NUOVI ORIZZONTI, LINEAMENTI DI UNA NUOVA CULTURA TERRITORIALE MICHELE CAMPISI

NUOVI ORIZZONTI, LINEAMENTI DI UNA NUOVA CULTURA TERRITORIALE

DI MICHELE CAMPISI

VICEPRESIDENTE ITALIA NOSTRA SEZIONE ROMA

 

 

 

La recente sentenza del Consiglio di Stato, che si è pronunciata sul ricorso alle deliberazioni del TAR riguardanti la legittimità delle risoluzioni del MIBACT avverso il progetto di trasformazione del vivaio “Eurogarden” in un “Drive food” della catena McDonald’s, ha chiarito – piaccia o no e senza ambiguità – alcuni punti essenziali della Tutela di Roma.

 

 

Per la sua implicazione politica si è finalmente assunto una certezza riguardo i processi d’uso e trasformazione della città, affermando valore e ruolo della tutela nel giusto equilibrio tra iniziativa dei privati e “beni comuni”. La vicenda giuridica con questo dispositivo consegna, allo scontro tra i diversi modi di affrontare il contesto urbano, un importante chiarimento. Le dilazioni della politica regionale sui piani paesaggistici si è inoltre rivelata miope e penalizzante. Alcuni assunti sono ancora duri ad affermarsi nel più vasto quadro sociale dove la cultura della Conservazione non è l’immobilità, così come quella della Trasformazione non può essere la modifica dei tessuti storici. In questi giorni in cui, dopo un lungo periodo di decadimento e sospensione della “politica”, la città sta provando a ritrovare il gusto per un proprio futuro, forse è finalmente possibile prendere decisioni che ci aiutino a raggiungere obiettivi un po’ più ambiziosi dei soliti marginali “strappi”, riportando in luce una visione di qualità e riproponendo con nuova energia quell’ipotesi di città che si è arenata con inspiegabili stati di abbandono.

Le evidenti fatiche esistenziali con cui la città è costretta a muoversi dentro i vari contesti urbanistici, è il risultato di decenni d’insensato abbandono della pianificazione. L’allontanamento da quelle “regole razionalizzanti” è maturato nel più generale degrado della società contemporanea senza che vi fosse sostituita una visione strategica dei grandi progetti. Qualche avveduta eccezione in Europa non ci ha salvato dal fallimento di un’economia liberista i cui assunti antiliberali sono stati: una maggior ricchezza per i ricchi e una ulteriore desolazione per i poveri. Un quadro praticamente bloccato. L’andamento generale, considerato questo quadro, non può che segnare ora – accresciuto da questi anni della pandemia – una inversione di tendenza verso la ricollocazione provvidenziale dello Stato e la rimessa in gioco del ruolo pubblico. Già prematuramente liquidato senza alcuna razionale cautela verso progresso, futuro e “progetto sociale”, il “pubblico” torna a posizionarsi nel suo naturale ruolo di garante della comunità.

Alla luce di queste molteplici disfunzioni, la città ha dunque essenziale bisogno di un nuovo “orizzonte” che le restituisca intanto ciò che impropriamente le è stato sottratto: quella continuità indispensabile tra il cittadino ed i suoi spazi; quella virtuosa sensazione di appartenere pienamente al proprio luogo fino alla percezione di una partecipazione simbolica alla stratigrafia del passato. Per lungo tempo ci si è illusi che una mediazione tecnologica, una innovazione incessante, fosse la chiave risolutiva verso una ricchezza diffusa. Per questa convinzione si è creduto che gli scenari del passato fossero delle limitazioni allo sviluppo incondizionato. Si è invece aperto così al “colonialismo” delle grandi operazioni edilizie consistite più che altro nella concentrazione commerciale di alcune aree strategiche del Suburbio. Il modello internazionale ha liquidato ogni residuo di libertà sostanziale nel comportamento sociale, equiparando geografie e dissociando paesaggi dai luoghi.

