VIDEOREGISTRAZIONE ELEZIONI POLITICHE 2022 ROMA QUALE FUTURO? CON FRANCESCO DELZIO E MARIO ROSSI

DUE OSSERVATORI  “SPECIALI”,   FRANCESCO DELZIO E MARIO ROSSI, VALUTANO LIBERAMENTE IL FUTURO CHE PREVEDONO

ATTENDERA’ LA CAPITALE DOPO LE PROSSIME ELEZIONI POLITICHE DEL 2022

 

 

 

 


UN CONTRIBUTO PER VISIONEROMA DI MARIO ROSSI

Che cosa propongono per Roma i partiti e le coalizioni che si presenteranno agli elettori il 25 settembre?

 

 

Che cosa propongono per Roma i partiti e le coalizioni che si presenteranno agli elettori il 25 settembre? Non molto, però in quasi tutti i programmi ci si sofferma sull’attuazione della riforma del 2001 che ha riconosciuto – e inserito nella Costituzione – la “capitalità” di Roma, ma che non ha mai attribuito alla città il rango e i poteri necessari a esercitare pienamente quel ruolo.

 

In questo documento Visioneroma mette in evidenza anche le proposte dei partiti sull’autonomia differenziata, ossia sul trasferimento di competenze – e quindi di risorse – dallo Stato alle Regioni. Una riforma che ove attuata (al momento hanno chiesto l’autonomia solo Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) impatterà direttamente sulle amministrazioni centrali dello Stato e, quindi, indirettamente su Roma.

 

Un’avvertenza. Tutti i testi qui riportati sono stati estrapolati dai programmi scaricati dai siti web dei partiti e dei movimenti.

 

 

ROMA

AZIONE-ITALIA VIVA

“Far conoscere la Capitale d’Italia tramite un viaggio gratis per tutti gli under 25

Il patrimonio storico culturale di Roma è patrimonio di tutto il Paese, per questo tutti i giovani devono avervi accesso. Per questa ragione, vogliamo dare a tutti i giovani tra i 18 e i 25 anni l’opportunità di recarsi nella Capitale d’Italia con un viaggio sponsorizzato dal Governo. Proponiamo di offrire un viaggio in treno, 2 notti in ostello vincolate alla visita di siti archeologici, musei e gallerie d’arte”.

 

 

FDI

“Valorizzazione del Giubileo 2025 e di Roma Capitale della Cristianità”.

 

“Trasferimento dei poteri a Roma Capitale, con risorse, competenze e status giuridico in linea con le principali capitali europee”.

 

 

FORZA ITALIA

“Riconoscimento dei poteri di Roma come Capitale d’Italia al fine di valorizzarne l’autonomia normativa, amministrativa e finanziaria”.

 

 

LEGA

“Garantire collegamento ferroviario di qualità tra Roma e tutti i capoluoghi di Regione (per le isole si intendono collegamenti aerei di continuità territoriale)”.

 

“Creazione di una task force e di una legge per le opere del Giubileo e delle Olimpiadi Milano-Cortina per recuperare ritardi accumulati al fine di garantire immagine positiva del Paese nel contesto internazionale”.

 

 

M5S

“Proposta di legge su conferimento di poteri speciali alla città di Roma, capitale della Repubblica

Da anni proponiamo un rilancio della Capitale del Paese. Se ridiamo dignità a Roma rilanciamo l’Italia. La città ospita eventi interazionali, sedi istituzionali e religiose, rappresenta il biglietto da visita per i turisti che arrivano in Italia. Eppure, il processo di attribuzione di poteri speciali e un riordino dell’assetto amministrativo non è stato portato a termine. Su rifiuti, trasporto pubblico, interventi infrastrutturali, e rapporti con il Governo, Roma è poco più di un comune qualunque, per il M5S questo assetto porta a dei problemi di gestione tali da incidere sul benessere urbano. Per questo abbiamo chiesto di modificare le norme per avere maggiore autonomia sulla gestione dei rifiuti, attribuzione diretta del fondo unico del trasporto pubblico locale, un’attenzione maggiore da parte del Governo introducendo un rapporto diretto tra comune e Governo”.

