze dei protagonisti si ripercorrono tutte le tappe salienti delle varie presidenze: dalle “prediche inutili” di Einaudi agli anni di Gronchi e della crisi Tambroni; dal “mandato breve” di Segni e dai retroscena del “piano Solo” alle clamorose dimissioni di Leone; dalle esternazioni irrituali di Pertini ai misteri del settennato di Cossiga; dalle aspre polemiche degli anni di Scalfaro fino al delicato e complesso settennato di Napolitano.


“La giacca, la camicia, la salita in paese dopo la campagna… La dignità di un uomo d’altri tempi” Civita (CS)  Foto Francesco Mangialavori


Gli oggetti hanno un’anima e una storia che passa attraverso le mani degli artigiani che li hanno forgiati e di coloro che li hanno usati. Ecco il senso dell’archeologia: far parlare il tempo attraverso le cose, per ricostruire l’impossibile fotografia del passato.

Frammenti di vita quotidiana, tracce di rituali religiosi, di attività economiche e di relazioni tra persone e con l’ambiente: gli oggetti portano il segno di quanto avvenuto nel tempo in cui furono creati e delle loro funzioni all’interno della comunità. Come schegge di uno specchio ci restituiscono l’immagine di quello che siamo stati e ci aiutano a dar forma al passato. Per riannodare i fili di questi mondi lontani e poco riconoscibili è necessario un lavoro lungo anni. Oltre quaranta sono quelli che Marcella Frangipane ha trascorso sul sito di Arslantepe in Anatolia, dove sorge il palazzo pubblico più antico del mondo: un viaggio nel tempo – che risale al V millennio a.C. e oltre – e nello spazio – esteso a tutto il territorio della Mezzaluna fertile – alla scoperta delle prime civiltà umane e di quei fenomeni politici e sociali che ancora regolano le nostre vite. Dieci lezioni dall’archeologia dei tempi più antichi per capire come siamo arrivati fin qui e come potrebbe essere il nostro domani.


 

Circo Massimo foto pubblicata in Rock

 

Ci aveva visto giusto Andy Warhol, quando aveva detto questa frase. Come se stesse pronunciando una profezia, l’artista aveva già anticipato il tratto fondamentale della nostra quotidianità. La fama non è più difficile da raggiungere, e si trionfa sui social con una semplicità sbalorditiva. Basta poco per essere condivisi su internet, basta partecipare ad un talent mediocre per arrivare nelle case di tutti noi, e per avere, anche se per poco, della notorietà. Non troppa, perché la fama è impegnativa, ma quanto basta per dire “io ci sono, esisto, e non sono come gli altri” mentre in realtà l’unica differenza con gli altri, forse, è che “gli altri” hanno quel poco di buonsenso necessario a non condividere le proprie (in)capacità con il resto del mondo. Siamo una società che si annoia in fretta, che pretende la novità al ritmo di un click, che agogna il nuovo costantemente e che cerca sempre l’ennesimo oggetto da idolatrare, feticcio da santificare e sul quale scaricare la propria tensione e che ci permette di distrarci dalla monotonia delle nostre giornate. Ennio Flaiano, aveva già previsto nel 1954, la degenerazione della società dello spettacolo.


 

Se questo è un marciapiede foto pubblicata da Roma Today

Sogno notturno a Roma racconta i traumi subiti dalla città, proclamata capitale del Regno d’Italia nel 1871, attraverso una ricognizione notturna dei luoghi più devastati dalle demolizioni e dalle ristrutturazioni attuate a partire da quell’anno fatale. Cinque personaggi, non tutti umani, compiono insieme un cammino nel cuore di Roma, al di fuori del tempo reale, lungo un percorso che parte da piazza Venezia e ritorna, dopo un ampio giro, a via dei Fori Imperiali. Attraverso dialoghi e digressioni storiche si esplorano così i vuoti urbani creati nella convinzione di “risanare” Roma e farne una città moderna. Si racconta come, nonostante le più autorevoli proteste, sia stata demolita un’enorme area intorno al Campidoglio di incomparabile pregio storico e artistico, comprendente gran parte dei più antichi rioni, quali Campitelli, Pigna, Trevi, Monti, con tutte le loro reciproche connessioni. Una grave ferita alla comunità storica che ha fatto di Roma una città unica al mondo.

Proposto da Paolo Portoghesi al Premio Strega 2022 con la seguente motivazione:
«Il libro di Annarosa Mattei, Sogno notturno a Roma 1871-2021, pubblicato da La Lepre Edizioni, ha insieme il carattere del saggio e del romanzo e – a mio parere – merita pienamente la segnalazione in quanto unisce al valore letterario quello storico critico illustrando con scrupolo filologico le trasformazioni che la città ha subito dopo l’avvento di Roma capitale. Il modo in cui gli avvenimenti sono raccontati coinvolge personaggi simbolici e immaginari come un gatto e un gabbiano e fa entrare il lettore in una parte della città, ricca di monumenti significativi, barbaramente distrutta per far posto al Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II, poi battezzato Altare della Patria. Proprio lì – ai piedi del futuro monumento – c’era la zona della città scelta da molti artisti per risiedervi, a cominciare da Michelangelo, che aveva la sua casa a Macel de’ Corvi, fino a Pietro da Cortona, che aveva costruito un palazzetto che univa il carattere popolare a una graziosa intonazione aulica. Annarosa Mattei, autrice di numerosi romanzi, raggiunge in questo libro la doppia qualità di fantasiosa narratrice e di acuta storica e critica, descrivendo i sapori della città quotidiana cancellati dalle ambizioni monumentali e indicando nelle frettolose trasformazioni promosse dal nuovo Stato le premesse per quella crescita caotica che contraddistinguerà la città alla fine del Novecento.»