L’area centrale, il segmento aureo che da piazza Venezia giunge fino al Colosseo ma anche le connesse spazialità verso il Circo Massimo, verso Esquilino, Oppio e Celio e più avanti fino al confine con le mura aureliane poco oltre le Terme di Caracalla, rappresentano un ambito spaziale di grandissimo valore geografico dove le attività commerciali non possono trovare libro accesso. Le aree coincidono con la città antica, con la Roma che ha dettato al mondo intero per più di settecento anni, i valori della cultura Classica. Consegnare questo patrimonio identitario ai meccanismi totalizzanti del consumo turistico non è solo un imperdonabile delitto ma, è un modo per disperdere definitivamente un “ordo”, una ipotesi di percorso lungo il quale costruire una proposta di valore comune.

 

 

L’attuale scenario trova due soggetti in campo: il primo è il dispositivo di “Costumer making” costituito dai “concessionari”, chiamati dal pubblico ad organizzare la valorizzazione dei siti e dalle OTA (Online Travel Agency) che movimentano la massa dei viaggiatori; il secondo è invece ciò che rimane della comunità cittadina. Il primo soggetto che ha stabilmente occupato per intero lo scenario non si è dimostrato in grado di produrre consistente valore aggiunto. Nell’attuale crisi è parso più che altro un gigante dai piedi di argilla a totale carico della pubblica risorsa.

Dagli inizi della crisi quasi 400 aziende alberghiere di vario livello sono state chiuse in via definitiva; molte altre sono state cedute a capitali stranieri. Il tessuto della proprietà immobiliare, si è definitivamente affrancato dagli scambi domestici e abitativi, trasferendosi nell’ambito dell’investimento di servizio. Ai vari livelli più o meno concentrati di rendita si è inserito nel sistema businees dell’accoglienza, modificando il volto dei quartieri con la “gentrificazione”. Negli anni precedenti la pandemia, la politica del “tourists gated’s”, ha fissato criteri rigidissimi e modi esclusivi di occupazione dell’area. In questi anni più recenti, paradossalmente all’esaurimento dei flussi stranieri, la politica dei concessionari dei siti monumentali e dei musei si è fatta ancora più aggressiva, pretendendo di riconfigurare le regole di quelli che all’origine della vicenda costituivano delle semplici attività di “servizi”. Il settore è diventato così un grosso pachiderma. Montagne di danaro pubblico sono state versate a ristoro di mancati utili per l’esercizio ordinario e per mostre ed eventi particolari andati deserti. Le soluzioni adottate non hanno mostrato una vera strategia, preferendo corrispondere semplicemente all’emergere della crisi. I costi del personale impiegato sono stati presi in carico degli ammortizzatori sociali.

Nel solo 2020 lo Stato ha liquidato al settore Cultura la bellezza di 9,5 miliardi. I concessionari pretendono ora di avere il diritto di “pianificazione orizzontale”; di disporre cioè per le loro imprese di tutto il patrimonio naturale e culturale e di sostituirsi ai compiti istituzionali per stabilirne modi e criteri. La Cultura è un meccanismo produttivo e si muove come se non avesse altri obblighi ed altre funzioni in questa società. Le imprese creative incidono sul valore aggiunto e occupazionale col 6,1% sul PIL, di cui però solo lo 0,2% riguarda il patrimonio storico artistico (dati 2018 Istituto Tagliacarne). La diretta connessione tra prodotto e consumo, trasferita al di fuori del perimetro reale del contesto urbano e di mercato, ha determinato il disimpegno della fruizione “live” verso e-commerce da remoto. La opportunità di sbarrare le porte dei musei, collezioni, gallerie, monumenti e siti, ha già procurato ai concessionari l’indubbia utilità di trasferire il costo del personale ai fondi d’integrazione salariale in carico diretto dello Stato. Abbattere comunque tutti i costi vivi della gestione.