 

 

PER L’ITALIA – ACCORDO QUADRO DI PROGRAMMA PER UN GOVERNO DI CENTRODESTRA (FORZA ITALIA-LEGA-FDI-NOI MODERATI)

“Piena attuazione della legge sul federalismo fiscale e Roma Capitale”.

 

 

AUTONOMIA DELLE REGIONI

AZIONE-ITALIA VIVA

“Per un vero federalismo: Autonomia e Responsabilità

Da esattamente trent’anni l’Italia discute di federalismo, ritenendo anche di averlo parzialmente attuato. In realtà, il bilancio di questa stagione è del tutto fallimentare. Il vero federalismo, quello che in ultima analisi privilegia controllo democratico, trasparenza e corretto utilizzo delle risorse pubbliche, si realizza con l’inscindibile accoppiata di Autonomia e Responsabilità: senza uno di questi due elementi, non vi è vero federalismo. Su questo punto siamo molto radicali: proponiamo la rivisitazione completa del modo in cui stanno insieme i livelli di governo di questa Repubblica. Innanzitutto, va stabilito quali sono: Comuni, Regioni e Stato. Le Province devono completare la transizione e divenire il “centro servizi” dei Comuni: centrale unica di committenza, ambito ottimale per la gestione dei servizi pubblici locali, assistenza amministrativa e tecnica. Vanno inoltre raddoppiati gli incentivi economici alla fusione dei Comuni, salvaguardando i territori montani. I tre livelli di governo devono avere competenze esclusive e chiaramente ripartite (superando le tremende inefficienze del Titolo V della Costituzione ma anche l’ambiguo rapporto tra Regioni e Comuni): deve essere chiaro “chi fa cosa”. Devono inoltre avere strumenti fiscali esclusivi, del cui gettito sono titolari e responsabili: il cittadino deve avere perfettamente chiaro quale tassa paga al Sindaco, quale al Presidente di Regione e quale al Presidente del Consiglio: oggi siamo lontanissimi da questa situazione, con commistioni di gettito e sovrapposizioni largamente inefficienti. Infine, ogni livello di governo territoriale deve essere messo nella stessa condizione di partenza, indipendentemente dalla sua situazione specifica. Serve quindi dare attuazione al dettato costituzionale sui Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) e portare a regime l’integrale allocazione dei finanziamenti statali in chiave perequativa, sulla base della differenza tra fabbisogni standard e capacità fiscale.

Autonomia e Responsabilità non devono ispirare un intervento estemporaneo e sloganistico, ma una vera e proprio riforma complessiva e strutturale, che deve tener conto anche del dettato costituzionale relativo al regionalismo differenziato; gli amministratori locali devono poter esercitare le funzioni loro attribuite in maniera libera e autonoma, nel rispetto dell’unità nazionale; i cittadini, nel rispetto di accountability e trasparenza, devono poter pagare, vedere e votare; lo Stato deve essere garante dei diritti costituzionali in tutto il territorio nazionale ma anche dell’efficienza della spesa pubblica, prevedendo un potere sostitutivo in caso di inerzia locale”.

 

 

FDI

“Attuazione virtuosa di federalismo fiscale e autonomie, con completa definizione dei livelli essenziali delle prestazioni e corretto funzionamento del fondo di perequazione, per assicurare coesione e unità nazionale”.

 

 

FORZA ITALIA

“Attuazione di un modello di federalismo responsabile che armonizzi la maggiore autonomia prevista dal titolo V della Costituzione e già richiesta da alcune regioni in attuazione dell’articolo 116, portando a conclusione le trattative attualmente aperte tra Stato e Regioni”.