Appia antica foto pubblicata da Simone Quilici

Il volume storico “Vedere Oltre”, attraverso importanti e spesso inedite testimonianze documentali, ripercorre gli ultimi 150 anni dell’istituto per i ciechi S. Alessio all’interno della storia del nostro Paese, tratteggiando con significativa evidenza l’evoluzione dell’approccio al tema della disabilità sensoriale nelle varie fasi storiche. La ricerca, frutto di un lungo lavoro portato a termine dallo storico prof. Luigi Scoppola Iacopini, contribuisce a conservare la memoria di persone, fatti ed interventi volti a sostenere chi al S. Alessio ha potuto coltivare le proprie abilità, ricevere assistenza e formazione professionale, grazie ad iniziative messe in campo per l’integrazione dei disabili sensoriali. Da qui si apre una nuova stagione, quella del “vedere oltre” della quale il S. Alessio è protagonista grazie al contributo che offre in termini di innovazione culturale, affinché l’approccio alla disabilità sensoriale possa essere sempre più partecipativo ed inclusivo. L’appendice fotografica – con immagini d’epoca e documenti di archivio – chiude il volume.


 

Via Panisperna, foto di Fausto Corini

A distanza di pochissimi mesi dal clamoroso epilogo del suo mandato, Ignazio Marino ha scritto la sua verità. Un racconto, duro e senza censure, che rivela le resistenze che ha trovato e svela quelle che alla fine lo hanno eliminato; l’analisi, punto per punto, di una stagione del governo di Roma che voleva marcare un cambiamento assoluto; il ricordo, commosso e grato, di tutti coloro (cittadini e assessori) che hanno partecipato insieme a lui a questa avventura e lo hanno sostenuto fino in fondo. La sua visione di una città che può uscire dalla palude e presentarsi al mondo come grande capitale europea proiettata nel futuro. Il sogno spezzato della sua amministrazione, da quando strappò la guida di Roma a Gianni Alemanno, fino alle firme da un notaio dei consiglieri del Pd con alcuni della destra, che insieme ne determinarono la caduta. Una vicenda che ha tenuto banco per mesi su tutti i media nazionali e internazionali, in un crescendo di attenzione che ha reso il sindaco Marino una delle figure pubbliche più riconoscibili e dibattute. Eppure, non è mai stato semplice incasellarlo in una definizione: un sindaco fuori posto, non capito da tutti i romani e accoltellato dal suo stesso partito? O un sindaco onesto, assediato dal sistema di potere di Mafia Capitale, sostenuto dai cittadini e tradito clamorosamente da chi lo doveva difendere? Un sognatore ingenuo, un puro e duro, un tecnico, un politico, un marziano a Roma? In un racconto serrato, pieno di dettagli sulla vita e l’amministrazione della capitale, Marino disegna un ritratto esplosivo, ma niente affatto scandalistico, della politica romana e non solo. Forse per la prima volta un sindaco racconta in dettaglio la complessità e l’urgenza delle decisioni quotidiane, la pressione delle influenze dietro le quinte, le difficoltà di far comprendere e accettare il cambiamento, i rapporti di forza, i meccanismi non meritocratici, che ha cercato di cambiare, alla base di tante nomine. Senza paura di fare nomi e cognomi. “Sono sempre stato un testardo. E i testardi possono vincere o perdere ma non riescono a galleggiare: emergono o affondano.”

p.s.

Certamente l’esito finale di questa esperienza è deprecabile, certamente Marino ha cercato di prendere le distanze da prassi altrettanto deprecabili di chi lo aveva immediatamente preceduto, ma a lui può essere addebitato di aver aperto le porte al populismo dei successivi pentastellati e di non aver valorizzato le esperienze positive dei due grandi sindaci Rutelli e Veltroni che avevano governato Roma prima di lui.

c.m.

Il populismo è stato vieppiù originato da chi ha causato l’irrituale epilogo.

a.b.

 



“Vista del foro” pubblicato da Nostalgia di Roma mia

La rivoluzione digitale e gli sconvolgimenti pandemici hanno cambiato l’idea stessa del viaggio. Dentro la crisi, Roma e l’Italia possono immaginarsi meta del Grand Tour del futuro. Un laboratorio permanente dell’innovazione, alimentato dalla memoria del passato. Il luogo in cui la classe creativa globale impara l’arte della mescolanza. Un itinerario tra scuole e università, botteghe e imprese, musei, istituti delle conoscenze storiche, ambasciate dei saperi diffusi. Per fare del turismo un’esperienza trasformativa.


La fontana a tre cannelle, foto di Emilia De Santis in Foto Romane

Siamo nel pieno di quella che papa Francesco ha definito una catastrofe educativa: molti adulti si sentono sperduti, impreparati, quasi impotenti di fronte alle nuove generazioni e i giovani si trovano senza punti di riferimento sicuri. In un mondo che cambia con rapidità, è più che mai necessario ripensare il difficile compito di educare. Ripercorrendo quanto scritto negli ultimi trent’anni, mescolando ricordi personali e pubbliche riflessioni, Paolo Crepet offre il frutto della sua lunga esperienza, delineando quello che in molti hanno definito «il metodo Crepet». Un lungo viaggio, che pone al centro il bisogno di ripensare la genitorialità, la scuola, il rapporto tra le generazioni, il futuro. Non possiamo ignorare che la necessità di un profondo cambiamento si scontri con resistenze, timori, egoismi difficili da vincere, freni che privano bambini e ragazzi del diritto di far nascere i propri sogni e di coltivarli, affidandosi alla capacità di sentire le proprie emozioni e di lasciarsi coinvolgere dalla passione per un progetto di vita. Serve dunque la forza di una voce critica, anche scomoda, che scuota da questo torpore educativo e aiuti a invertire la rotta. Le pagine di Lezioni di sogni vogliono essere dunque spunti, provocazioni, richiami, un’occasione per riflettere sul futuro delle giovani generazioni. Che cos’è il talento e come supportarlo? Come gestire il rapporto con la tecnologia e i social media? Come educare alla gentilezza, al rispetto, alla complessità? Sono solo alcuni degli interrogativi a cui nessuno può sottrarsi, perché «i bambini ci guardano e imparano da noi bellezze e viltà». Paolo Crepet scrive perciò questo libro «come un portolano utile, per naviganti impauriti da vecchie e nuove tempeste, per chi voglia riafferrare il bandolo di una matassa troppo strategica perché sia lasciata all’ignavia degli indifferenti».