Avremo dunque musei pubblici sempre più chiusi e/o nominalmente aperti; così anche i servizi alla Cultura delle Biblioteche e degli Archivi. La moria del resto è costantemente aggiornata sulle cronache dei quotidiani. Dal marzo del 2020 gli arrivi in città dall’estero – già fortemente ridotti – hanno fissato un calo dell’81%. L’esigenza di questi operatori di riciclarsi verso attività immateriali sostenute dalla creatività, ha portato il governo ed il piano d’investimenti (PNRR) a dare corso ad una “transizione digitale” con un’enorme massa di risorse. Il difetto maggiore che si può già da subito scorgere in queste linee finanziarie è che non partono, com’è purtroppo consuetudine, da una visione “progettuale” sociale ma, raccolgono semplicemente le invocazioni del settore “industriale” al quale sfugge ogni interesse comunitario e strategico. C’è da star certi che al termine di queste anomale circostanze, finita la forzata immobilità internazionale, i “concessionari” torneranno con sempre maggior sfrontatezza a pubblicizzare i loro bengodi, i loro Luna Park Disneyani e a rinzepparli di masse da “spolpare”. Le comunità cittadine chiamate ad una estemporanea e patriottica partecipazione culturale nel periodo di vuoto, torneranno nei loro salottini a godere indisturbati le offerte delle pay per wiu. Poco importa se il debito contratto sarà ancora una volta a carico del deficit pubblico e delle future generazioni ma non si può arrestare l’occupazione!

Ripensare dunque a riorientare il percorso verso cui è avviato l’attuale sistema, attraverso una utilità collettiva, è di fondamentale interesse per la comunità cittadina.

Il Passato può essere il “nostro tempo”. Per paradosso. Riprendo una breve considerazione di Agamben riguardante la definizione del contemporaneo: “(…) appartiene veramente al suo tempo, è veramente contemporaneo colui che non coincide perfettamente con esso né si adegua alle sue pretese ed è perciò attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo (…)”. Può definirsi contemporaneo colui che non si lascia semplicemente portare dentro il sistema ma, che ne riesce a trovare una propria percezione critica. Reputo scontato che a tali considerazioni non si diano le “superficiali” categorie di passatismo, antiprogressismo, ecc. Tutte quelle strumentali considerazioni mistificanti che apparentemente sembrerebbero ossequiare una logica razionale discorsiva in un contesto che mostra sempre più anarchie e irrazionalità. Reputo che l’Archeologia quale categoria di una “coscienza collettiva operante” sia l’unica salvezza di questa città. Non dunque un’idea melanconica del “passato”; né una romantica rivisitazione strumentale di rinascenze e rinascimenti o di umanesimi tardivi e retorici.

La nuova “demarcazione” di Roma dovrà ricomporre la dissociazione tra Comunità e propria immagine; la riapparizione del contenuto simbolico di continuità dei suoi luoghi storici e fondativi. Ciò favorirà un cambiamento di fondamentale importanza per tutti gli aspetti del sociale compreso quelli di una economia diffusa. Alla dispersione del “capitale umano” non è stato infatti meno fatale la disfunzione del “capitale simbolico”. Una grande impresa, che restituisca il valore di una partecipata trasformazione è indispensabile per aprirci ad un nuovo orizzonte. Tre sono i nodi del Programma: la restituzione dello spazio storico; la riorganizzazione geografica del sistema; la realizzazione di due strutture “museali”.

Cosa dobbiamo fare?

1) Scavare “via dell’Impero” per ritrovare il sistema dei luoghi della città attraverso la restituzione di una nuova spazialità identificata nella successione di Foro Traiano – Foro di Cesare, Foro di Augusto, Foro di Nerva e Templum Pacis connessa all’area del Foro Repubblicano e in continuità con l’attuale area assoggettata al “Parco del Colosseo” che dovrà diventare un nuovo soggetto con interclusioni e limitazioni contenuti agli ambiti museali quali: Colosseo piano superiore; Villa Silvestri Rivaldi; Mercati di Traiano; Musei Capitolini; Museo della Cripta Balbi; Domus Aurea; Antiquarium Comunale; Casina Salvi; Antiquarium Palatino; Museo della Città di Roma (ex Pantannella);