 

 

LEGA

“Autonomia: efficienza e responsabilità

Non v’è dubbio che lo Stato italiano abbia subito un’erosione di sovranità da parte delle istituzioni sovranazionali, in particolare da parte dell’Unione europea. Al suo interno l’essenza della statualità è tuttavia rappresentata da un pluralismo territoriale e sociale, culturale e identitario, economico e produttivo, che veniva enfatizzato già nel cuore dell’Ottocento. E che si configura come un valore, come una grande risorsa sulla quale fare leva. Valorizzare le differenze è sempre stato l’obiettivo del regionalismo, sin dai tempi di Cesare Correnti e Pietro Maestri, che – tra il 1852 e il 1861 – disegnarono la pianta amministrativa della Penisola. La questione è che il regionalismo non è mai stato accompagnato da sistematici e incisivi processi di regionalizzazione, vale a dire di ampi e articolati percorsi devolutivi di prerogative, oggi in capo allo Stato centrale, al sistema regionale. Le Regioni, come soggetto istituzionale, vennero alla luce solo nel 1970 – e due anni fa hanno compiuto il mezzo secolo di vita – con ben ventidue anni di ritardo rispetto all’entrata in vigore della Costituzione. Nei fatti, sono tuttavia ormai divenute ai nostri giorni il motore di ogni cambiamento. La Costituzione repubblicana offre l’opportunità alle Regioni a Statuto ordinario di richiedere, ricorrendo all’articolo 116, terzo comma, “forme e condizioni particolari di autonomia”. L’istituto del cosiddetto regionalismo differenziato per altro – senz’ombra di dubbio, in forma diversa – esiste già, inteso come principio, tra le cinque Regioni a Statuto speciale. Sulla base del proprio Statuto, infatti, ognuna di queste Regioni alle quali la Repubblica ha riconosciuto una collocazione “speciale” nell’ambito dell’architettura istituzionale dello Stato, ha dei margini di autonomia diversi dalle altre. Il terzo comma dell’articolo 116 della Carta può allora essere letto come il tentativo di estendere questo validissimo principio anche alle Regioni a Statuto ordinario. Deliberatamente ispirato al federo-regionalismo spagnolo, il regionalismo differenziato – costituzionalizzato con la riforma del 2001 – mira a riconoscere a ogni Regione a Statuto ordinario dei margini di autonomia coerenti con la sua fisionomia dal punto di vista economico e produttivo, fiscale, sociale e culturale. Il regionalismo ordinario dell’uniformità – praticato dal 1970 in avanti – ha creato davvero dei danni molto gravi agli equilibri, già precari, del Paese. Con l’obiettivo di garantire eguali diritti e tutele a tutti i cittadini della Repubblica, ha fatto emergere con chiarezza i profondi differenziali di rendimento istituzionale dei singoli territori. Nel paesaggio del regionalismo italiano, infatti, sono sotto gli occhi di tutti quelle realtà che hanno fatto un uso virtuoso dell’autonomia politica e amministrativa, per quanto assai limitata. Hanno incrementato la democrazia di prossimità ampliando i diritti di welfare e la qualità dei servizi erogati a beneficio dei cittadini, utilizzando altresì le risorse secondo criteri di elevata produttività e alta redditività. È quindi giusto premiare queste realtà con maggiori margini di autonomia, nell’interesse esclusivo del Paese. Non v’è nulla di male, anzi. La Costituzione prevede che le Regioni in pareggio di bilancio possano aprire un negoziato con il governo per ottenere maggiori margini di autonomia