Giovani, Foto pubblicata da The Roman Post

“Pierre Froment, giovane abate vissuto nei quartieri più degradati di Parigi, scrive un libro ispirato a ideali di giustizia sociale e carità cristiana, “Roma novella”, subito messo all’Indice dalla Chiesa. Giunto a Roma per difendere la propria opera e ottenere udienza da papa Leone XIII, si renderà conto che il suo lavoro non potrà mai ottenere l’approvazione di quel Cattolicesimo attento a difendere il proprio potere temporale. Alle vicende dell’abate Froment, ospite nel Palazzo Boccanera in via Giulia, si intreccia la tragica storia d’amore dei cugini Dario e Benedetta, alla ricerca di un’impossibile felicità. L’incredibile, dimenticato capolavoro del maestro del naturalismo.” (Prefazione di Emanuele Trevi)


L’asino che vola  dal  Blog Pazza di Roma

Tra i luoghi che scopriremo con Andrea Carandini: Le case del re dei sacrifici e di Tarquinio Prisco; Grandissime corti porticate; Banchine sul Tevere; Il maggiore tempio di Roma e dell’Impero; Saloni da pranzo della domus Aurea; Il Pantheon di Augusto ricostruito da Adriano; Giardini in forma di teatro e d’ippodromo; Suites di sale; Due tempia del divo Augusto, a due angoli del Palatino; Dove dormivano le vestali; Il luogo della Velia; La tomba di un fornaio; Dove la plebe riceveva il grano; La nave di Enea e il suo ricovero.


Geometrie inattese a Sant’Agnese in Agone, foto di Antonio Bottoni

La giovinezza è un’età piena di incertezze, ma anche di speranze e desideri di protagonismo. Questo è ancor più vero oggi, in un’epoca attraversata da profonde trasformazioni. In un sistema costellato di nuovi rischi e nuove opportunità, caratterizzato da eventi imprevisti – la pandemia, il conflitto Russia-Ucraina –, i giovani stanno costruendo il proprio percorso di vita. L’edizione 2023 del Rapporto dell’Istituto Toniolo indaga come essi vivano e interpretino i cambiamenti in atto e quali ricadute questi abbiano non solo sulle condizioni oggettive ma anche su preferenze, obiettivi e significati del loro essere e agire nella società e nel mondo del lavoro. Il volume affronta il modo di apprendere e la formazione di nuove competenze; l’idea di lavoro e di realizzazione professionale; l’idea di famiglia e la propensione ad avere figli; l’impegno sociale e l’organizzazione dal basso dei movimenti di cambiamento, in particolare sul tema dell’ambiente; la fiducia verso le istituzioni e le aspettative sul nuovo governo. I dati rilevano le specificità interne del contesto italiano, in un continuo confronto con le realtà di altri paesi europei.



Blitz di ultima generazione, la protesta davanti al Senato foto pubblicata da Fanpage

Come molti altri artisti dell’Europa del Nord, Hans Christian Andersen compì il suo grande viaggio di formazione nelle città d’arte italiane non appena questo gli fu economicamente possibile, e ciò avvenne nel 1833. Il suo primo vero viaggio fuori dalle frontiere danesi – a eccezione di una breve esperienza in Germania compiuta un paio d’anni prima – lo portò tra l’altro a Roma, dove soggiornò alcuni mesi. Ma contrariamente a quanto avveniva per i suoi contemporanei, che delle esperienze all’estero – per esempio in Italia e a Roma – si nutrivano per tutta la vita, per Andersen questo soggiorno fu solo il primo di una lunga serie, perché di ogni viaggio lui riusciva a nutrirsi solo fino a quello successivo, che cominciava a sognare o talvolta a progettare non appena tornato a casa. Nel corso dei suoi numerosi viaggi lo scrittore è stato ben sette volte all’interno dei confini di quella che attualmente è la repubblica italiana e per quattro volte soggiornò a Roma, una delle città che gli furono più care. Il libro contiene 40 illustrazioni originali dell’Autore.


Sant’Agnese in Agone, foto di Sarapatrizia Tortoriello

 

Da uno degli architetti italiani contemporanei più noti e studiati, purtroppo scomparso in questi giorni ( giugno 2023), il racconto di Roma in un affascinante viaggio tra storia e memoria, critica e autocritica, elaborazione progettuale e studio, vicende private e professionali.

La Roma descritta da Paolo Portoghesi in questo volume ha varie stratificazioni. La più profonda, quella più intima e personale, va dal dopoguerra a oggi, dalla casa dei nonni dietro Largo Argentina agli incontri con le personalità che hanno plasmato l’immagine della capitale nel secolo scorso, come Bruno Zevi, Giulio Carlo Argan, Renato Nico-lini e Ludovico Quaroni. C’è poi il racconto della Roma immaginata e solo progettata (il quartiere della Valchetta, Casal di Gregna), accostata senza soluzione di continuità alle opere portate a termine come la Grande Moschea, il più esteso luogo di culto islamico in Europa, a pochi passi dal cuore della cristianità. Infine, in superficie, la conoscenza dello storico dell’architettura e l’immaginazione del progettista si uniscono per immaginare la Roma del futuro, nella consapevolezza della sua inesauribile capa-cità di rinascere dalle proprie rovine. Attraverso un racconto che è soprattutto un atto d’amore, Portoghesi riesce nell’impresa di gettare nuova luce su una delle città più studiate e raccontate della storia, e pone le basi per «la motivata percezione di un possibile risveglio» di Roma, scaturita dalla «stabile e prolungata posizione di ascolto, dal fatto di aver passato una parte della vita a rivolgere domande alla città, studiandone la forma e la storia, e di aver conquistato un piccolo spazio in cui arrivano continuamente messaggi provenienti da quell’insieme di esistenze, di segni, di edifici, di strade, di piazze, di paesaggi, che formano una misteriosa unità.