2) tale prospettiva non può essere disgiunta dalla funzionale collocazione del centro museale originario dei Capitolini al quale dovrà essere restituita integrità di spazio liberandolo dalla presenza incongruente delle attività amministrative che dovranno trovare luogo con la realizzazione del progetto di “Campidoglio 2”;

3) Dare continuità geografica annettendo a questo spazio le aree della Passeggiata Archeologica e quelle del Suburbio e dell’Agro attraverso il Parco dell’Appia. Si tratta di un sistema di vari ambiti caratterizzati come il Celio, coi servizi culturali dell’Antiquarium e di Casina Salvi, il Colle Oppio, il Circo Massimo e Caracalla;

4) Attrezzare due poli culturali di estrema importanza: il Museo della Città di Roma e la Villa Silvestri Rivaldi. In questa globale prospettiva bisogna che si restituisca al museo la sua forza dinamica come luogo di proposta culturale non sclerotizzata sulla semplice ed in parte falsa identità di risorsa economica (definizione dell’ICOM: Il museo è un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società, e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali ed immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, e le comunica e specificatamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto.). Con questo non vuol dire liquidare le attuali politiche di gestione della valorizzazione. L’apporto di fondazioni, cooperative, terzo settore e associazioni di cittadini è fondamentale, collocandosi in una strategia di “pluralità” essenziale anche per la sostenibilità economica. Le trascorse esperienze delle apartheid turistiche sono state tuttavia devastanti per la città. Queste “forme organizzative” di tipo esclusivo non hanno aggiunto alcun valore a ciò che già veniva quotato nel contributo economico (circa 6,5 miliardi per l’intera città) del rapporto di Banca Italia (2019). La sua mancata evoluzione, il suo sclerotizzarsi su posizioni acquisite ed ormai convenzionali, ha tolto invece quanto sarebbe potuto arrivare dall’apertura più larga di una vera “partecipazione alla Cultura” della Comunità. La mancanza di una guida politica è consistita nell’appiattimento verso i soggetti e le società a carattere pubblico create per lo sviluppo e rimaste invece come “agglomerati amministrativi” insuperabili di scarsa capacità di proposta e di innovazione.

Queste indispensabili premesse ci hanno aiutato a identificare il sistema prospettico entro cui far muovere le nuove contestualità, consentendo di definire con più attenzione i punti di contatto, i momenti armonici di partecipazione vera tra città e comunità. Non avrebbe infatti senso estrapolare singole realizzazioni, come infatti è stato sempre il limite dei progetti realizzati, che non appartengano ad una visione completa di tipo culturale, urbanistica e sociale. I due musei sono gli elementi vitali del progetto; due soggetti complementari che idealmente si compendiano come i cardini su cui si muove l’intero ingranaggio. Un sistema che ha due scale problematiche diverse rispecchiando proprio il carattere del tessuto cittadino: un museo per la grande area dei Fori; un museo per la conoscenza dell’intera città e la sua vasta e complessa struttura territoriale. I due aspetti che sono l’una parte dell’altro appartengono alla continuità concentrica ininterrotta di area centrale-passeggiata archeologica-suburbio-agro. Questa geografia con cui si caratterizza Roma è quella sopravvissuta, nei vari livelli identificabili, per quasi tre millenni. L’archeologia potrà, attraverso questi due strumenti, divenire la chiave pedagogica di una trasformazione che coinvolge la globalità geografica nella implicazione di coscienza collettiva dei luoghi e della storia, comportamento sociale, comunione degli interessi, a partire dall’individuo come unità civica del contesto territoriale.

Il carattere dei due musei deve essere dunque finalizzato in primo luogo alla fruizione della comunità cittadina. Grazie alle nuove fermate che dovranno entrare in funzione con rapida conclusione dei cantieri: Metro piazza Venezia e Metro Colosseo, sarà possibile articolare un servizio di mobilità cittadina che non escluda gli abitanti più lontani e quelli residenti nei quartieri suburbani. Le scuole avranno ruolo fondamentale e dovranno identificare queste istituzioni ed il loro estendersi nella mappa urbana, come parte integrante dei luoghi e degli strumenti di formazione.