in 23 materie: tre competenze esclusive dello Stato e tutte le venti competenze concorrenti iscritte nella Carta. Intendiamoci, non è possibile trasferire una materia “in blocco”. È necessario scomporre ogni materia nelle singole funzioni in cui è articolata. La trattativa tra la Regione che chiede maggiori margini di autonomia e lo Stato si svolge proprio – come ha dimostrato il percorso compiuto sin qui da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – sulle singole funzioni. L’autonomia – che in ultima analisi significa minore dipendenza dallo Stato centrale – si coniuga con due principi che, in un Paese moderno, dovrebbero essere messi al centro delle politiche pubbliche: responsabilità ed efficienza. Da un lato, la singola Regione che chiede più autonomia si accolla la responsabilità istituzionale di sostituirsi allo Stato nella gestione di determinate funzioni, coerenti con la propria vocazione economica e produttiva e la propria fisionomia sociale e culturale. Dall’altro accoglie pure la sfida dell’efficienza: deve cioè dimostrare di essere in grado di fornire ai propri cittadini dei servizi che hanno un costo inferiore, rispetto allo Stato, e una qualità superiore. In questo modo lo Stato viene alleggerito e sgravato di alcune pesanti incombenze, nella prospettiva di erogare dei servizi, per il proprio territorio e a beneficio dei propri cittadini, con un minore costo e una maggiore qualità. È questo il senso più profondo del referendum per l’autonomia che si è svolto il 22 ottobre 2017 in Lombardia e in Veneto. Un atto di democrazia diretta consensuale e partecipativa – collocato a monte della trattativa ex articolo 116, comma 3, della Costituzione – necessario allo scopo di rafforzare il potere negoziale al tavolo delle trattative. Anche perché, da quando è stato costituzionalizzato, il principio del regionalismo differenziato non ha mai funzionato. Tutte le Regioni che – tra il 2001 e il 2017 – hanno cercato di sfruttare questa previsione costituzionale si sono arenate e non sono mai giunte in fondo al percorso, cioè alla sottoscrizione di un’intesa con lo Stato centrale. Le trattative intavolate da Lombardia e Veneto e dall’Emilia Romagna si collocano nell’alveo della più stretta e rigorosa lealtà costituzionale. Si tratta di un atto di grande responsabilità istituzionale, finalizzato a sfruttare l’opportunità offerta dall’articolo 116 – al terzo comma – della Costituzione. Inoltre, è fondamentale garantire e valorizzare le autonomie speciali. L’autonomia è una dimensione spirituale, un’autentica vocazione. È una questione di cultura politica, dunque. Che comporta una dose di sano orgoglio e di fierezza regionalista nel “far da sé”, responsabilmente accettando la sfida della responsabilità e dell’efficienza. Chiedere più autonomia significa infatti accogliere il confronto e la competizione, che dovrebbe essere l’essenza del regionalismo a geometria variabile. Non percorrere la strada dell’autonomia politica e amministrativa per quelle Regioni che la chiedono potrebbe configurarsi come l’ennesima occasione perduta da questo Paese. Un Paese che potrebbe trovare nel modello federoregionalista, fondato sul regionalismo differenziato, un’importante opportunità di modernizzazione e di sviluppo, nel segno dell’efficienza del rendimento istituzionale e della valorizzazione delle sue diversità territoriali. Che rappresentano una grande ricchezza.