Casa Baldi foto pubblicata da Archidiap

 

La costruzione dei lotti dell’Istituto Case Popolari, la vita quotidiana, le botteghe, i vicini di Tor Marancia, gli artisti, il tempo di guerra con i suoi eroi e le vittime, il mondo del lavoro, le scuole, il cinema. Sono alcuni dei temi raccontati, attraverso preziose foto in bianco e nero, nel libro “Come eravamo. Garbatella 1835-1960”, edito da Typimedia. Il volume è un grande racconto corale di una zona che nasce povera, ma che nei decenni si trasforma in un centro di vita pulsante, sanguigna, popolare, antifascista. Un luogo dove un tempo ci si vergognava a vivere e che oggi è tra i più amati dai romani. Se il 18 febbraio 1920 è il giorno in cui viene posta la prima pietra di un edificio in piazza Benedetto Brin, già nel 1835 si faceva il nome di via Garbatella e di un’omonima osteria. Lo dimostra un antico documento conservato nell’archivio della Basilica di San Paolo fuori le Mura, pubblicato ora in questo libro. Così il fotografo e giornalista Antonio Tiso torna sulla collana “Come eravamo”, ideata da Typimedia, che racconta la memoria dei quartieri di Roma. A scandire questa emozionante narrazione sono sempre le immagini provenienti dai cassetti delle famiglie.


Lampi futuristi al giro d’Italia foto di Alessandro Chiacchiarelli

Libro finalista del Premio Estense 2023
Una storia, alternativa e potente, del lato oscuro del Paese. Perché tante stragi e delitti in Italia rimangono impuniti? La ricerca della verità è un percorso a ostacoli e in troppi casi, prima ancora di cercare i colpevoli, si è messa in dubbio la credibilità di chi accusava. È accaduto a Giovanni Falcone quando si disse che la bomba dell’Addaura l’aveva piazzata lui stesso e a Paolo Borsellino la cui agenda rossa, misteriosamente scomparsa, sarebbe stata un «parasole». Don Diana? «Era un camorrista.» Peppino Impastato? «Un terrorista.» La lista dei nomi infangati per distrarre l’attenzione dai delitti è lunga. E la strategia ha un preciso nome in gergo, «mascariamento». Per comprenderne i drammatici effetti, Paolo Borrometi ci accompagna in un viaggio nella storia d’Italia in cui denuncia i traditori, i criminali che mirano a creare confusione nel Paese per raggiungere i propri interessi illegittimi. A discapito della verità. Un reportage giornalistico tra anomalie, depistaggi e buchi neri che parte dallo sbarco degli americani in Sicilia nel 1943 per arrivare ai giorni nostri, passando per le bombe degli anni Settanta e la strategia della tensione: da Portella della Ginestra a via Fani, dall’Italicus al Rapido 904, da Bologna a Capaci e Via d’Amelio, fino all’arresto del latitante Matteo Messina Denaro. Una storia, alternativa e potente, del lato oscuro del Paese.


Catena umana foto di Armando Mangone

“Il ratto della Snia” Foto di Armando Mangone

 

Donna di grande fascino e carattere, occhi color ghiaccio e capelli pettinati alla Greta Garbo, amante del bello in tutte le sue forme, dalle sublimi espressioni dell’arte, al design, all’alta sartoria, Palma Bucarelli ha attraversato il Novecento lasciando un’impronta indelebile nel panorama artistico italiano. Nominata nel 1933, a soli ventitré anni, ispettrice della Galleria Borghese, dimostra fin dal principio il suo spirito determinato: quando Mussolini convoca tutti i soprintendenti d’Italia, lei non si presenta, e difenderà questa posizione indipendente per tutti gli anni del regime. Il coraggio, certo, non le manca: ai primi bombardamenti alleati sulla capitale, si impegna a portare in salvo il patrimonio della Galleria nazionale d’arte moderna, di cui è diventata funzionario con mansioni direttive, prima a Caprarola e poi a Castel Sant’Angelo. Il secondo no a Mussolini lo dice quando la RSI chiama i suoi a raccolta: resta senza stipendio, collabora con la Resistenza distribuendo in bicicletta il foglio clandestino “L’azione”, e continua a proteggere la “sua” Galleria. Finita la guerra, Palma si deve confrontare con una società conservatrice e culturalmente arretrata. Per tutta la sua lunga vita, potrà contare sull’appoggio dei suoi amici e corteggiatori. Pioniera nell’arte e nella vita, donna libera in un mondo che alle donne lasciava poco spazio, Palma Bucarelli ha contribuito a imporre nel nostro paese l’idea moderna di museo.


Piazza Mincio Foto di Paolo Bonsangue

Misone, annoverato da Platone fra i sette saggi, insegnava: «Indaga le parole a partire dalle cose, non le cose a partire dalle parole». Cento anni fa entrò nel linguaggio politico italiano l’aggettivo ‘totalitario’, seguito due anni dopo dal sostantivo ‘totalitarismo’. La cosa che aveva dato origine alle due parole era il fascismo, subito dopo la sua ascesa al potere. Non furono i fascisti a coniare i due neologismi. Furono gli antifascisti. Quando il fascismo impose il partito unico, furono gli esuli antifascisti italiani a diffondere in Europa la parola ‘totalitarismo’ per definire quel nuovo regime. La stessa parola fu usata per definire il regime bolscevico. E poi anche il regime nazista. Emilio Gentile indaga la storia della parola ‘totalitarismo’ partendo dalla cosa ‘fascismo’. Dalla sua indagine, risulta che l’ignoranza della connessione fra la parola e la cosa ha generato il ‘cancellazionismo’, cioè una forma minore di negazionismo, compendiato in due sentenze: «Il fascismo non fu totalitario»; «il totalitarismo non è mai esistito». Contro il cancellazionismo, il rimedio, ispirato da Misone, è indagare la parola a partire dalla cosa, cioè dalla storia.