Alla prima esperienza si lega l’accesso al contesto conoscitivo dell’area centrale intesa come nocciolo della civiltà su cui si irradia tutto il territorio. Le informazioni raccolte e veicolate nel contenitore di Villa Silvestri Rivaldi, oltre a presentare l’evoluzione dei processi edilizi e costruttivi dell’area, potrà comunicare il valore ed il ruolo che l’arte del fabbricare ha avuto nella formazione del linguaggio architettonico “classico” ed internazionale. L’uso di strumenti didattici innovativi (modelli, ricostruzioni, meccano ricostruzioni, sezioni stratigrafiche, semplificazioni, audiovideo, ecc.) per descrivere le stratigrafie di una topografia complessa potranno completarsi con l’ausilio di una mediazione scientifica sul posto ed una guida sul terreno.

Alla seconda esperienza, più vasta come riferimento territoriale, si dovranno riferire l’intero processo di nascita e di trasformazione della città con l’incrocio dei modelli di una comunicazione storiografica che rispetti il divenire cronologico degli accadimenti e che li sostanzi nella testimonianza di “cultura materiale”. Si dovranno studiare come poter prospettare una coscienza attraverso l’individuazione di unità geografiche che denotino la continuità/discontinuità dei suoli a partire dalla formazione geologica e dalla sua evoluzione antropica. Il carattere dell’intero insediamento dovrà essere trasferito in molteplici e diversi sistemi di leggibilità che coinvolgano, nelle rispettive conoscenze, l’apporto delle diverse discipline scientifiche. Il grande contenitore dell’ex edificio già destinato a “Museo della città di Roma” permetterà di completare la comunicazione in articolate sezioni che prevederanno anche cicli ben precisi di continuità percettiva dedicati a singoli aspetti di un’attività programmata. Nel sito dovranno inoltre trovare posto quegli ausili che già un tempo facevano parte del trascorso museo e che oggi sono conservati allo stato di relitto negli spazi del Museo della Civiltà Romana.

Le precise connotazioni che legano in un unico sistema i due musei ed il territorio che da essi si dispiega con un intento legato alla crescita comunitaria, dovrebbero ovviamente connotarsi in un più articolato lavoro di progettazione al cui interno dovranno essere chiamate a partecipare le varie specializzazioni disciplinari. Lo stesso profilo di una globale organizzazione dei nodi museali dovrà essere riprospettato col senso di una strategia non più legata ad un’estemporanea e sterile conduzione autonoma. Si dovranno dunque declinare nei giusti modi e nei loro diversi luoghi gli aspetti identificativi di una processualità culturale che leghi insieme il valore estetico, quello storico, quello della trasformazione urbana, ecc.

Un lavoro dunque di notevole impegno che porta come sicuro risultato la restituzione di una Roma contemporanea in grado di assicurare una coscienza diffusa necessaria alla comune crescita sociale.


 

 

Michele Campisi

Nato a Sambuca di Sicilia – Agrigento il 4 Settembre 1954, è uno storico dell’architettura, architetto e restauratore.

Vicepresidente Italia Nostra Sezione Roma

Laureatosi a Palermo con Paolo Marconi ha pubblicato già nel 1980 una storia della nascita della tutela in età borbonica e poi numerosi altri saggi su riviste specializzate come il Bollettino d’Arte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Ha partecipato col Ministero e l’Istituto Centrale del Restauro alle attività svolte sui monumenti antichi dell’area centrale di Roma e per oltre quarant’anni ha diretto cantieri su monumenti ed in contesti archeologici. Tutte queste attività sono state condotte nell’approfondimento dei contenuti specifici della disciplina ed hanno dato luogo a “report” e saggi riguardanti teoria e storia del Restauro. Con Cangemi ha partecipato alla redazione del volume : La Villa di Vincenzo Giustiniani a Bassano Romano.

E’ tra i fondatori di Visioneroma.

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