PROPOSTE

Riprendere senza indugi la trattativa ex art. 116/c. 3 Cost. di Lombardia e Veneto, approdando il più presto possibile alla sottoscrizione dell’Intesa con il Governo

Valutare l’allargamento delle trattative alle Regioni a Statuto ordinario che intendano seguire il medesimo percorso di Lombardia e Veneto e sostenerlo con impegno

Solo così è possibile promuovere un’autentica “rivoluzione gentile” nel segno del federoregionalismo, una rivoluzione autonomista dal basso, che parte dai territori e che ben si coniuga con la prospettiva del presidenzialismo. Il presidenzialismo – con l’elezione diretta del Presidente – promuove infatti una verticalizzazione dei poteri. Ma i sistemi istituzionali non possono reggersi su un punto solo, hanno bisogno di pesi e contrappesi. Al presidenzialismo allora bisogna associare il massimo decentramento possibile – pensiamo all’esperienza storica e istituzionale americana – promuovendo la più ampia autonomia politica e amministrativa regionale”.

 

 

M5S

“Autonomia differenziata

In merito all’autonomia differenziata, la posizione del M5S è chiara: nessuna nuova funzione potrà essere delegata alle Regioni se prima non si siano definiti, con le adeguate coperture, i Livelli Essenziali delle Prestazioni. Dovrà comunque essere il Parlamento a definire le regole d’ingaggio con una legge quadro che tenga in massima considerazione le varie commissioni parlamentari coinvolte”.

 

 

PER L’ITALIA – ACCORDO QUADRO DI PROGRAMMA PER UN GOVERNO DI CENTRODESTRA (FORZA ITALIA-LEGA-FDI-NOI MODERATI)

“Attuare il percorso già avviato per il riconoscimento delle Autonomie ai sensi dell’art. 116, comma 3 della Costituzione, garantendo tutti i meccanismi di perequazione previsti dall’art. 119 della Costituzione”.

 

 

PD

Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni potranno essere concesse nell’ambito di una legge quadro nazionale, solo previa definizione dei Livelli Essenziali di Prestazioni concernenti i diritti civili e sociali da garantire su tutto il territorio nazionale, il superamento della spesa storica come criterio esclusivo di allocazione delle risorse, il potenziamento dei fondi di perequazione infrastrutturale. Sono comunque esclusi dalla differenziazione delle competenze regionali i grandi pilastri della cittadinanza, a partire dall’istruzione”.

 

“Vogliamo definire i Livelli essenziali delle prestazioni (LEP) per i diritti civili e sociali da garantire su tutto il territorio nazionale e superare il criterio della spesa storica che per anni ha determinato un’allocazione territoriale delle risorse sperequata danneggiando i territori a maggior fabbisogno”.

 

 

VERDI E SINISTRA

“No all’autonomia differenziata

Opporsi all’autonomia differenziata non solo perché tocca i diritti e la loro universalità, ma anche perché, nel contesto scolastico, essa, in preoccupante sinergia con l’interpretazione dominante dell’autonomia scolastica, determina una inaccettabile frantumazione del sistema formativo nazionale sul piano delle diseguaglianze materiali, dei contenuti e delle metodologie formative”.

 

“È pertanto indispensabile espellere il tema Sanità dalla eventuale attuazione dell’autonomia regionale differenziata”.

 

 

 

 



 

Francesco Delzio

Francesco Delzio è considerato una delle menti più brillanti della generazione dei quarantenni. Manager di vertice in grandi aziende e organizzazioni (Confindustria, Piaggio, Atlantia), imprenditore in start up innovative con Maestro e Digital Horizon, strategic advisor per imprese e istituzioni, scrittore e docente universitario.
Insegna presso la Luiss Guido Carli, dove ha ideato e dirige il Master
in “Relazioni Istituzionali, Lobby e Comunicazione d’Impresa”, punto di riferimento del settore in Italia, e l’Executive Program in “Gestione delle relazioni con i Consumatori”. È editorialista di Avvenire (con la rubrica “Opzione Zero”), RTL 102.5 (con il programma “La Scossa”), Prima Comunicazione (con la rubrica “Lobby d’autore”) e InPiù.
Per Rubbettino ha pubblicato numerosi saggi, dal primo fortunato
pamphlet Generazione Tuareg. Giovani, flessibili e felici (2007) ai più recenti Opzione Zero. Il virus che tiene in ostaggio l’Italia (2015), Premio Canova di Letteratura economica e finanziaria, e La ribellione delle imprese. In piazza, senza PIL e senza partiti (2019). E’ autore del libro “Liberare Roma”.

 

 

 

Giornalista professionista,  ha lavorato nelle redazioni di Italia Oggi e  Quattroruote  e collaborato con varie testate tra cui La Repubblica e Il Sole24Ore, Il Mondo, Capital, Opendemocracy.net.

Senese di nascita dal 1980 al 1994 ha vissuto a Roma, dal 1994 abita a Milano.

E’ autore di Addio Roma – Quando lo Stato decise di spostare la Capitale a Milano.

 

 

 

 

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