Alexandria Ocasio-Cortez al Met Gala 2021 con il famoso abito “Tax the rich” foto di Jamie McCarthy

 

Con la miscela di tensione e ironia che caratterizza la sua scrittura, Morlupi torna a raccontare le contraddizioni di Roma e le oscurità psicologiche in cui l’animo umano rischia costantemente di precipitare.  Il grande parco di Villa Pamphilj, a due passi dal Vaticano, ha due volti molto diversi: di giorno è un giardino che accoglie bambini, anziani e sportivi; di notte si trasforma in rifugio per senzatetto, drogati e prostitute. All’alba di una gelida mattina di gennaio, una di loro viene trovata senza vita, brutalmente uccisa con un’arma da taglio. La vittima aveva poco più di vent’anni, viveva da sola, si vendeva per pagarsi l’università e sperare in un futuro diverso. L’omicidio sconvolge il commissario Ansaldi e i suoi agenti, perché apre uno squarcio inatteso di disperazione nella tranquilla routine del loro quartiere. In più, arriva proprio nel momento peggiore, a due settimane da un delicato vertice politico tra i principali capi di Stato europei, con gli occhi del mondo puntati sulla capitale. Per scongiurare clamori, le autorità cittadine vogliono che l’indagine si concluda rapidamente e in silenzio: per i Cinque di Monteverde è appena iniziata una terribile corsa contro il tempo. Con la miscela di tensione e ironia che caratterizza la sua scrittura, Morlupi torna a raccontare le contraddizioni di Roma e le oscurità psicologiche in cui l’animo umano rischia costantemente di precipitare.


 

L’era del lavoro libero: Senza vincoli né barriere. Siamo pronti a questa rivoluzione? C’è una straordinaria rivoluzione in corso nel mondo del lavoro, di cui pochi finora hanno colto la reale portata. L’affermazione dello smart working e dei nuovi modelli di lavoro ibrido, l’incredibile ondata della great.

L’editore Rubbettino ha da poco pubblicato l’interessante saggio di Francesco Delzio, ‘L’era del lavoro libero’, che racconta la straordinaria rivoluzione in corso nel mondo del lavoro. Partendo da smart working e nuovi modelli di lavoro ibrido, ma ragionando anche, tra l’altro, sui nuovi equilibri tra occupazione e vita privata invocati e ricercati da varie generazioni, Delzio riflette sulle varie facce che il lavoro sta assumendo nella nostra epoca.  Di seguito una sintesi dell’autore.

“L’era del Lavoro Libero non è nato per caso. E non è nato ieri. Perché è frutto di idee, riflessioni e suggestioni germinate nei miei 33 anni di lavoro, da quando a 15 anni iniziai a scrivere a Barletta nella redazione di un quotidiano locale. E perché in fondo rappresenta la naturale evoluzione di Generazione Tuareg: in quel fortunato saggio (il mio primo) del 2006 analizzavo la particolare condizione dei millennials italiani, la prima generazione chiamata ad affrontare l’introduzione della flessibilità nel mondo del lavoro.
Ma il mondo del lavoro oggi è di fronte ad una nuova “curva della storia”: una rivoluzione che investe il nostro modo di lavorare, il rapporto tra occupazione e vita, la gestione del fattore umano da parte delle aziende. Da quasi 30 anni – con l’introduzione della flessibilità in entrata, a metà degli anni Novanta – non si registravano infatti cambiamenti così rapidi e pervasivi nel mondo del lavoro italiano come quelli cui stiamo assistendo oggi, che vanno molto al di là delle innovazioni organizzative indotte dalla pandemia.
L’affermazione dello smart working e il suo consolidamento nei modelli di lavoro ibrido, l’incredibile (e imprevedibile) ondata della great resignation, la diffusione del job hopping, i nuovi equilibri tra occupazione e vita privata cercati dalla Generazione Zeta, le nuove strategie di engagement e valorizzazione dei dipendenti perseguite dalle aziende segnano
nel complesso una svolta epocale che manda definitivamente in soffitta il modello fordista.
Sullo sfondo, infine, la possibilità di realizzare finalmente in Italia un’economia della Partecipazione, che offra ai lavoratori la possibilità di un coinvolgimento rispetto ai destini della propria azienda.

Se analizziamo in profondità fenomeni così diversi, scopriamo che hanno tra loro un fondamentale punto in comune. E’ la caduta dei vincoli di tempo, spazio e organizzazione che hanno caratterizzato il mondo del lavoro, almeno a partire dalla Rivoluzione industriale. O detto in altri termini, è la “liberazione” del lavoro da gran parte delle barriere e delle rigidità che lo hanno caratterizzato finora. Si tratta di un trend che diventerà sempre più visibile nei prossimi anni.

La tesi che sostengo nel libro, e che supporto con analisi, numeri e trend, è che stiamo entrando dunque in una nuova fase storica: l’Era del Lavoro Libero. Un nuovo paradigma, in cui viene meno un luogo di lavoro fisico esclusivo e si affermano modelli di lavoro ibridi fatti di connessioni. Non esiste più il lavoro della vita ma una serie di lavori, svolti anche in contemporanea, in una dinamica fluida e flessibile come le nostre vite. Non c’è più una contrapposizione netta tra lavoro, cura della famiglia e gestione del tempo libero, perché il lavoro è sempre meno il “sovrano assoluto” delle nostre vite. E infine è sempre meno attuale l’antica guerra tra profitto e salario, perché imprenditori, manager e lavoratori sono sempre più protagonisti di un progetto comune e perché i lavoratori sono chiamati ad essere sempre più imprenditori di sé stessi e del proprio tempo.
Peccato che pochissimi, ancor oggi, abbiano colto la reale portata e l’impatto sulle nostre vite di questa rivoluzione. Peccato che la politica non si (pre)occupi di tutto questo, a causa del divorzio clamoroso e inspiegabile avvenuto negli ultimi decenni tra i partiti italiani – lungo l’intero arco parlamentare – e il lavoro: non soltanto i partiti italiani hanno “dimenticato” il lavoro, non mettendolo mai al centro del loro impegno politico e delle loro strategie di consensus building, ma sembrano non conoscerlo più.
Su tutto questo rifletto ne L’era del Lavoro Libero: con analisi innovative che partono dagli Stati Uniti, idee e proposte concrete che guardano all’Italia. Sapendo che possiamo ignorare e subire tutto ciò che sta accadendo e che sta per accadere nel mondo del lavoro, o conoscerlo per provare a gestirlo. Chi sceglie la seconda strada, troverà in questo saggio un “alleato” prezioso e innovativo”.


Molto è stato scritto sulla Resistenza e sulla guerra di liberazione in Italia. Ma che cosa accadde ai partigiani dopo l’aprile 1945? Come vissero realmente gli anni del dopoguerra e della rinascita del Paese coloro che la Repubblica avrebbe celebrato come i nuovi eroi della patria, martiri del secondo Risorgimento nazionale? Dal 1948 e fino ai primi anni Sessanta, nelle aule di giustizia della nuova Italia democratica va in scena un «Processo alla Resistenza», destinato ad avere un forte impatto mediatico. Assassini, terroristi, «colpevoli sfuggiti all’arresto». Cosí la magistratura del dopoguerra, largamente compromessa col regime fascista, giudica quei partigiani che hanno combattuto una guerra clandestina per bande, tra il 1943 e il 1945. Giudizio condiviso dalla stampa e da gran parte dell’opinione pubblica italiana, che si accompagna a una generale riabilitazione di ex fascisti e collaborazionisti della Rsi, autori di stragi e crimini contro i civili, costretti a «obbedire a ordini superiori». Attraverso carte processuali e documenti d’archivio inediti, Michela Ponzani ricostruisce il clima di un’epoca, osservando i sogni, le speranze tradite e i fallimenti di una generazione che pagò un prezzo molto alto per la scelta di resistere. Cosa resta della Resistenza nella Repubblica? Rimosso dalla memoria collettiva, il «Processo alla Resistenza», celebrato nelle aule di giustizia dopo il 1945, anima per decenni il dibattito mediatico, plasmando distorsioni, manipolazioni, miti e luoghi comuni «antiresistenziali», in una serie di polemiche a posteriori. La messa sotto accusa dell’antifascismo finisce col ribaltare ragioni e torti, meriti e bassezze, valori e disvalori. Coloro che hanno combattuto contro nazisti e fascisti si trasformano in pericolosi fuorilegge, colpevoli di aver attentato al bene della patria (esposta all’invasione angloamericana e ai tragici effetti delle rappresaglie, scatenate dall’occupante tedesco) e di aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale, difesa invece fino alla fine dai combattenti di Salò. Assassini, vigliacchi, terroristi, «colpevoli sfuggiti all’arresto». Sulla base di questi termini (utilizzati dalla stampa degli anni Cinquanta) la magistratura del dopoguerra, quasi sempre compromessa col regime fascista, giudica quei partigiani che hanno combattuto una guerra per bande. Mentre ex fascisti e repubblichini, autori di stragi e crimini contro civili, vengono assolti, riabilitati e persino graziati per aver «obbedito ad ordini militari superiori» o per la loro natura «di buoni padri di famiglia», i partigiani sono giudicati responsabili delle rappresaglie scatenate dai nazifascisti, per non essersi consegnati al nemico.


Il fiore foto di Enzo Scuderi

“La rivoluzione romana” affronta uno dei nodi cruciali della storia di Roma: la caduta della repubblica e il declino della libertà politica sino alla vittoria definitiva di Augusto e alla fondazione del regime. Opponendosi alla visione tradizionale, incentrata sulle vicende dei grandi protagonisti, Syme propone una lettura allargata del processo politico, mettendo l’accento anche sui personaggi “minori” usciti dalla catastrofe repubblicana e destinati a costituire la nuova classe dirigente della Roma del principato. Lo sguardo dello storico sorvola così sulle biografie di Pompeo, Cesare, Marco Antonio, e dello stesso Ottaviano, il figlio adottivo di Cesare che dopo la presa del potere assumerà il nome di Augusto. Perdono peso anche gli avvenimenti bellici, gli affari interni e i rapporti fra Roma e le province; prendono invece rilievo le nobili casate romane e i principali alleati dei diversi capi politici. La struttura dell’oligarchia governativa assurge quindi a tema dominante della storia politica, venendo a costruire l’anello di congiunzione tra repubblica e impero. Le trasformazioni dello stato e della società, il trasferimento violento del potere e delle proprietà, la creazione del dominio di Augusto rivivono sotto gli occhi del lettore… Introduzione di Arnaldo Momigliano.


La Vela di Calatrava su il Mormillo.it

“Il lavoro che c’è e il reddito di cittadinanza” è il titolo del libro di Patrizia Baratto e Roberto Giuliano con la prefazione di Maurizio Sacconi e l’introduzione di Giuliano Cazzola pubblicato recentemente da PS. Edizioni di Roma4print.

Un libro di grande importanza e di grande attualità, altrimenti non si spiegherebbe la presenza di due autorevoli esperti di problematiche sociali e del mondo del lavoro come Giuliano Cazzola e Maurizio Sacconi che sostengono con molta eleganza e cognizione di causa le argomentazioni riportate nell’architettura del libro scritto a quattro mani da Patrizia Baratto e Roberto Giuliano.

I due autori, ex sindacalisti della Uil e della Cgil, espongono le loro argomentazioni con dati statistici ben documentati, ma non mancano nemmeno le citazioni di autorevoli giuslavoristi.

In Particolare, Patrizia Baratto si sofferma ad analizzare gli aspetti umani del mondo del lavoro e la lungimiranza di un grande sindacalista come Giorgio Benvenuto.

Le analisi svolte con una grande capacità di sintesi, fanno un quadro completo del mondo del lavoro e del welfare spiegando anche le comparazioni con altri Paesi dell’Unione europea. Un libro avvincente sia per la chiarezza espositiva ma anche per le sequenzialità temporali che si sono avvicendate da inizio degli anni ottanta fino alle preoccupazioni dei nostri giorni caratterizzati dalla presenza della pandemia e dalla guerra in Ucraina.

Una grande attenzione è posta anche sulla formazione del lavoro, tenuto conto della rivoluzione del digitale e della robotica. Un argomento, che ci porta a pensare alla necessità di una formazione non solo nei luoghi di lavoro, ma anche alla necessità di una nuova grande riforma scolastica riesaminando la struttura dell’insegnamento nelle scuole medie inferiori e superiori, anche con l’inserimento di nuove materie e aggiornamento dei programmi scolastici improntati ad un costante dinamica guardando, con una maggiore diversificazione, alle vocazioni produttive del territorio ed alle innovazioni tecnologiche e scientifiche.

In conclusione emerge l’inadeguatezza del cosiddetto ‘Reddito di cittadinanza’ che diventa pleonastico a quel welfare sociale già esistente nel nostro Paese con punte avanzate rispetto al resto dell’Unione europea. Uno strumento iniquo che sottrae forza lavoro al mercato del lavoro e che produce ingiustizia sociale. Il punto focale è la divisione della forza lavoro tra chi lavora e produce reddito e chi viene mantenuto e mortificato da un Reddito di cittadinanza che alimenta forme di saprofitismo ingiustificabili. Uno strumento, quello del Reddito di cittadinanza, che stride con i principi etico sociali garantiti dalla nostra Costituzione, ma anche con le opportunità offerte dai fondi del Pnrr.

Infatti, il diritto al lavoro è un principio di uguaglianza garantito dalla Costituzione che impone allo Stato il dovere di rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena realizzazione della dignità dei lavoratori. Un libro sicuramente da leggere per fare luce su aspetti che spesso non vengono ricordati dalla stampa e nemmeno dagli innumerevoli dibattiti televisivi. Invece, i fondi del Pnrr sono finalizzati a migliorare e rendere più efficiente ed efficace la struttura e la sovrastruttura produttiva, senza sprecarli con la logica dell’helicopter money.

 


 

Qual è il significato delle Fosse Ardeatine? Quale memoria ha lasciato la strage nazista compiuta a Roma il 24 marzo 1944, come rappresaglia dell’attentato partigiano di via Rasella, in cui il giorno prima erano morti 33 tedeschi? E quale rapporto si può istituire tra il ricordo di quella strage e l’identità collettiva di un’intera città? L’eterogeneità sociale e politica delle 355 persone uccise fa delle Fosse Ardeatine un avvenimento emblematico, che lega insieme “tutte le storie” di Roma: a cadere sotto il piombo tedesco furono infatti generali e straccivendoli, operai e intellettuali, commercianti e artigiani, un prete e 75 ebrei; monarchici e azionisti, liberali e comunisti, ma anche persone prive di appartenenza politica.Protagonista assoluta del libro è la voce diretta dei portatori della memoria: duecento intervistati, di cinque generazioni, e di diversissime estrazione sociale e politica (compresi fascisti ed ex fascisti). Il volume colloca la strage delle Fosse Ardeatine in un contesto di lungo periodo della storia della città e l’azione di via Rasella nel contesto della Resistenza. Quell’atto di guerra partigiana è presto diventato anche l’asse di una polemica che ne ha messo in dubbio l’utilità e la legittimità, e ha asserito che la strage avrebbe potuto essere evitata se i partigiani si fossero consegnati ai tedeschi. In realtà, non vi furono né il tempo, né la richiesta per la presentazione; né vale, d’altra parte, il presunto automatismo del rapporto fra azione partigiana e rappresaglia. Ciò che è certo è che a partire da quegli eventi si è scatenata una vera e propria battaglia della memoria, che ha conosciuto varie fasi, dalla guerra fredda al processo Priebke, al revisionismo storico. Le vicende personali dei superstiti e dei protagonisti (e a sopravvivere e a ricordare sono soprattutto donne) mostrano come tutti abbiano convissuto, e convivano ancora, con una drammatica eredità. Ancora oggi, in modo singolare,le Fosse Ardeatine rappresentano un banco di prova della coscienza delle nuove generazioni. Raccolte da Alessandro Portelli, con uno scrupolo che è pari alla passione civile e alla tensione letteraria, le voci di questo libro danno adito a una ricostruzione di grande respiro corale, che si struttura attorno alla elaborazione e alla fissazione di un linguaggio. Ed è il linguaggio, alla fine, a farsi storia: una storia parlata; parlata a Roma.


 

Pasquetta a Centocelle foto di Cinzia Morgante

Caro Alberto è un libro su Alberto Sordi diverso da tutti i libri su di lui già esistenti: raccoglie una ricca scelta delle migliaia di lettere che il grande attore ha ricevuto nel corso della sua lunga carriera. Lettere del suo archivio personale – custodito e studiato dalla Fondazione Museo Alberto Sordi – di ammiratori, appassionati di cinema, fans che si rivolgono a lui come si farebbe con un amico o con un parente, al quale chiedere consigli, confidare dolori, raccontare gioie e comunicare l’amore per le sue interpretazioni, che si rivelano un vero e proprio lenitivo ai momenti tristi della vita. Ci sono anche lettere di personalità celebri, di colleghi di lavoro – come Anthony Quinn, Monica Vitti, Gina Lollobrigida – e di esponenti politici. Ma soprattutto raccoglie tantissimi messaggi commoventi e inaspettati di anonimi cittadini, spediti o lasciati davanti alla villa di Roma dove Sordi ha vissuto per anni, che piangono la morte di un attore amato. Il libro si arricchisce delle testimonianze di Walter Veltroni – amico personale di Sordi, ma anche l’uomo politico che, all’epoca sindaco di Roma, ebbe il triste ed entusiasmante compito di organizzare un funerale che fu un bagno di folla, un evento popolare, come a Sordi, forse, sarebbe piaciuto – e di Carlo Verdone, forse l’unico attore che può dire di aver raccolto la sua eredità.

 


Foto di Emilia De Santis in Foto Romane

Vincitore Premio Internazionale Capalbio Piazza Magenta 2016 – Sezione Memoria e storia.
Questo è il racconto autobiografico di una protagonista del Novecento italiano. Giulia Maria Crespi appartiene a un’importante famiglia lombarda, di cui ha proseguito la tradizione filantropica e di impegno civile. Racconta qui le molte avventurose storie della sua vita. Centrali nel libro sono le vicende del “Corriere della Sera”, di grande importanza per la storia del nostro Paese. Giulia Maria Crespi, che in modo crescente partecipa alla gestione del giornale, si adopera in una battaglia per l’ammodernamento del “Corriere”, in consonanza con la parte più progressista dell’opinione pubblica. Una svolta coraggiosa ma irta di difficoltà, che nel 1974 la costringeranno a lasciare la gestione del giornale. Si occupa sempre più della Fondazione Crespi Morbio per Famiglie Numerose e di Italia Nostra. Nel 1975 assieme a Renato Bazzoni fonda il FAI (Fondo Ambiente Italiano) per la tutela e valorizzazione del patrimonio artistico e ambientale. Da 40 anni lotta strenuamente per difendere l’agricoltura in Italia, in particolare quella organica.


 

UK in Italy, foto della Delegazione del Fai a Roma in occasione delle giornate del Fai

Tutte le favole iniziavano il racconto con c’era una volta in un paese lontano, lontano… Ma i tempi cambiano e così anche le forme si adattano ai nuovi contenuti. Ora c’è il borgo, vicino vicino, che ti dà nuovamente una opportunità di sognare come non mai in questo periodo storico. Tutto questo non è una operazione di nostalgia ma un racconto dell’uomo attraverso i silenzi e il pellegrinare dei borghi. La pandemia ha messo in scacco la città. E dunque c’è necessità di ripensare la città, rendendola più adeguata. Ma la rinascita non può prescindere dal borgo. I borghi hanno in comune la storia millenaria che li rende unici. E per questo sono “Presidio Slow Poetry”. Prima ci si sentiva Comunità, ancor prima di essere cittadini. Perché sono le storie che ti rendono unico. È giunto il momento di riattivare un processo culturale rivolto ad animare la Comunità all’interno, come un laboratorio costante. Una proposta di cittadinanza nuova e consapevole che solo la Repubblica dei Borghi conferisce. È una favola moderna. Tutto comincia a Milano nel parco di Trenno, con i miei due nipoti Leonardo e Federico. Il parco visto come proiezione di fantasie, archetipo di mutamento e scoperta. Una storia raccontata dal punto di vista dei bambini che sono i grandi dimenticati della pandemia. Hanno ascoltato per mesi il mondo brontolare. Era necessario includerli e ricominciare da loro. Loro giocano nel parco ma il futuro e la crescita passa e comincia dal passato. I borghi delle valli, delle Alpi, dell’Appennino e delle riviere sono patria del cuore, fino a diventare uno stato mentale.

 


La casa delle rondini di Marinella Sgarroni in Foto di Roma e del Lazio

 

 

Vezio De Lucia, architetto e urbanista, ripercorre la storia della politica di progettazione e pianificazione della città moderna in Italia dal dopoguerra a oggi. Dal miracolo economico che accompagna i famosi Trenta Gloriosi anni dello sviluppo, animati da complessi disegni di trasformazione della società, fino all’affermazione di quel neoliberismo degli anni Ottanta che, tra grandi opere, condoni ed elogio della proprietà privata, determina una regressione nella tutela dell’ambiente e un’accentuazione del consumo di suolo. Senza dimenticare figure centrali per una disciplina volta ad assicurare le condizioni umane di vita associata, quali Antonio Cederna, il volume si propone come manifesto di una possibile rigenerazione urbanistica capace di immaginare misure per una crisi ecologica drammatica parallela a una crisi sociale che imbarbarisce il Paese, distrugge i luoghi della socialità e svilisce le grandi bellezze del suo paesaggio.

 

 


 

Trastevere di Bresson Foto del 1959 pubblicata da Arapacis

 


In queste pagine troverete perfide matrigne e innocenti figliastre, fate benefiche e terribili streghe, piccoli re innamorati e romantiche reginette, e poi ancora luoghi e personaggi della storia di Roma. È un tuffo nel passato perché sono storie simili a quelle ascoltate nella nostra infanzia. Giggi Zanazzo nel 1906 salvò la memoria di questi racconti da lui uditi in giovinezza o ascoltati da anziane popolane. Questa riedizione del suo lavoro ci restituisce piccole e gustose novelle in dialetto romanesco che ancora oggi dobbiamo preservare dall’oblio, e soprattutto godercele per quel sapore di leggerezza, ironia e semplicità che le pone davvero fuori dal tempo.

 


 

Ponte Cestio foto di Luciano Viti su Memorie di Roma

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TITOLO

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Gianluigi ColalucciIo e Michelangelo

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Antonio Bottoni

Appassionato di Etica ed Economia, pittore, amante della musica attende con trepidazione un nuovo Rinascimento Italiano. Commercialista e Revisore Contabile. Sensibile alle innovazioni tecnologiche ha anticipato i tempi proponendo ai propri collaboratori e ai propri clienti un nuovo e agile metodo di lavoro: dal “basta carta” a favore di documenti solo in formato elettronico, a postazioni di lavoro in remoto e assistenza informatica e digitale. Insomma, quello che un decennio dopo si sarebbe chiamato smart working!

 

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